[Il 19 maggio 1947 l'Assemblea Costituente inizia la discussione generale del Titolo quarto della Parte prima del progetto di Costituzione: «Rapporti politici». — Presidenza del Vicepresidente Tupini.]

Presidente Tupini. Riprendiamo l'esame del progetto di Costituzione.

Dichiaro aperta la discussione generale sul Titolo IV: Rapporti politici.

È iscritto a parlare l'onorevole Crispo. Non è presente. Si intende che vi abbia rinunziato.

Segue l'onorevole Coppa. Non è presente. Si intende che vi abbia rinunziato.

Segue l'onorevole Corsini. Non è presente. Si intende che vi abbia rinunziato.

Segue l'onorevole Abozzi. Non è presente. Si intende che vi abbia rinunziato.

Segue l'onorevole Rodi. Ha facoltà di parlare.

Rodi. Rinunzio.

Presidente Tupini. Segue l'onorevole De Michelis. Non è presente. Si intende che vi abbia rinunziato.

Segue l'onorevole Vinciguerra. Non è presente. Si intende che vi abbia rinunziato.

Segue l'onorevole Targetti. Non è presente. Si intende che vi abbia rinunciato.

Segue l'onorevole Mattarella. Non è presente. Si intende che vi abbia rinunziato.

Segue l'onorevole Lazzati. Non è presente. Si intende che vi abbia rinunziato.

Segue l'onorevole Pellizzari. Non è presente. Si intende che vi abbia rinunziato.

Segue l'onorevole Caristia. Non è presente. Si intende che vi abbia rinunziato.

Segue l'onorevole Fusco. Non è presente. Si intende che vi abbia rinunziato.

Segue l'onorevole Preziosi. Non è presente. Si intende che vi abbia rinunziato.

Segue l'onorevole Preti. Non è presente. Si intende che vi abbia rinunziato.

Micheli. Chiedo di parlare.

Presidente Tupini. Ne ha facoltà.

Micheli. Sono dispiacente di non aver particolari soluzioni da offrire al nostro Presidente, ma sono certo che le avrà trovate nei meandri del Regolamento, il quale, quando si vuole, consente a molte cose. Sarebbe opportuno e conveniente in questo momento evitare la decadenza di ben quattordici o quindici iscritti, in cinque o sei minuti. Il signor Presidente, quando ci siamo momentaneamente lasciati, non ha parlato dell'ora nella quale noi avremmo ripreso la discussione. In fondo mi pare che questa mancata precisazione non è colpa di alcuno, ma forse della consuetudine piena di larga comprensione con la quale, giustamente il signor Presidente ed i suoi cooperatori hanno sempre condotto questa discussione. Perché, se altri ha voluto parlare in altre occasioni di ghigliottina, certo non è il momento di ricordarla ora qui; tanto più che essa non potrà mai consentire nessuna applicazione parlamentare. Dato tutto questo, è lecito pensare che è un po' troppo grave il fatto che in due o tre minuti sia avvenuta la decadenza di quindici iscritti a parlare.

Si tratta in questo Titolo del sistema elettorale, della creazione dei diritti politici. È vero che vi sono altre leggi sul sistema elettorale che la Costituente dovrà discutere, ma qui siamo chiamati a darne le prime linee, le più importanti e le più gravi. Per esse noi dobbiamo evitare di stabilire nella Costituzione principî che possano trovarsi contrasto con quelle leggi che sono state recentemente presentate dal Governo. L'articolo 2 della legge sull'elettorato attivo che noi della Commissione nominata dalla Costituente stiamo esaminando potrebbe trovarsi in contrasto col terzo capoverso dell'articolo 41. Quindi sono problemi da esaminare con calma, con serenità e non traendo profitto da una momentanea assenza per eliminare un certo numero di oratori, fra i quali possono essere quelli che questa parte hanno studiata. Ecco perché faccio richiesta, e credo d'interpretare il sentimento di tutta l'Assemblea, affinché, data l'importanza dell'argomento e dato il fatto che non era stata fissata l'ora della ripresa della nostra discussione, questa si riprenda ora che un maggiore numero di colleghi è intervenuto. Prima il numero nostro era maggiormente limitato; per modo che la domanda di dieci di noi avrebbe potuto far cessare questa falcidia spiacevole. Ma questo abbiamo evitato perché non intendevamo, in alcun modo, contraddire quella che era stata la rigida applicazione del Regolamento fatta dal Presidente; però chiediamo di farne una più opportuna, più comprensiva e sopratutto più adatta alla discussione che si deve incominciare sui cennati argomenti.

Presidente Tupini. Avrei gradito che l'onorevole Micheli mi avesse trovato, fra i meandri del Regolamento, qualche indicazione che mi consentisse di potere ovviare a questa situazione. Egli ha fatto un appello alla mia discrezione ed io gli vengo subito incontro, se l'Assemblea non ha nulla in contrario, perché io applico il Regolamento, ma lo applico col consenso dell'Assemblea, che deve essere la collaboratrice del Presidente.

Ed allora io posso ricominciare la chiama degli onorevoli deputati iscritti a parlare; con questo sistema spero di avere interpretato a dovere e il sentimento dell'onorevole Micheli e quello generale dell'Assemblea. (Applausi).

Micheli. Ringrazio l'onorevole Presidente della proposta di applicazione graduale del Regolamento; con essa effettivamente si accomodano le cose, pel fatto che l'Assemblea, sempre sovrana, approvando la proposta del Presidente, ne assume essa la responsabilità.

Presidente Tupini. Procedo di nuovo alla chiama.

(Risultano assenti gli onorevoli Crispo, Coppa, Corsini, Abozzi, De Michelis, Vinciguerra, Targetti, Mattarella, Lazzati, Pellizzari, Caristia, Fusco, Preziosi, Preti, iscritti a parlare).

Nasi. Chiedo di parlare.

Presidente Tupini. Ne ha facoltà.

Nasi. Data questa situazione, domandiamo la constatazione del numero legale e presentiamo la relativa proposta.

Presidente Tupini. Onorevole Nasi, si può chiedere la constatazione del numero legale soltanto quando si deve procedere ad una votazione.

Quindi, onorevole Nasi, la sua richiesta non è tempestiva, né conforme al Regolamento.

Micheli. Pure esprimendo il nostro grato animo per il rinnovato appello, vediamo che non è possibile dall'applicazione di esso trarre quel vantaggio che ritenevamo, quindi faccio la proposta di sospendere la discussione. E sopra questa proposta mi pare si possa fare la richiesta. Questo viene fatto senza nessun'ombra di ostruzionismo, perché ci tengo a dichiarare che sono stato sempre presente dal primo giorno fino ad oggi, non ho mai mancato ad una seduta.

Presidente Tupini. È verissimo, è un esempio.

Micheli. Ho preso poche volte la parola, perché non ho voluto aggiungere parole a quelle di tanti colleghi, che hanno parlato con tanta competenza. La discussione non si deve ritardare, ma si deve fare.

Credo che nessuno voglia sospettare che altro intendimento ci muova che interrompere questa improvvisata decadenza. Non resta quasi più alcuno dei nostri valorosi specialisti, di coloro che hanno, ad esempio, tanta particolare competenza in materia elettorale e che si erano iscritti in così bel numero per portare il loro contributo alla nostra Assemblea. Comprendo: Ella, onorevole Presidente, ha un Regolamento da applicare e non si può esimere, addolorati di questo fatto che mette, senza colpa d'alcuno, l'Assemblea nella necessità di decidere tanto rapidamente e senza discussione materie così gravi, per evitarlo crediamo opportuno di fare questa proposta: chiediamo un breve rinvio. Siccome c'è un'altra adunanza fissata nell'ordine del giorno per le ore 21, rimandiamo alle 21 e allora i colleghi, iscritti potranno essere avvertiti ed avranno la possibilità di venire. Io limito la mia proposta a questo, e prego il Presidente di metterla ai voti.

