[24 settembre 1946, prima Sottocommissione della Commissione per la Costituzione.]

Il Presidente Tupini pone in discussione l'articolo 2-ter, il quale ad una prima proposizione già approvata in un precedente articolo: «Nessuno può essere privato del proprio nome», aggiunge una seconda proposizione che contiene disposizioni per quanto riguarda i titoli nobiliari.

Osserva che la questione dei titoli nobiliari era stata prevista dai due relatori che avevano proposto due formule diverse. L'onorevole Basso aveva proposto la seguente formulazione: «I titoli nobiliari sono aboliti e non possono esserne concessi altri. I predicati di quelli attualmente esistenti, divengono parte integrante del nome». La formula dell'onorevole La Pira diceva invece: «I titoli nobiliari valgono solamente come parte integrale del nome e non dovranno esserne conferiti di nuovi».

[Dopo la discussione relativa alla personalità giuridica degli enti e delle associazioni sollecitata dall'onorevole Moro e riportata nelle appendici del Titolo I della Parte I, ...]

Il Presidente Tupini pone in discussione le proposte di formulazione dell'articolo che, per ora, avrà il numero d'ordine 2-ter.

Ricorda che vi è la proposta dell'onorevole Basso che dice: «I titoli nobiliari sono aboliti e non possono esserne concessi altri. I predicati di quelli attualmente esistenti diventano parte integrante del nome». La proposta dell'onorevole La Pira invece è formulata in questi termini: «I titoli nobiliari valgono solamente come parte del nome e non dovranno esserne conferiti di nuovi».

Basso, Relatore, fa rilevare che nel testo da lui proposto si dice espressamente «I titoli nobiliari sono aboliti». Nel suo concetto, perciò, colui che oggi è principe perderà il titolo di principe, ma conserverà il predicato. Nel concetto della formula proposta dall'onorevole La Pira non vi è questa affermazione di abolizione del titolo.

La Pira, Relatore, precisa di aver fatta sua la formula della Costituzione di Weimar. Poiché i titoli nobiliari non sono più fondamento di privilegi o di diritti oggi, e tanto meno lo saranno domani, non vi è nessuna difficoltà ad ammettere che il titolo di conte, principe o marchese possa restare. E ciò anche per una ragione di delicatezza politica: esistono infatti in Italia molti casati nobili; non v'è nessuna ragione giuridica e politica che costringa ad abolirli formalmente.

Lucifero ritiene che la formula dell'onorevole La Pira sia la migliore. Nello stato giuridico del diritto nobiliare italiano il titolo fa parte integrante del nome: tant'è vero che determinati atti pubblici si debbono firmare con il titolo. Per ragioni anche di indole pratica, crede che il titolo, come parte integrante del nome, dovrebbe essere mantenuto. Fa presente quello che succede in paesi dove i titoli nobiliari sono stati aboliti. In Francia, per esempio, vi è un pullulare di nobili come non si è visto in nessun altro paese. E in questo paese si verifica anche l'inconveniente che, non potendo più essere perseguibile chi abusivamente porta un titolo, a molti lestofanti si rende facile spacciarsi per nobili e crearsi una carta di visita che permette di commettere azioni poco pulite. Quando si stabilisce che il titolo per legge fa parte integrante del nome, ci si difende da questo pullulare incontrollato di persone che approfittano della situazione per infiltrarsi non solo nell'ambiente di società, ma per commettere azioni disoneste. Per tali ragioni dichiara di accettare la formula dell'onorevole La Pira. D'altra parte, visto che i titoli non portano più nessun privilegio, mentre se sono aboliti portano un privilegio a favore degli sfruttatori, inserire il titolo vicino al nome sarebbe una disposizione pratica che rispetterebbe anche un diritto acquisito.

Cevolotto dichiara che, come democratico, non può che essere favorevole alla abolizione dei titoli nobiliari. L'unica perplessità è una perplessità di indole politica. Con questa abolizione si finirà col portare tutta una classe abbastanza numerosa a diventare, anche se oggi sarebbe disposta a farsi repubblicana, strettamente monarchica, nella speranza di riavere i titoli nobiliari perduti.