Selvaggi. Chiedo di parlare.

Presidente Tupini. Ne ha facoltà.

Selvaggi. Propongo il rinvio della seduta alle 21,30.

Presidente Tupini. Pongo in votazione la proposta di rinviare la discussione alle 21,30.

(È approvata).

(La seduta, sospesa alle 18,35, è ripresa alle 21,40).

Presidenza del Presidente Terracini

Presidente Terracini. Proseguiamo nella discussione del progetto di Costituzione della Repubblica italiana.

È iscritto a parlare l'onorevole Gasparotto. Ne ha facoltà.

Gasparotto. Il Titolo quarto sfiora, dico sfiora perché rimane semplicemente ai margini, il problema dell'ordinamento dell'esercito.

L'articolo 49 dice: «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino».

Egregiamente. Soggiunge che l'ordinamento dell'esercito si uniforma allo spirito della Repubblica democratica italiana. Ottimamente. Sennonché, fissato questo principio, si afferma che «il servizio militare è obbligatorio». E qui occorre una chiarificazione. Contro questa formula restrittiva, io ed i miei colleghi Sottosegretari al Ministero della difesa ne abbiamo presentata un'altra, tecnicamente più precisa e prudentemente estensiva, in conformità delle disposizioni che regolano tutte le legislazioni straniere e della stessa tradizione italiana. Proponiamo cioè che essa sia sostituita da questa: «La prestazione del servizio militare è obbligatoria; le modalità sono stabilite dalla legge». Come dissi, questa è la dizione di tutte le legislazioni odierne europee e americane. Già lo Statuto Albertino, all'articolo 75, diceva che «La leva militare è regolata dalla legge», ed al successivo articolo 75: «È istituita una milizia comunale sulle basi regolate dalla legge». A sua volta lo scultoreo Statuto della Repubblica romana del 1845 più audacemente diceva: «L'arruolamento dell'esercito è volontario». Tutte le legislazioni estere, che potrei ad una ad una indicare, riassumono la formula relativa al reclutamento militare in questi termini: «Tutti i cittadini sono obbligati al servizio militare: i particolari sono regolati dalla legge». Perché, questa costante e uniforme dizione? Perché, fissato l'obbligo dei cittadini di servire la patria, lasciare alla legge speciale la disciplina dei singoli ordinamenti? Per lasciare aperta deliberatamente la porta al volontariato. Lo spirito che informa tutte le legislazioni è che l'obbligo del servizio militare è generale e personale. Ora bisogna vedere se, e fino a qual punto, l'obbligatorietà del servizio, o meglio della prestazione del servizio militare, possa essere sostituita (interamente o parzialmente) dalla volontarietà della prestazione. Dichiaro subito: io sono personalmente, ripeto personalmente, favorevole al volontariato della prestazione del servizio militare. Però, siccome in questa materia delicata ed alta non si può agire per improvvisazione, ed alla adozione di questo principio si può arrivare solo per gradualità, mi guarderei bene dall'applicarlo senz'altro in questo momento, in questi giorni. Bisogna distinguere avanti tutto il servizio militare in tempo di guerra e quello in tempo di pace. In tempo di guerra, l'obbligo del servizio militare indubbiamente è totalitario. In tempo di pace bisogna separare la situazione dei grandi eserciti e degli stati organizzati militarmente, cioè su basi prevalentemente militari, dove indubbiamente l'obbligatorietà è necessaria, da quella dei piccoli eserciti dove devono necessariamente prevalere gli elementi tecnici capaci di addestrare le classi da mobilitare e di assolvere i compiti nuovi fissati dall'esperienza dell'ultima guerra, che da guerra di uomini è diventata prevalentemente guerra di macchine. Ora, i tecnici non possono essere che elementi permanenti, o quanto meno sottoposti ad un lungo servizio militare. Di qui la necessaria conseguenza della volontarietà della prestazione.

La formula albertina, che lasciava aperte le porte al volontariato, ha consentito a Cavour di chiamare nel 1859 Garibaldi alla testa dei Cacciatori delle Alpi, corpo volontario sì, ma parte integrante dell'esercito piemontese; ha consentito al Ministro Di Pettinengo, nel 1866, di permettere allo stesso Garibaldi la creazione del Corpo italiano dei volontari, che si è illustrato nel Trentino.

Del resto, il volontariato è già in atto. Il corpo dei carabinieri recluta volontari al cento per cento; il corpo delle guardie di finanze altrettanto; la Marina recluta volontari attualmente al 61 per cento, l'Aviazione al 64 per cento, l'Esercito al 24 per cento. Secondo le leggi di reclutamento, fino all'anno scorso, il volontariato nella Marina era ammesso al 40 per cento; quest'anno è stato portato al 50 per cento; tuttavia, in fatto, la percentuale dei volontari è arrivata al 61 per cento.

Cito un episodio recentissimo per dimostrare come il volontariato sia penetrato ormai nell'animo del popolo italiano. Nell'ultima leva di marina, di pochi mesi or sono, su 7800 volontari soltanto 800 hanno potuto essere accettati dalla base di Taranto. Dunque, il volontariato si è offerto generosamente all'arma della Marina; la quale ha dovuto mettere alla porta la quasi totalità dei giovani che le si offrivano. Ed il comandante del deposito navale di Taranto mi ricordava giorni or sono che le madri di queste giovani reclute si erano presentate a lui, quasi piangendo, per pregarlo di accogliere le domande dei loro figli.

Una voce imprudente ha detto che noi non dobbiamo creare dei corpi mercenari. Adagio colle male parole! Che forse sono mercenari i carabinieri che tutelano l'ordine pubblico? Sono mercenarie le guardie di finanza che sorvegliano i nostri confini? Se questo termine dovesse avere cittadinanza nel vocabolario militare o nel costume politico, dovremmo dire che sono mercenari i Ministri o i deputati che volontariamente accettano il mandato ministeriale o parlamentare...

Lo spirito democratico fissato nell'articolo 49 esige forme brevi. In questa materia non sono un improvvisatore, perché le idee che espongo oggi le ho sostenute ed attuate nel 1921, quando ero Ministro della guerra. In precedenza, le aveva proposte l'altro Ministro, onorevole Bonomi. In quel tempo noi, appunto per imprimere un bene inteso spirito democratico all'esercito ed andare incontro ai voti della pubblica opinione, avevamo proposta la ferma degli otto mesi. Oggi forse questa è insufficiente, perché l'istruzione premilitare, che allora era già in pieno vigore, non è consentita dalle condizioni del trattato di pace.

Quindi, sia per i precedenti disposti dal Ministro Facchinetti, sia per le disposizioni già prese da me, si promette alla gioventù italiana la ferma dei dodici mesi, che è stata accettata recentemente anche nell'Inghilterra.

Noi intendiamo quindi, inserendo all'articolo 49 il nostro emendamento, cioè demandando alle leggi particolari la disciplina del reclutamento, che non si chiuda la porta all'avvenire, che non ci si fermi in una formula rigida, che possa infirmare il principio del volontariato.

L'articolo 6 della Costituzione ripudia la guerra come strumento di offesa, e consente perfino, a parità di condizioni, le limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento internazionale. Già nel 1919 a Parigi era stato firmato il patto Kellogg, che bandiva la guerra come strumento di risoluzione delle questioni internazionali. Ora, per poter rinunciare, sia pure parzialmente, da parte di uno Stato, al principio ed ai privilegi della propria sovranità, bisogna che intervenga una specie di Stato superiore agli Stati territoriali, un organo super-statale che sia in grado di regolare le grandi controversie che minacciano di dividere il mondo.

Già nel 1940 il partito laburista inglese aveva fissato in una mozione, che ha trovato larga eco nella stampa internazionale, il principio di sottoporre l'autorità territoriale di uno Stato ad una autorità superiore internazionale, la quale avesse sotto il suo controllo forze militari ed economiche, il che è a dire un esercito di polizia a garanzia della pace.

E successivamente, nell'aprile del 1942, sempre in Inghilterra, il partito socialista, col concorso di un giovane italiano che siede in questi banchi, Paolo Treves, ha riaffermato questo principio. Nel 1898, nella repressione della rivolta dei boxers in Cina, le nazioni, Italia compresa, hanno dato vita a un piccolo ma autentico esercito internazionale. Recentemente, proprio in questi giorni, sempre auspicando all'avvento di una polizia, od esercito o, chiamatela pure, gendarmeria internazionale capace di applicare le sanzioni stabilite dalla Corte internazionale di giustizia, il generale Montgomery diceva che gli eserciti nuovi debbono costituire un complesso operativo leggero, rapido, e congegnato in modo che le tre Armi si muovano come un solo organismo. La guerra — soggiungeva — va condotta su basi scientifiche sostituendo l'uomo con i mezzi meccanici. Di qui la necessità, nel campo dei piccoli eserciti, come deve essere quello di un Paese ad economia povera qual è l'Italia, di dare largo ingresso agli elementi specializzati, a quegli elementi tecnici che non possono essere reclutati, per la lunga ferma, che fra i volontari. In tal modo, del resto, l'esercito diventa una scuola di avviamento alle professioni, sopratutto meccaniche, come è attualmente nell'Aviazione e anche nella Marina italiana, dove i giovani dei cantieri navali e delle officine aeronautiche si preparano a diventare tecnici provetti.

Il 4 febbraio scorso, il Capo provvisorio dello Stato ha firmato il decreto legislativo col quale le tre Forze armate sono unificate. Ho il piacere di dire che il principio dell'unificazione fu lealmente accettato da tutte e tre le Armi, per quanto tutte e tre siano gelose della propria tradizione, come la Marina, sopratutto, che presso la pubblica opinione costituisce un corpo quasi aristocratico, e che, pure essendosi imposta con le sue gesta all'ammirazione del mondo, com'è avvenuto per l'Aviazione (l'Esercito e fuori questione), non ha fatto obiezione a questa innovazione prettamente democratica e aderente alla situazione economica del Paese.

E, con questo, noi abbiamo raggiunto uno scopo: quello di avvicinare l'esercito al popolo. Fu per lunghi anni lamentato il dissidio tra l'esercito e il Paese: oggi l'esercito gode l'affetto cordiale del Paese. Oggi non vi sono manifestazioni militari, per quanto contenute in termini modesti, come vogliono i tempi nuovi, a differenza delle manifestazioni orgiastiche o panoramiche del cessato regime, le quali non trovino il pieno consenso dell'anima popolare.

Un tempo, dai banchi dell'estrema, un deputato e poeta che veniva dalle schiere garibaldine, disse che l'esercito doveva essere l'anima armata della nazione. Oggi questa seducente verità, allora immatura, sta diventando realtà. Noi non pensiamo a guerre nuove. Chi ha fatto la guerra nel passato sente tutto l'orrore delle guerre future. (Approvazioni).

Per questo, con l'anima rivolta agli ideali umani della pace, della fraternità e del lavoro, noi vogliamo fare delle forze armate la scuola della Nazione: scuola di coraggio, di disciplina e di educazione civile: le armi di guerra serviranno così alle arti della pace. (Vivi applausi).

Presidente Terracini. Date le obiezioni sollevate da alcuni colleghi prima della sospensione della seduta circa la decadenza di oratori iscritti a parlare, farò di nuovo l'appello di questi, i quali — forse assenti poco fa — potevano avere mal calcolato l'avvicendamento del loro turno nella discussione.

L'onorevole Crispo risulta in congedo.

L'onorevole Coppa non è presente; l'onorevole Corsini non è presente; l'onorevole Abozzi è ugualmente assente.

Chiedo all'onorevole Rodi se, essendo ora presente un maggior numero di deputati, desidera prendere la parola, cui prima aveva rinunziato.

Rodi. Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, dirò rapidamente qualche cosa intorno a questo Titolo e sono lieto che questa sera l'atmosfera sia familiare; il che mi consentirà di parlare con maggior disinvoltura.

In questo Titolo è sancito il diritto di voto, diritto estremamente importante perché con esso vediamo ripristinate la democrazia e la libertà sulle quali ci soffermiamo per delineare la loro nuova fisionomia. E dico nuova, perché l'evoluzione dei tempi vuole che questa libertà presenti tante fisionomie per quante sono le ere storiche.

A me sembra sia sufficiente in una Costituzione affermare semplicemente il diritto di voto; quella espressione aggiunta al secondo comma per cui il suo esercizio è dovere civico e morale credo non debba trovar posto nell'articolo e ne ho proposto infatti la soppressione.

Ne ho proposta la soppressione innanzitutto perché sia lasciata al cittadino la libertà di voto; e poi perché la nostra preoccupazione odierna è quella di abituare il nostro popolo all'esercizio del libero voto, senza tuttavia che la Costituzione debba sancire un dovere che potrebbe essere o un obbligo o il richiamo ad una realtà che si teme non compresa e non sentita dal popolo.

Credo perciò che basti in una Costituzione affermare semplicemente che il diritto di voto è uguale per tutti.

Ha parlato or ora l'onorevole Gasparotto sul servizio militare. Credo che, nelle condizioni in cui si trova l'Italia attualmente, il servizio militare debba essere effettivamente obbligatorio.

Io ho letto che una corrente è contraria a questa obbligatorietà, forse perché questa corrente si è ispirata alla necessità di conferire al servizio militare quel carattere di volontariato che dovrebbe essere già completamente formato in quella gioventù che deve rappresentare l'esercito nuovo. Noi però non possiamo rompere una tradizione con la stessa rapidità e con la stessa fermezza con la quale si può tagliare un nodo gordiano; e quindi l'obbligatorietà del servizio militare dovrebbe essere conservata se non altro per il fatto che il servizio militare obbligatorio ha dato alla nostra gioventù il modo di completare la sua educazione e questa gioventù nostra suol prepararsi in anticipo al servizio militare: questa sua obbligatorietà prepara anche lo spirito di questi giovani.

Però, nell'ultimo capoverso dell'articolo 49, si dice: «L'ordinamento dell'esercito si informa allo spirito democratico della Repubblica italiana».

L'onorevole Gasparotto ha già parlato di questo spirito democratico; e non sono certamente io che posso oppormi all'essenza di questo capoverso, perché, evidentemente, in uno Stato democratico anche l'esercito deve avere una fisionomia democratica. Però, osservando bene questo capoverso, dirò che esso è o privo di significato in una Nazione democratica, o si può prestare ad un'interpretazione particolare, se non altro perché la contingenza attuale, in cui troppo spesso si parla di spirito democratico, potrebbe nascondere un pericolo del quale noi abbiamo già fatta un'amara esperienza; e cioè l'ingerenza politica nelle file dell'esercito. Dicevo amara esperienza, perché in tutti i tempi, sol che la politica si infiltri nelle file dell'esercito, questo viene ad essere dominato da una forza estranea che turba essenzialmente le sue funzioni; ed anzi, poiché l'onorevole Gasparotto ha chiamato — riferendosi ad antiche parole — l'esercito «anima armata del popolo» — è essenziale che quest'anima armata rimanga estranea ad influenze esterne, che potrebbero compromettere la sua compagine, come è già difatti avvenuto.

Quindi, noi non possiamo parlare di esercito democratico e di esercito antidemocratico; noi dobbiamo parlare soltanto di «esercito»; tanto più che l'esercito ha le sue leggi speciali, ha la sua particolare fisionomia, ha le sue gerarchie ben stabilite; ha insomma tutte quelle forze che, unite insieme, pur se divise gerarchicamente, danno l'aspetto di «anima armata» alla Nazione.