Osserva però che la formula proposta dall'onorevole La Pira, se si dovesse venire all'abolizione del titolo, non lo soddisfa perché rappresenta una via di mezzo, peggiore della soluzione radicale. Tale formula inoltre, nell'esecuzione pratica, porterebbe forse ad una situazione peggiore della presente, perché vi sono dei titoli che si ereditano per linea primogenita, o che sono conferiti solo a tutti i discendenti maschi. Quando si stabilisca che il titolo è parte integrante del nome, tutti i figli lo erediterebbero, anche quelli che non avrebbero potuto ereditarlo in base alla legge precedente. D'altra parte, se si volesse modificare questo diritto successorio, si dovrebbe mantenere la Consulta araldica, e quindi tutta la bardatura del diritto nobiliare che si vuole abolire. Quindi, o si mantiene, per una ragione di opportunità politica, il titolo nobiliare con la disciplina che deve avere secondo il diritto nobiliare, oppure lo si abolisce del tutto.

Lombardi Giovanni sottolinea la necessità di tener presente l'importanza della rivoluzione compiutasi. Non si è voluta fare una Repubblica all'uso di Gioberti, ma una Repubblica all'uso di Mazzini. Questa repubblica non deve tollerare che permangano delle cariatidi del passato che hanno ricevuto il titolo nobiliare in epoca remotissima. Né ci si può attardare sulle preoccupazioni esposte da alcuni oratori circa la possibilità che dei truffatori, in caso di abolizione, si servano di titoli inventati da loro; ad essi penserà il Codice penale. Per queste ragioni si dichiara contrario alla conservazione dei vecchi titoli, e non può accettare neppure la formula proposta dall'onorevole Basso, che è una formula monca.

È stato affermato che molti titoli hanno una storia: egli per contro afferma che questi rimasugli di una storia superata dalla vittoriosa Repubblica offenderebbero il nostro sentimento. Propone che si dica soltanto: «I titoli nobiliari sono aboliti e non ve ne possono essere più».

Mastrojanni osserva che, nella questione dei titoli nobiliari, si verte più in tema demagogico, che in tema costituzionale. L'abolizione dei titoli nobiliari presuppone una preoccupazione di permanente soggezione a chi è fornito di un titolo da parte di chi non lo possiede. Ora questo presupposto, dal quale non si può prescindere per giungere alla conclusione voluta da alcuni oratori, è offensivo per la sensibilità del popolo italiano, il quale nella persona titolata non vede che un uomo come lui, che ha un titolo ma non ha alcun privilegio. Ritiene che una Repubblica democratica quale è quella italiana, la quale si preoccupa di una questione così sottile e in nome della democrazia e della libertà viene a distruggere quello che è un diritto acquisito per legge, sia in contraddizione con se stessa.

Va bene stabilire che i titoli nobili sono aboliti per l'avvenire; ma giungere al punto di togliere quello che costituisce un patrimonio spirituale, avrebbe il valore di una patente lesione della libertà individuale da parte di chi ne ha affermato i sacri principî.

Propone perciò che nella Costituzione non si parli affatto della questione dei titoli nobiliari; e che, in via subordinata, se non si ritiene opportuno omettere del tutto la questione stessa, si provveda per l'avvenire, ma si lasci integro quello che è un patrimonio già acquisito.

Marchesi rileva che i Relatori concordano nell'abolire la distinzione di casta nobiliare la quale, se oggi non costituisce un privilegio, rappresenta una lunga storia di privilegi. Se si dovessero mantenere i titoli nobiliari, data la molteplicità dei titolati, si verrebbe a mantenere la casta; si dichiara quindi favorevole alla formula dell'onorevole Basso e non a quella dell'onorevole La Pira.

Se la Repubblica vuole abolire queste distinzioni di casta, è bene che esse siano abolite di fatto e non di nome, perché le concessioni nobiliari in Italia, specie in talune contrade, sono numerosissime e il titolo di barone, di conte e di principe, specialmente in Sicilia, ha il suo valore. Insomma si tratta di svincolare una gran parte della popolazione munita di talune contrade italiane, non da un privilegio effettivo, ma da una soggezione che è realmente esistente.

Accetta perciò la formula proposta dall'onorevole Basso.

Caristia dichiara che voterà la formula proposta dall'onorevole La Pira, in quanto, pur essendo persuaso che nella Repubblica la prima legge è quella dell'uguaglianza, e pertanto non debbono esistere caste nobiliari, non può non restare perplesso circa l'abolizione dei titoli, soprattutto per le ragioni esposte dall'onorevole Cevolotto. Si domanda se proprio in questo momento sia assolutamente necessario andare contro una classe la quale in sostanza è perfettamente innocua. La Repubblica è ben salda e non ha bisogno certo di essere rafforzata con siffatte abolizioni.

È stato detto che questi nobili possiedono un privilegio, anzi rappresentano una collana di privilegi antecedenti; ma non si vede in che cosa consistano praticamente questi privilegi. Non si deve dare soverchia importanza alla situazione che può riscontrarsi in alcune piccole contrade d'Italia. Ritiene che ci si debba mettere su di un terreno di opportunità, e domandarsi se sia il caso di abolire i titoli che già esistono. Per l'avvenire, invece, è chiaro che essi non dovranno più essere concessi.

Mancini ritiene che l'abolizione dei titoli nobiliari non sia una manifestazione demagogica. Se così fosse, non la voterebbe. Essa, invece, è la conseguenza logica, politica dell'ordinamento democratico repubblicano oggi vigente. E la prova che non sia demagogica è data ad esuberanza dai ricordi storici. La Rivoluzione francese abolì i titoli nobiliari, e la Rivoluzione francese non faceva demagogia. La Repubblica di Weimar, di cui l'onorevole La Pira ha riportato integralmente l'articolo, non fece della demagogia. Rammenta che in una pagina di Giuseppe Mazzini, sta scritto che: «la sola nobiltà che si ha il dovere di rispettare è la nobiltà dell'ingegno e del lavoro». Bastano queste parole per indicare a tutti gli oppositori come l'abolizione dei titoli nobiliari non sia una manifestazione demagogica.

Fa presente inoltre che il Consiglio dei Ministri ha abolito il titolo e l'attributo di Eccellenza, che non è un titolo nobiliare, ma un attributo conquistato da colui che è eccelso per virtù d'ingegno e di lavoro. Se, dunque, è stato abolito l'attributo di Eccellenza, come si può mantenere in vita il titolo di nobiltà conquistato dalla violenza delle armi o dai favoritismi regi?

Si dichiara perciò favorevole all'abolizione pura e semplice del titolo nobiliare, come conseguenza legittima dell'ordinamento repubblicano.

Grassi è d'accordo circa l'abolizione del titolo come conseguenza dell'ordinamento repubblicano. Fa però osservare che il titolo ormai fa parte integrante del nome, è scritto nello stato civile, nel catasto, ecc., e quindi la persona che porta il titolo è seguita da tutta una situazione particolare. Perciò il titolo, anche se abolito, deve restare a far parte del nome; altrimenti si dovrebbe stabilire una legge per togliere nello stato civile, nel catasto, ecc., tutte le intestazioni fatte a quel nome.

Si dichiara pertanto favorevole alla formula proposta dall'onorevole La Pira.

Marchesi fa presente la necessità di chiarire, nel caso in cui venga mantenuto il titolo, se se ne mantiene anche la trasferibilità.

Il Presidente Tupini propone di votare anzitutto la proposta dell'onorevole Mastrojanni il quale, pur non dichiarandosi contrario all'abolizione dei titoli nobiliari, ritiene inopportuno far parola di tale questione in sede di Costituzione.

Lucifero fa presente che è perfettamente inutile stabilire che per l'avvenire non si concedono titoli nobiliari, una volta venuta meno la fonte dalla quale essi emanano.

Il Presidente Tupini mette ai voti la proposta Mastrojanni, il quale ritiene che non sia assolutamente necessario, anzi che sia inopportuno parlare della questione in sede costituzionale.

(La proposta è respinta con 2 voti favorevoli e 12 contrari).

Poiché ritiene che tutti siano d'accordo sul principio che per l'avvenire i titoli nobiliari devono essere aboliti, propone che sia votata anzitutto la proposizione in cui è detto: «Per l'avvenire i titoli nobiliari non possono essere concessi».

Cevolotto ritiene che — giuridicamente — prima di tutto vada posta la questione se i titoli nobiliari debbano essere aboliti o meno; poi sarà votata l'altra questione se debbano esserne concessi di nuovi.

Grassi dichiara che voterà in favore della abolizione, con l'intesa che si provveda con apposita disposizione per quanto riguarda il passato.

Il Presidente Tupini fa osservare che, se si mette in votazione una formula la quale stabilisca che per l'avvenire sono vietati i titoli nobiliari, si ha l'unanimità.

Basso, Relatore, prega di voler mettere ai voti più che l'articolo, il concetto. Dichiara che, se la sua proposta venisse respinta, egli non accederebbe in subordinata alla proposta dell'onorevole La Pira, perché ritiene che essa peggiorerebbe la situazione portando come conseguenza una inflazione dei titoli nobiliari, che verrebbero ereditati, come è già stato osservato, non soltanto dal primogenito, ma da tutti i figli, e anche dalle donne. Inoltre si verrebbe a stabilire con una norma costituzionale che questi titoli non possano essere toccati, tanto che, se in futuro si volesse abolirli, si dovrebbe modificare la Costituzione. Perciò ritiene che, ove non si approvi la sua formula, è meglio non parlare della questione dei titoli in sede costituzionale.