E io credo che sarebbe opportuno sopprimere questo capoverso, per lasciare all'esercito il suo pieno significato; in modo, cioè, che al nostro esercito, educatore soprattutto di giovani, sia lasciata la sua autonomia, la sua indipendenza e la sua particolare fisionomia.

E qui entriamo nell'articolo 50, nel quale è sancita — nientemeno — la resistenza all'oppressione. Naturalmente, io non ricerco la parte ideale di questo articolo o di questo comma, perché, idealmente parlando, è chiaro che ciascun popolo della terra ha diritto a ribellarsi contro chi violi le leggi fondamentali della libertà e contro chi tenti, comunque, di instaurare una dittatura. Ma questo principio ideale, signori, non può essere sancito da una Costituzione, per le ragioni che dirò appresso. Perché io non voglio chiamare questo capoverso un vero e proprio riconoscimento del diritto rivoluzionario, ma, comunque, ha qualche cosa di simile, perché è come se noi dicessimo ad un popolo che, qualora un determinato Governo tentasse di instaurare una forma dittatoriale, esso ha il diritto di ribellarsi. Ebbene, il diritto c'è; ogni popolo civile deve ribellarsi alla dittatura; ma se scendiamo da questa concezione ideale alla pratica, noi possiamo — o potremo — trovarci di fronte ad un pericolo non indifferente.

La resistenza di questo popolo contro l'oppressione da chi è organizzata? Evidentemente l'organizzazione di una simile resistenza non può essere esercitata che da un ente politico, il quale ente politico — come sappiamo per esperienza — ha sempre le sue particolari vedute; ed è molto probabile che questo ente politico, per perseguire propri fini e propri intenti, interpreti in maniera non del tutto serena e non del tutto imparziale certi atti d'un governo; e noi potremmo trovarci di fronte al gravissimo problema di un ente politico che, non vedendo sancite le proprie ideologie da un governo, lo consideri violatore delle libertà fondamentali e provochi la ribellione del popolo contro questo governo.

Perché la ribellione del popolo, per quanto possa essere istintiva, dev'essere organizzata; ed è su questa organizzazione che desidero fermare la vostra attenzione, e soprattutto sull'ente che organizza e sulle interpretazioni che si vogliono evitare. E quindi, sancire nella Costituzione questo diritto alla ribellione è come dare un'arma ad un qualsiasi ente politico, in un qualsiasi, momento della nostra storia politica, per consentire che una frazione di popolo si ribelli contro il governo.

E perché? La resistenza all'oppressione non è che un fatto storico, il quale nasce spontaneamente dagli eventi; e noi non possiamo in anticipo prevedere un simile evento e addirittura preparare l'organizzazione acché questo evento segua un corso anziché un altro.

Perciò, anche per questo capoverso ho proposto la soppressione.

Nell'articolo 51 si parla di giuramento. Qui forse il problema è anche più delicato. Non è il caso di fare una storia del giuramento, che trova le sue origini nelle più antiche superstizioni pagane, ma è certo che attraverso i tempi la solennità e la particolarità superstiziosa del giuramento sono andate illanguidendosi sino al punto che oggi io oso affermare che il giuramento è una formalità, e come formalità io non so fino a che punto il giuramento possa avere un valore morale. È certamente oggi un'espressione resa semplice dall'abitudine, resa semplice dalla facilità con la quale può essere anche dimenticato il giuramento, resa semplice dalla mancanza di solennità del giuramento stesso; ma questa mancanza di solennità non è affatto mancanza di rispetto ad una tradizione; è soltanto un fatto fatale, che ha portato il giuramento da esponente massimo della moralità e della superstizione di un popolo ad una formalità nei tempi nuovi.

Del resto, in Italia, se il giuramento avesse avuto veramente il valore che noi vogliamo riconoscergli nella Costituzione, avremmo avuto nella nostra amministrazione statale una specie di rivoluzione. Ed è accaduto, specialmente a proposito della trasformazione del regime istituzionale, che i nostri ufficiali, i nostri funzionari, si son trovati di fronte ad un singolarissimo bivio: cioè o ripetere un giuramento o chiedere la dispensa dal servizio.

E quindi, se poniamo l'ipotesi che tutti coloro che hanno nutrito sentimenti monarchici non avessero sentito di ripetere il giuramento in forma repubblicana, noi ci saremmo trovati di fronte ad un dilemma: o la rinunzia al servizio da parte degli ufficiali e funzionari dello Stato, o il loro piegare la testa di fronte ad una nuova necessità. In questo secondo caso il giuramento ha un valore indefinibile, anzi, direi, non ha quasi valore, perché non impegna affatto la coscienza del cittadino.

Del resto, per noi basta il contenuto dell'articolo 50, nel quale si dice che ogni cittadino ha il dovere di essere fedele alla Repubblica, di osservare la Costituzione e le leggi, di adempiere con disciplina ed onore le funzioni che gli sono affidate.

Se noi in questo articolo abbiamo delineato la figura morale del cittadino che deve obbedire alle leggi dello Stato e che deve con onore servire la Patria, non vedo la necessità di un giuramento che vincoli l'uomo alle parole che egli sottoscrive; tanto più che lo vincola spesso senza che egli si renda conto dell'importanza che si vuol dare al giuramento. E anche per questo articolo ho proposto la soppressione, perché per noi, uomini moderni, c'è solo un giuramento, il giuramento che possiamo fare nel profondo della nostra coscienza morale, e nel profondo dei nostri ideali. (Applausi e congratulazioni a destra).

Presidente Terracini. È iscritto a parlare l'onorevole Caristia. Ne ha facoltà.

Caristia. Onorevoli colleghi, volentieri mi sarei risparmiato e avrei risparmiato all'Assemblea questo discorso, se non fossi convinto che nell'ora che attraversiamo, così densa di pericoli e così decisiva nella storia della nuova Italia, la responsabilità, che incombe agli uomini di pensiero, non è inferiore a quella degli uomini di Governo e dei politici in genere.

Mi limiterò a fare alcune osservazioni sugli articoli compresi nel quarto Titolo della prima parte del progetto nel loro precipuo significato e nello spirito che li allaccia a tutti gli altri.

Questo è, a mio avviso, il Titolo più interessante, perché fissa le basi e le supreme ragioni della Repubblica e regola l'esercizio di quei diritti che pongono in essere il Governo democratico.

Devo, quindi, fare assegnamento sulla vostra sopportazione, e chiedo venia se sono costretto a superare, sia pure di poco, il limite di tempo concesso.

La nuova Costituzione sostituisce anche in questa parte relativa ai diritti politici, il vecchio Statuto albertino. Occorre, innanzi tutto, a mio avviso, compiere un atto di elementare giustizia che renda omaggio a tale documento, perché se è morto, è morto onoratamente. Perché esso ha guidato, per circa un secolo, il popolo italiano sulle vie della libertà e ha permesso che, a pochi anni di distanza dalla promulgazione, il Governo costituzionale puro si adagiasse, per oltre mezzo secolo, nella forma parlamentare, e in un processo, che, ad onta delle lacune, delle incertezze e delle degenerazioni, ebbe sempre di mira, specie negli ultimi decenni, l'instaurazione di una democrazia progressiva. E il processo era in pieno svolgimento quando i disordini del dopoguerra e la nostra viltà permisero alle milizie fasciste di interromperlo, rendendo, in apparenza, omaggio alle regole imposte dal vecchio documento, col fermo e larvato proposito, come difatti avvenne nel giro di pochi anni, di renderlo lettera morta. E parve che nessuno si accorgesse di nulla; ché, anzi, non mancarono insigni filosofi e pubblicisti più insigni, che si accinsero a dimostrare questa tesi, che agli occhi del presente è ridevole, e che allora sembrò cosà molto seria e ben fondata: che, cioè, i nuovi governanti intendevano risalire allo spirito genuino dello Statuto per interpretarlo e attuarlo esattamente e non falsamente, come era accaduto all'insipienza dei Governi demo-liberali. Il resto è risaputo e conviene, per carità di Patria, tirare un velo, sul miserando passato.