Fa presente che l'articolo della Costituzione di Weimar, citato dall'onorevole La Pira, aveva un senso in quanto in Germania il titolo conferiva dei privilegi, mentre in Italia i privilegi sono stati aboliti da tempo.

Conclude dichiarando che bisogna in primo luogo vedere se la Sottocommissione è d'accordo sul principio che i titoli nobiliari debbano essere aboliti e che ne resti soltanto il predicato connesso col nome. Se questo concetto non è approvato, ritiene che non si possa ulteriormente discutere.

Grassi fa osservare all'onorevole Basso che il predicato, conservato con la formula da lui proposta, andrebbe a tutti gli eredi.

Basso, Relatore, è d'accordo, ma osserva che non andrebbe agli eredi il titolo.

Grassi replica che è la stessa cosa.

Lombardi Giovanni fa presente che, di fronte alle tante difficoltà che nascerebbero sia dalla proposta Basso sia da quella dell'onorevole La Pira, egli e l'onorevole Mancini hanno proposto di dire semplicemente:

«I titoli nobiliari sono aboliti e non possono esserne concessi altri».

Chiede che su questa proposta sia fatta la votazione.

Il Presidente Tupini fa presente che, poiché tutti sono d'accordo per quanto riguarda l'avvenire, occorre solo trovare una formula che accomuni i vari pareri, e che sia chiara nell'interpretazione del legislatore.

Appare invece difficile intendersi per quanto riguarda il passato.

Basso fa notare che la proposta di limitare l'accenno in sede costituzionale all'avvenire è superflua, come osservava anche l'onorevole Lucifero. Caduta la monarchia, se si afferma espressamente nella Costituzione che la Repubblica non può conferire dei titoli, si intende che essi sono senz'altro aboliti.

Mancini chiede che la proposta fatta da lui e dall'onorevole Lombardi sia votata per appello nominale.

Cevolotto ripete che, con la formula dell'onorevole La Pira, i titoli nobiliari saranno moltiplicati, sia pure con il semplice valore di nome, e per il pubblico continueranno ad essere titoli nobiliari, come avviene per il titolo di Eccellenza, che è stato abolito e si continua a usare.

Prega perciò l'onorevole La Pira di voler riflettere sugli inconvenienti che presenta la sua proposta.

Marchesi chiede la chiusura della discussione.

Il Presidente Tupini mette ai voti la proposta dell'onorevole Marchesi.

(È approvata).

Il Presidente Tupini fa presente alla Sottocommissione, che arrivando all'adozione di una delle due proposte dei relatori, si rischia di creare una sperequazione che non gli sembra opportuna. Perciò si domanda se non sia il caso di riproporre la formula dell'onorevole Mastrojanni. Comunque è propenso a fare la proposta formale che non si dica nulla nella Costituzione per quanto riguarda i titoli nobiliari del passato; e che si stabilisca per l'avvenire che i titoli nobiliari sono aboliti e non se ne possono più concedere.

Mancini sottolinea che il silenzio in ordine ai titoli nobiliari significa implicitamente riconoscerli. Invece egli e l'onorevole Lombardi intendono non riconoscerli, in omaggio alla loro fede repubblicana e democratica progressiva.

Moro propone l'abolizione completa della questione dei titoli nobiliari nella Costituzione.

Il Presidente Tupini rileva che la proposta dell'onorevole Moro, mirante a sopprimere la questione dei titoli nobiliari nella Costituzione, è più radicale di quella dell'onorevole Mancini, appartenendo a un ordine di proposte pregiudiziali. Pertanto la dovrebbe mettere in votazione per prima.

Basso, Relatore, osserva che la proposta dell'onorevole Moro non fa che riproporre quella dell'onorevole Mastrojanni che è stata già votata e respinta, e pertanto non ritiene che debba essere votata una seconda volta. Chiede che la votazione avvenga prima sulla formula dell'onorevole Mancini alla quale dichiara di aderire.

Marchesi prega l'onorevole Moro di non insistere nella sua proposta, perché essa potrebbe riproporsi per moltissimi articoli che saranno esaminati dalla Commissione, e sarebbe allora molto pericoloso stabilire il principio che si possa sempre votare per una proposta pregiudiziale di questo genere.