Quando l'ultimo re di Savoia fu costretto a varcare i confini del territorio nazionale, lo Statuto era morto da un pezzo, e non a caso a questa morte tenne dietro, sia pure ad una certa distanza, l'estinzione della monarchia. Molti sono ancora quelli che piangono amaramente e sinceramente su queste rovine; ma non sarebbe stato difficile, a mente fredda, prevedere che il crollo del fascismo avrebbe fatalmente provocato il crollo di quell'istituto, che, come ogni altro, e forse più di ogni altro, lo aveva sorretto.

Sulle rovine dello Statuto e della monarchia si erige ora la nuova Costituzione repubblicana. Sparisce la camicia nera e trionfa il berretto grigio. Sommersa nel profondo l'intera fauna della civiltà fascista, un'altra si estende e propaga al suo posto, con maggiore rapidità. Nella prima, sotto la sferza vicina o lontana dell'unico leone, vivevano, attraverso le plaghe del territorio del regno, vita lussureggiante, e in gran numero, pappagalli, asini e scimmie, fra cui certe specie nobilissime, come quella dell'homo sapiens, che teorizzava lo stato etico, col metro e nel senso del leone, terminando in un osanna che tutti i pappagalli ripetevano in coro; nella seconda scorazzano, sfoggiando i variopinti colori, molte specie di camaleonti, che difendono strenuamente — segno dei tempi — quelle stesse libertà che, in un passato non molto remoto, ritennero superflue o pregiudizievoli all'interesse della Patria. Chiudiamo la breve parentesi, che vorrete, spero, perdonarmi, e passiamo dal terreno delle immagini a quello delle realtà operanti.

Anche se la monarchia avesse vinto la prova del 2 giugno dello scorso anno, assai difficilmente si sarebbero potute adattare le tendenze e le aspirazioni del dopoguerra sulla trama dello Statuto albertino; il quale, come tutti i documenti del genere, è figlio del suo tempo, porta i segni del tempo e appartiene a quel ciclo di esperienze, in cui l'attenzione del costituente era quasi del tutto attirata dall'aspetto politico, lasciando nell'ombra quell'altro, che va da un pezzo assumendo importanza di prim'ordine: l'aspetto sociale. Ora il tempo è mutato e va mutando sotto i nostri occhi, da oltre mezzo secolo.

L'ascensione progressiva delle classi operaie e le varie correnti del socialismo hanno contribuito alla formazione di una nuova coscienza politica, che non si appaga delle vecchie formulazioni del costituzionalismo del secolo XIX, e vive nell'attesa di nuovi ordinamenti che meglio provvedano al rispetto, allo sviluppo e alla tutela della personalità umana. Non vi è popolo o paese, che sia riuscito a sottrarsi alla logica degli eventi; e questa logica ha trovato ampio svolgimento soprattutto nelle Costituzioni, che seguirono la fine della prima guerra mondiale, e continua a svolgersi, con un ritmo forse troppo accelerato, in quelle che, di mano in mano, si vanno formulando in Europa, dopo la seconda.

Anche quella che andiamo discutendo è un prodotto degli stessi bisogni e un corollario della stessa logica. Anche la nostra tende a vivere e a svolgersi in un clima, che assicuri, nell'ordine, l'esistenza di una democrazia progressiva perché intesa a conciliare l'esercizio dei diritti di libertà con le esigenze di una più alta giustizia sociale.

Democrazia e repubblica sono i pilastri della nuova Costituzione, e la democrazia, nel suo aspetto politico, ch'è quello sostanziale, si attua attraverso il godimento e l'esercizio del diritto elettorale attivo e passivo. L'articolo 45 del progetto è inteso ad applicare, col più ricco contenuto, il principio del suffragio universale, principio cui si era, d'altronde, inspirata anche la legislazione precedente.

Si è detto e si ripete agevolmente che di democrazie ne esisteranno di vari tipi e colori; si è detto e forse troppo ripetuto che la democrazia — almeno quella tradizionale — ha fatto il suo tempo ed è, anzi, morta sotto il peso delle sue stesse colpe o debolezze. Troppo lungi sarei costretto ad andare e troppo dovrei abusare della vostra sopportazione, se volessi, sia pure brevissimamente, attardarmi nel correggere certi errori, che, pur largamente diffusi, non cessano di esser tali. Queste nenie e queste condanne ricordano, del resto, certe altre, che si sogliono troppo superficialmente ripetere a proposito del liberalismo, e servono, in genere e nella maggior parte dei casi, a dimostrare che la cultura politica non è in Italia, ad onta della prodigiosa colluvie di carta stampata che caratterizza il momento attuale, molto progredita.

La democrazia non è morta, come non è morto il liberalismo. L'una e l'altro hanno ancora, tra i rami secchi, che insidiano la vita e lo sviluppo di ogni dottrina, e ad onta degli adattamenti imposti da nuove esigenze, succhi vitali che ne assicurano la persistenza. Ma la democrazia ha anche i suoi canoni essenziali e basilari, che si attuano in ogni tempo e in ogni luogo; canoni che, ad onta delle diverse interpretazioni, coincidono nell'identica sostanza. La democrazia americana è, sotto questo aspetto, allo stesso livello di quella instaurata, quattro secoli avanti Cristo, nella repubblica ateniese. Il principio dell'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e quello non meno basilare della necessità che tutti proporzionalmente partecipino alla vita pubblica si sono affermati, attraverso i secoli, sia pure con vario contenuto, nell'identica sostanza. Questo ho cercato di dimostrare in altra occasione e in forma più adeguata. Qui debbo limitarmi ad osservare che la maggior parte dei rimproveri volti contro le istituzioni democratiche possono anche rivolgersi, con pari agevolezza, contro altre forme di reggimento politico, per la semplicissima ragione che non esistono, come è risaputo, forme perfette, ma soltanto forme più o meno adatte a un dato Paese e ad un dato momento storico. E non sarà del tutto inutile aggiungere che, nella maggior parte dei casi, le critiche o gli assalti non vengono da studiosi o maestri disinteressati, ma da spiriti inclini più a servire che a vivere in libertà, i quali aspirano, più o meno consapevoli, alla dittatura o ad altre forme similari, che potranno avere il pregio dell'originalità senza essere mai democratiche. Ma la democrazia non è soltanto caratterizzata da principî che, più o meno fedelmente, vanno attuandosi. È anche una fede: fede nella bontà intrinseca dell'autogoverno, fede nelle sorti progressive del genere umano, che oggi vuol dire delle classi più numerose e meno abbienti.

In tal senso la nuova Costituzione è e vuol essere democratica. Non esiste democrazia dove manchi un contrasto d'idee alimentato dalla presenza di diversi partiti, dal rispetto per i diritti delle minoranze e dall'assiduo controllo su tutti i rami della pubblica amministrazione.

Ma ecco che vicino a questa democrazia dai contorni semplici e nitidi, ricca di esperienze, in cui si proiettano, tra le ombre, che contornano tutte le umane vicende, fasci di luce benefica, un'altra se ne va disegnando, dai contorni incerti e sfuggenti, che talora si mostra a un livello, al quale può spingersi l'occhio nudo, e talora si allontana e si perde, sfumando in certe nebbie, che si fanno sempre più fitte, e in cui l'occhio nudo non penetra affatto o assai difficilmente riesce a penetrare.

Si parla di ordine nuovo, si parla dell'avvento di una nuova classe dirigente, di una profonda trasformazione economica, che dovrebbe produrre la nuova classe politica e la nuovissima forma di Governo popolare, in cui il popolo non è concepito secondo i dettami della dottrina tradizionale, ma in un certo senso e in un certo modo, con esplicito riferimento all'attività economica espressa dall'individuo o dal gruppo.

Più di una volta, di recente, si è, in questa aula, accennato, da parte di colleghi, per i quali nutro grande stima, a quest'ordine di idee, che si va agitando e di fatti che andrebbero maturando; ed io non voglio impegnarmi in una partita, che ci porterebbe necessariamente molto lontano dalla pista entro cui il nostro dibattito deve svolgersi. Dirò soltanto che più d'una volta, e segnatamente negli articoli, che vanno dal 45 al 50, si accenna alla cittadinanza e aggiungerò subito che in essi il concetto di cittadinanza è o sembra intimamente legato a quello di popolo; ma il nesso, che, nella dottrina, è mezzo di chiarificazione, diviene nel progetto fonte d'incertezza o di equivoci, alla luce dell'articolo 31; incertezza ed equivoci, che si sarebbero fatalmente perpetuati, se la maggioranza dell'Assemblea non si fosse decisa a sopprimere l'ultimo capoverso.

Qui più che altrove si appalesa il conflitto fra opposte tendenze, che premono, con pari energia, sulle norme e i principî dello stesso progetto; e, anche qui, le ombre si accavallano alla luce; e le ombre sovrastano proprio là dove sarebbe necessaria una luce più abbondante. Inconveniente che si sarebbe potuto, senza sforzo, evitare, se, piuttosto che prestare docile orecchio ai suggerimenti di certe Costituzioni tagliate sul tipo di quella di Weimar, si fosse seguito l'esempio di quella recentissima della repubblica francese, più abile, più logica, più breve e, non per questo, meno progressiva; pur avendo saggiamente rinunziato all'enunciazione di massime o di canoni volti a teorizzare intempestivamente l'idea o l'esperienza, che si va attuando in modo ancora confuso e ancora senza espressioni concrete e ben delineate.

Solo una chiara enunciazione dei diritti da esercitare e dei doveri da compiere riuscirà a preservare la persona dal pericolo di perdersi tra le strettoie del Governo totalitario. Io non credo — e nessuno di quelli che siedono in questo settore lo crede — che la democrazia «si possa raffigurare, come ha scritto uno dei nostri più eminenti colleghi, che (notate bene) non è all'estrema destra, quale «esercizio molesto e spensierato di libertà che tende alla soppressione di se stessa». Essa è, per noi, strumento di educazione ed elevazione del popolo, partecipe, in vari modi ed in diversi momenti, soprattutto attraverso l'esercizio dei diritti politici, della vita dello Stato, del popolo, inteso nel senso legale, e non di una sola classe.

È ormai inutile chiedersi se la democrazia abbia potuto vivere o non vivere all'ombra della monarchia; domanda oziosa, perché nella storia delle istituzioni politiche quel che più conta è lo spirito e non l'involucro formale, perché la democrazia, quantunque abbia tratti essenziali e fondamentali, va, come tutte le manifestazioni dello spirito, soggetta ad arricchimento, impoverimento o deperimento. Ma nessuno potrebbe contestare che essa è, per lunga tradizione, strettamente legata alle sorti delle istituzioni repubblicane, che l'esperienza storica ci mostra come un superamento o assoggettamento del potere regio.

Ma chi è incline al paradosso potrebbe anche ipotizzare una monarchia socialista. Lo stesso re, difatti, che ripose, così a lungo, la sua fiducia nelle mani di un primo ministro, responsabile e irresponsabile, perché munito di poteri dittatoriali e affiancato da un partito, ma presunto interprete fedele della maggioranza, potrebbe riporla in un altro ministro-dittatore, affiancato da un altro partito unico di opposta tendenza, ma del pari interprete fedele di una presunta maggioranza. Ma lasciamo da banda le ipotesi e contentiamoci di notare che la nuova Costituzione è democratica perché repubblicana, ed è repubblicana perché democratica.

Purtroppo, esiste ancora in Italia molta gente degna di riguardo, la quale si intenerisce, si rattrista e trema di pietà al solo ricordo del re lontano; gente semplice e ignara delle tristi vicende, che legarono, a doppio nodo, le sorti della monarchia a quelle del fascismo; gente sospinta, come i primitivi, dal bisogno insopprimibile di solennità e di fasto, la quale pensa che l'autorità abbia maggiore consistenza e resistenza quanto più sappia circondarsi di diademi e lampade incandescenti, di paggi, trombettieri e alabardieri; gente semplice e ingenua, che non ha nulla in comune coi dottrinari severi e intransigenti, i quali lottano a punta di logica.

In verità, il duello secolare fra quelli che contestano e quelli che affermano che la monarchia sia da preferire ad ogni altra forma di reggimento politico, non è ancora finito e potrebbe anche durare fino alla consumazione dei secoli; ed è inutile aggiungere che siffatta contesa ci lascia pressoché indifferenti; perché un problema posto in questi termini non ha senso o ha poco senso e perché, quel che più conta, esso non incide sulla realtà del momento. E giova soprattutto notare che, fra le varie disposizioni del progetto che andiamo discutendo, solo quelle relative alla nuova forma di Governo rappresentano l'intervento diretto della volontà popolare espressa mediante il «referendum»; e potrei fare a meno d'insistere su questo argomento, se i motivi che legittimano la nuova forma di Governo non avessero un intimo legame con l'obbligo di fedeltà imposto dall'articolo 50 del progetto.

I monarchici diranno o ripeteranno che i procedimenti del 2 giugno non furono legali e che un problema così grosso come quello istituzionale non può risolversi a colpi di maggioranza. Al che sarà facile rispondere che all'accertamento della legalità provvidero organi appositi e che il principio maggioritario conta secoli di storia e ha trovato un larghissimo campo di attuazione nel diritto germanico e in quello canonico, insediando nell'ufficio una lunga serie d'imperatori e di papi. Ma il problema va posto in termini più concreti e va risolto nel campo della responsabilità. E vale, la pena di richiamare l'attenzione di quelli che trarranno scandalo dall'obbligo di cui all'articolo citato, e su cui converrà soffermarsi in seguito su alcune circostanze che mi sembrano più particolarmente degne di nota.

Nessuno potrebbe dubitare che l'Italia d'oggi nasce da una forte reazione contro il fascismo, il quale, screditando e vanificando, con ogni mezzo, le istituzioni democratiche e perseguendo il sogno di un imperialismo forsennato, ha spinto il Paese verso il baratro, dove tutti, fascisti e antifascisti, soffriamo amarissime pene. Questo conviene soprattutto tener presente e questo spesso si dimentica. Né giova osservare, allo scopo di eludere ogni responsabilità, che nessuno volle il fascismo e che esso fu il prodotto di certe correnti di idee che, nel dopo guerra, prevalsero in Italia e fuori d'Italia. Una grossa antologia di molti volumi tutti tronfi ed osannanti alla sapienza infallibile del duce proverebbe agevolmente il contrario. Un disastro si subisce, non si magnifica. Ma non è il caso di perdersi in inutili recriminazioni. Sarà invece lecito domandarsi se nel clima antifascista, che caratterizza l'odierna vita pubblica, sarebbe stato giusto, utile ed opportuno conservare una Corona più volte umiliata dietro il carro del dittatore, intima collaboratrice dell'opera nefasta, che i gerarchi andavano svolgendo, indisturbati, entro e fuori i confini del Regno; se sarebbe stato conveniente continuare a prestar fede e rendere omaggio a un titolare che, ad onta del giuramento prestato, ha assistito, impassibile, senza un grido di protesta, allo scempio di quella Costituzione che i padri avevano concesso, giurato ed osservato fedelmente; se sarebbe stato giusto, nell'immensa rovina che ci affratella, e nell'immediato dopo guerra, serbare il trono a una dinastia che, ad onta della silenziosa resistenza di grandi masse, si lasciò travolgere e ci travolse nella guerra sterminatrice.

La difesa, abile e malaccorta, che attribuisce al monarca il merito di aver liberato l'Italia dal fascismo e si compiace di descriverlo come una vittima abbandonata dal popolo e dal parlamento fra gli artigli nefandissimi del duce, vittima fortemente e lungamente tormentata dallo spettro della guerra civile, non è del tutto arbitraria. Ogni errore porta nel suo fondo un'anima di verità.