Moro dichiara di ritirare la sua proposta, poiché egli ne faceva soltanto una questione di opportunità. Insiste però nella sua opinione che la Costituzione, in ogni modo, debba dare una giusta regolamentazione per i titoli nobiliari del passato.

Mancini osserva che in tal caso si dovrebbero riconoscere anche i malfamati titoli nobiliari concessi dal regime fascista. Insiste nel chiedere che la sua formula sia votata per appello nominale.

Il Presidente Tupini chiede alla Commissione se non sia opportuno riesaminare la questione per vedere di trovare, d'accordo con i relatori, una formula che possa eliminare ogni perplessità.

Mancini dichiara di non avere, per suo conto, alcuna perplessità; anzi di essere soddisfatto di tale doverosa depennazione, che annulla un privilegio di nascita, sovente mortificato dalle discendenze.

Grassi rileva che, per quanto riguarda la prima proposizione, che i titoli nobiliari cioè debbano essere aboliti, non esiste nessuna divergenza. I pareri sono discordi invece sulla parte che segue, poiché, mentre uno dei relatori, affermando che i titoli sono aboliti, vuole conservare solo i predicati, l'altro vorrebbe conservare i titoli ed i predicati. Crede che si potrebbe trovare una conciliazione tra questi due punti di vista. Riallacciandosi alle situazioni storiche e giuridiche del nome e cognome, dato che il titolo fa parte del nome e del cognome, si potrebbero congiungere le due proposte, dicendo che gli attuali titoli nobiliari valgono solamente come parte integrante del nome. Si dovrebbe cioè dire: «I titoli nobiliari sono aboliti e non possono esserne concessi altri». Poi invece di dire: «I predicati di quelli attualmente esistenti divengono parte integrante del nome», dire: «Quelli attualmente esistenti diventano parte integrante del nome».

La Pira, Relatore, dichiara di poter accettare la formula dell'onorevole Grassi.

Cevolotto propone che sia messa ai voti quella parte sulla quale sono tutti d'accordo e che dice: «I titoli nobiliari sono aboliti e non possono esserne concessi altri». Successivamente si potrà votare la proposta degli onorevoli Mancini e Lombardi, più radicale, che mira a non aggiungere altre proposizioni. Se la proposta Mancini e Lombardi fosse respinta, di dovrebbe passare alla formula dell'onorevole Basso o a quella dell'onorevole La Pira.

Lombardi fa rilevare che uno dei Relatori, l'onorevole Basso, ha già rinunciato alla sua proposta ed ha aderito a quella formulata da lui e dall'onorevole Mancini.

Basso, Relatore, esprime il parere che si debba votare la prima proposizione; poi si discuterà sul resto.

Mastrojanni crede che non si possa votare isolatamente la prima proposizione, in quanto essa non può essere scissa dalla seconda. La sua coscienza sarà tranquillizzata, nel caso dell'abolizione, solamente quanto sia garantita la sorte dei nobili per l'avvenire.

Basso, Relatore, osserva che, poiché sono tutti d'accordo per l'abolizione pura e semplice nel futuro, votare la prima proposizione vuol dire abolire i titoli esistenti. Chi non è d'accordo voterà contro.

Grassi osserva che, per logica di cose, i due concetti sono connessi. Bisognerebbe mettere prima ai voti la soppressione della seconda parte, dopo di che rimarrebbe la prima.

Sull'ultima parte dell'articolo non si è trovato un accordo; occorre perciò trovare una formula di compromesso.

Mancini insiste perché sia messa ai voti la sua proposta, che è assorbente di tutte le altre subordinate.

Basso, Relatore, fa osservare che, se sarà approvata la proposta degli onorevoli Lombardi e Mancini, questo significherà che è soppresso tutto il resto. Se essa verrà respinta allora è più logico ripiegare sulla proposta dell'onorevole Mastrojanni. Ci sono tre possibilità: 1°) abolizione pura e semplice dei titoli nobiliari; 2°) abolizione dei titoli nobiliari conservando qualche cosa, o il predicato o il nome; 3°) non parlarne affatto in sede di Costituzione. È logico quindi che si debba votare per prima la proposta Lombardi-Mancini.

Grassi osserva che c'è un equivoco e che non è possibile votare la prima proposizione dicendo che essa assorbe tutto. Egli voterebbe la prima parte riguardante l'abolizione dei titoli nobiliari, ma poiché vuole salvare la seconda parte della proposta La Pira, dovrebbe votare contro la proposta Mancini.