Si potrebbe piuttosto domandare alla medesima difesa quanto ci sia di vero nelle cronache del tempo, che narrano di un re, il quale mosse in devoto pellegrinaggio per onorare la memoria dei genitori del fondatore dell'Impero; che riferiscono certi discorsi della Corona, in cui il monarca, lieto del felice connubio fra lo scudo della dinastia ed i segni del littorio, magnificava l'esito di quei plebisciti — ludi cartacei — in cui meglio si esprime il cinismo e la menzogna della democrazia totalitaria; che narrano di un principe ereditario il quale s'inchinò un giorno a Milano, compunto, sulla polvere del «covo» e attese, un altro giorno, con rispetto, sullo scalone della reggia di Capodimonte, il segretario federale con in mano la tessera preziosa di figlia della lupa per la principessina neonata; e di un altro principe, il quale, in epoca più recente, accettò nel tripudio delle armi vittoriose dell'asse, la corona del regno di Croazia, ecc.

Io credo che anche gli spiriti animati da eccessiva indulgenza, ma non del tutto accecati dalla passione, finiranno per dare un certo peso a queste cronache.

Comunque, è fuori dubbio che la repubblica tende ad un più largo riconoscimento dei diritti pubblici soggettivi, in genere, e dei diritti politici in modo peculiare.

Negli ordinamenti fascisti lo Stato era tutto e l'individuo un vero strumento per l'attuazione dei fini di esso Stato o della Nazione, incarnati nella saggezza di oligarchi infallibili. Il capo, con voce d'oracolo, parlava, e una fitta schiera di maestri e discenti ripeteva, poco importa, se sinceramente o insinceramente, ma sempre fedelmente. La nuova Costituzione si erige su opposti principî. Essa non è intesa a gonfiare lo Stato a spese dell'individuo. Si ispira alla vecchia concezione cristiana, che scorge nel consorzio politico uno strumento atto a soddisfare i bisogni dei gruppi e degli individui consociati. Riconosce, ma non esaspera il principio d'autorità, perché accentua la sua natura strumentale, e risolve, come aveva fatto in uno dei suoi momenti più felici la filosofia politica scolastica, il «dominium» in «officium».

La prima parte del progetto è intesa ad affermare ed a tutelare, sotto nuova luce, i diritti della personalità umana in quanto tale. Ma è evidente che, fra tutti, quelli che meglio e più direttamente assicurano l'attuazione di un Governo democratico, sono i diritti politici.

Si potrebbe osservare, e non senza qualche fondatezza, che questi diritti non trovano, nell'economia della Costituzione, un perfetto addentellato con quelli affermati e garantiti nei Titoli precedenti; e si potrebbe anche notare che il progetto, come tutte le opere dell'uomo, specie quelle compiute entro un lasso di tempo predeterminato, non è immune da certe mende: sovrabbondanza di espressioni, soverchie dichiarazioni, facili promesse, evidenti sproporzioni, ecc. E non pochi colleghi, da vari settori di quest'aula, hanno avuto, più o meno opportunamente, occasione di scoprire queste e altre mende forse più gravi. Ma il tempo dei Soloni e dei Licurghi è tramontato da un pezzo e forse per sempre. Il mondo moderno cammina, ordinato o disordinato, a gruppi, e non è più in grado di produrre il legislatore sapientissimo. La nuova costituzione non è opera di un solo ma di molti uomini di buona volontà e di essa potranno più equamente appresso giudicare

coloro

che questo tempo chiameranno antico.

Anche in questo, come negli altri Titoli del progetto, confluiscono, spesso partendo da opposte rive, diverse correnti che un occhio esperto potrebbe identificare nella loro maggiore o minore portata; correnti che rappresentano vari modi di concepire il mondo e la vita politica: liberalismo, socialismo, democrazia cristiana, a tacer d'altri, che senza sforzo potrebbero rientrare in questi tre. E se tali correnti si toccano, o intersecano, si disgiungono o si ricongiungono senza mai fondersi nella coerenza e saldezza di un volume, ciò accade, più che per intenzione o come è stato, non senza leggerezza, più volte, notato, per virtù di compromesso, per la profondità della crisi che attraversiamo, in cui le linee del vecchio si sovrappongono a quelle di un nuovo mondo che si va formando e proiettando nel futuro.

Il liberalismo vi confluisce, quantunque per vie più profonde e a mala pena percettibili, in vario modo.

Coloro che pensano che il liberalismo abbia fatto il suo tempo e sia morto quadriduano, non sembrano molto bene informati su quanto è accaduto e va accadendo, specie nel secolo ventesimo, in Inghilterra; e, se la nostra classe politica fosse più spiritualmente nutrita e i partiti più vigili nello scoprire e notare esattamente quel che accade in casa altrui, questi e quella avrebbero visto agevolmente che il liberalismo di oggi ha percorso un lungo cammino, e, se non ha ripudiato del tutto i suoi canoni originari, li ha in tutto o in parte, modificati, adattandoli alle esigenze dei tempi nuovi. E non a caso il Paese classico del liberalismo economico si annovera primo o tra i primi di quanti abbiano dato corpo ed efficacia ad una legislazione sociale. Ma, più che il liberalismo d'oggi, quello di ieri penetra e continua a diffondersi nelle Costituzioni contemporanee, le quali tutte sono indotte da una necessità inderogabile a proclamare e a garantire quei diritti di libertà e quei diritti politici che oggi appaiono come un presupposto della vita civile.

L'altra corrente, che preme con pari energia, è rappresentata dal socialismo nelle sue varie aspirazioni o interpretazioni.

Le Carte o Statuti del secolo diciannovesimo non ebbero altra meta che quella di imporre limiti ben definiti al potere assoluto del principe, limiti da cui derivassero ai singoli cittadini il godimento e l'esercizio di speciali diritti, che li rendessero partecipi della vita pubblica. Ma tanto i diritti politici quanto i diritti di libertà, e specialmente i primi, si attuavano sopra un terreno appartato, che accoglieva le pretese affacciate per lo sviluppo della personalità umana, ignorando del tutto o quasi del tutto la struttura dei rapporti economici entro cui quei diritti si andavano esercitando. Il movimento socialista, di mano in mano che è andato più e meglio affermandosi, ha obbligato il costituente a tenere stretto conto di tale struttura. Fu così che durante il secolo ventesimo il riconoscimento di diritti civici e politici venne integrandosi con quello dei così detti diritti sociali. Il lavoro fu oggetto di particolare considerazione e i rapporti di lavoro fornirono nuova materia alle regole della Costituzione. Di questo movimento, che non si esaurisce in quello imprigionato nella ricca bardatura marxista, è un largo riflesso più che nel quarto, nel terzo Titolo della prima parte del progetto.

La terza dalle correnti, che cercano e trovano uno sbocco nella Costituzione, sembra più tenue perché meno appariscente e perché emersa a vista d'occhio in un passato a noi più prossimo. Ma in realtà essa attinge i suoi succhi vitali e affonda le sue radici in un passato, che risale nei secoli, per ricongiungersi alle prime esperienze del divino messaggio; e, ponendo a centro e guida della propria esistenza lo spirito della tradizione cristiana anche nella vita civile, si pone in aperto contrasto con le altre perché entrambe intese a ricacciare siffatta tradizione nell'ambito angusto della vita privata, quando non si ingegnino di negarla o, comunque, degradarla.