Il Presidente Tupini osserva che si è voluto dare, da parte di alcuni Commissari, un significato politico alla questione. Dichiara che non intende fare il protettore dei nobili, ma si preoccupa, per un principio di giustizia, che venga regolata la posizione di coloro che attualmente hanno un titolo. Ciò premesso, in una votazione come quella che propone l'onorevole Mancini, il meno che potrebbe fare è di astenersi; mentre vorrebbe votare più giustamente esprimendo la contrarietà alle nuove concessioni di titoli nobiliari, e nello stesso tempo applicando un principio di giustizia nei confronti di coloro che hanno già un titolo.

Moro osserva che si è fatto male a dare un significato politico alla questione.

Corsanego fa presente che i titoli nobiliari attribuiti dal fascismo sono già stati aboliti dalla legge.

Lombardi Giovanni replica che la Commissione si metterebbe contro questa legge, mantenendo gli altri titoli che non sono migliori di quelli dati dal fascismo.

Mancini insiste perché la votazione sia fatta subito e per appello nominale.

Cevolotto fa notare che la proposta degli onorevoli Mancini e Lombardi ha la precedenza nella votazione perché è la più radicale, e la Commissione non può cominciare la votazione della seconda parte della proposizione che è una subordinata.

Il Presidente Tupini dichiara che si asterrà dal votare questa proposta perché, pur essendo decisamente contrario ai titoli nobiliari, intende limitare questa contrarietà a quello che il legislatore farà da oggi in poi.

Moro dichiara che voterà contro la proposta degli onorevoli Mancini-Lombardi. Ritiene che tutti siano d'accordo intorno allo spirito democratico dello Stato repubblicano. È acquisito alla coscienza sociale di tutti gli italiani che i titoli nobiliari non rappresentano più alcun privilegio.

Se voterà in senso contrario alla proposta degli onorevoli Mancini e Lombardi lo farà innanzi tutto per una ragione di delicatezza politica, in quanto gli pare che la Commissione abbia un supremo interesse, quello di non creare una casta la quale sia per principio ostile alla Repubblica, mentre potrebbe essere e dovrebbe essere immessa nel ritmo vitale della nuova organizzazione dello Stato.

Voterà contro anche per un'altra ragione, e cioè perché gli pare che, quando il titolo nobiliare sia ridotto nel significato puro e semplice di un nome, intaccare il nome significa intaccare la libertà individuale.

Per quanto riguarda i titoli fascisti, ritiene che la legge ordinaria potrà provvedere meglio di quello che non sia una disposizione contenuta nella Costituzione.

Marchesi risponde all'onorevole Moro che il riconoscere nel titolo nobiliare soltanto una tradizione familiare, e non una realtà di privilegi, non sarebbe merito della nostra Costituzione, ma sarebbe già un merito della nostra storia. La Costituzione avrebbe un merito soltanto nel cancellare la traccia di una tradizione che una volta rappresentava un privilegio.

Grassi dichiara di associarsi alla proposta dell'onorevole Moro e di votare contro la proposta degli onorevoli Mancini-Lombardi per le ragioni esposte dallo stesso onorevole Moro.

La Pira, Relatore, si associa completamente alle osservazioni dell'onorevole Moro.

Mastrojanni dichiara che voterà contro la proposta degli onorevoli Mancini e Lombardi per le considerazioni che ha già svolto, e che in prosieguo di tempo sono state condivise da altri oratori.

Corsanego si associa alla proposta dell'onorevole Moro, riallacciandosi alle ragioni esposte dall'onorevole Cevolotto: non si dovrà creare una casta la quale possa avere un pretesto per dimostrarsi ostile alla Repubblica.

Cevolotto dichiara di essere favorevole alla proposta degli onorevoli Mancini e Lombardi.

Il Presidente Tupini mette ai voti la proposta degli onorevoli Mancini e Lombardi alla quale ha anche aderito il relatore onorevole Basso.

Avverte che, su richiesta degli onorevoli Mancini e Lombardi, la votazione avrà luogo per appello nominale.

Votano sì: Basso, Cevolotto, De Vita, Lombardi Giovanni, Mancini, Marchesi.

Votano no: Corsanego, Grassi, La Pira, Lucifero, Mastrojanni, Moro.

Astenuto: Tupini.

Comunica che la votazione ha dato come risultato sei voti favorevoli e sei voti contrari. In base al regolamento, la proposta è respinta.

 

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A cura di Fabrizio Calzaretti