Questa tradizione due volte millenaria vive e si va perpetuando, di qua e di là dell'oceano, attraverso l'opera di un grande sodalizio, che non conosce limiti politici o geografici e, che nessuno può, ignorare; immenso sodalizio, che ha confuso la sua vita con quella dell'umanità civile. Sembra ingenuo e antistorico pensare che questo sodalizio, il quale possiede un corpo di dottrine in cui l'umano si intreccia col divino, che ha esercitato, per secoli, un magistero supremo perché al di sopra di competizioni, di razza o di casta, possa ad un tratto estraniarsi dalle vicende che interessano il mondo politico. È ingenuo e antistorico pensare che la vita cristiana, quando sia veramente e integralmente vissuta, possa restringersi entro la cerchia ben limitata di esperienze individuali o liturgiche, senza mai penetrare nel sacrario della vita sociale o politica. È assurdo pensare che un organismo, che possiede l'energia e la compagine della Chiesa cattolica, la quale non rinunzia e non rinunzierà mai al titolo di maestra delle genti, possa vivere, di fronte al consorzio civile, senza minimamente interessarsi delle sue sorti. Accadde, invece, e accade e accadrà sempre il contrario.

L'insegnamento della Chiesa si diffonde, anche oggi, in mille modi e penetra, visto o non visto, anche tra le maglie della Costituzione. Ma chi, giovandosi di vecchi equivoci e ripetendo accuse tante volte rintuzzate, dicesse che in Italia esiste un partito cattolico, affermerebbe cosa del tutto inesatta; giacché quello che, a titolo di merito o demerito, vorrebbe qualificarsi come tale, rivendica la sua perfetta autonomia nel campo delle competizioni politiche, dove assume intera responsabilità dei suoi atti. Ma crede in pari tempo — e questo è il suo carattere differenziale — che la Chiesa non abbia ancora esaurita la sua missione e che dal suo insegnamento possa ancora trarre utile profitto non soltanto la vita dei singoli ma anche quella dei gruppi: dalla società familiare a quella internazionale.

La Costituzione non può ignorare l'esistenza di questo grande organismo, che ha il suo centro nel cuore del territorio. Nessuna politica ecclesiastica potrà tenere un contegno passivo o del tutto indifferente. Anche qui l'esperienza insegna che il contegno potrà essere aggressivo o difensivo o d'altro genere; ma mai di assoluta indifferenza. Appunto per questo il progetto ha proposto che anche la Repubblica regoli i rapporti fra lo Stato e la Chiesa in base ai Patti lateranensi; e non certo per rendere omaggio al facile successo, peraltro ben presto sciupato, del governo fascista. Il quale, mentre ostentava un grande rispetto per il rito cattolico, in realtà mortificava sempre più la fede religiosa, considerata instrumentum regni. Anche a tal proposito la nuova Costituzione segna un progresso. Accolto il principio della libertà religiosa, estranea ai sotterfugi e ai ripieghi insiti in ogni forma di giurisdizionalismo, sinceramente compresa di rispetto per la tradizione e l'autorità della Chiesa, ne riconosce la piena indipendenza. Col che non fa che trascrivere in termini giuridici gli aspetti più salienti della politica ecclesiastica di quest'ultimo quarto di secolo, che ha assistito a un graduale avvicinamento delle due potestà, per diverso titolo supreme, di mano in mano che i vecchi rancori e le vecchie posizioni si andavano placando e mutando, e un nuovo spirito di comprensione reciproca conciliava al pontificato romano, specie durante e dopo l'ultima guerra, una larga sfera di simpatie anche in ambienti e tra personalità un tempo ostili.

Ma la nuova Costituzione non è il toccasana, non è un libro di ricette per guarire tutte le malattie del corpo politico o sociale; non è il segreto della felicità e non è scritta per instaurare quel perfetto governo, che non esisterà mai. Ha propositi e prospettive più modeste. Traccia un semplice binario per guidare la Repubblica verso un migliore domani.

Non è un codice perfetto e immune da ogni imperfezione. E anche se ne fosse del tutto immune e anche se il godimento dei diritti politici e di tutti gli altri che ad esso si riconnettono fosse perfettamente garantito, ciò non basterebbe da sé ad assicurare il raggiungimento della meta o delle mete prefisse. Il binario ha importanza di prim'ordine, ma non è di scarsa importanza il grado di resistenza delle locomotive, la bontà o meno del combustibile, il grado di velocità media e via dicendo. La misura o la proporzione di questi o altri elementi costituisce il compito del legislatore di domani. Ma il legislatore non è onnipotente, e poco o punto potrà fare se i suoi sforzi non verranno secondati dalla nostra coscienza civile.

Troppi amori e troppi rancori si addensano attorno alla nuova Costituzione; amori di chi ammira in essa i segni di una sicura palingenesi; rancori di chi, specie dopa il crollo della monarchia, vede in essa l'abbrivo verso la dissoluzione violenta o progressiva del Paese. Il più oscuro pessimismo s'incrocia al più roseo ottimismo. Forse si esagera in un senso o nell'altro. Contro l'uno e contro l'altro bisognerà difendersi e occorrerà soprattutto tener d'occhio i grossi e numerosi problemi che il dopoguerra oppone e impone alla nuova Repubblica. Ma i problemi verranno risolti, le difficoltà superate, se tutti, da tutti i settori, ci riuniremo nell'intento di ricostruire moralmente e materialmente il Paese prostrato dalla sconfitta; se tutti, al di sopra di ogni interesse personale o di parte o di classe, fedeli allo spirito e alla lettera della Costituzione, sapremo provvedere, sotto l'impero della legge, all'attuazione del comun bene, che vuol dire al benessere delle classi più numerose e bisognose. In questo spirito bisognerà procedere per gradi, e senza bruschi trapassi, a una trasformazione degli attuali rapporti economici.

È ingiusto e immorale che nello stesso territorio dello Stato convivano cittadini, provvisti di beni superiori ai loro bisogni, e cittadini, sprovvisti a segno da non riuscir a soddisfare i più rudimentali. I diritti politici, e segnatamente il diritto elettorale, sono, in mano di chi lotta contro la farne, se non un'ironia, certo, un'arma spuntata e tuttavia pericolosa.

Contro questo stato di cose protesta soprattutto la coscienza cristiana, che ravvisa negli uomini tutti i figli dello stesso Padre, e rivive, inconsapevolmente, in quegli stessi tentativi di riforma intesi a negarla o superarla. Ma la trasformazione economica non deve menomare il godimento, l'esercizio dei diritti politici, né alterare quel principio di libertà dei singoli e delle comunità che rappresenta l'altro aspetto della Costituzione.

Attorno ad essa, come attorno ad ogni altra, premono di continuo le forze di coesione e forze di corrosione. Le garanzie di libertà bene ordinate, il fermo proposito che la lotta civile si svolga, mediante l'esercizio dei diritti politici, sotto l'impero e la salvaguardia della legge, rappresentano il massimo coefficiente di coesione; la violenza, le illegalità e, comunque, il disprezzo delle norme precostituite, il massimo coefficiente di corrosione. La Repubblica vivrà, e vivrà a lungo, se sarà in grado di sviluppare e convogliare le forze di coesione e se saprà difendersi, sempre nell'orbita della legalità, contro i nemici palesi o segreti; se saprà soprattutto fronteggiare, con prudenza, quel movimento, più di ogni altro insidioso, che, esaltando la monarchia spodestata dal plebiscito o giovandosi di quelle stesse libertà che il fascismo, affiancato dal potere regio, distrusse spietatamente, rappresenta la più grave minaccia e la forza più oscura di corrosione.

Mi sembra inutile insistere sulla straordinaria importanza dell'obbligo di fedeltà, imposto ai cittadini dal primo alinea dell'articolo 50 del progetto, e credo di non esagerare affermando che questo è il dovere principale, il primo dovere di ogni cittadino, dovere, più che legale, morale, cui niuno può sottrarsi; ed è superfluo obiettare che quest'obbligo non potrà mai avere un contenuto strettamente giuridico.

Si può teoricamente dissentire, si può pur credere che la monarchia sia, anche in questo dopoguerra e anche dopo gli errori inescusabili commessi, l'istituto più idoneo a creare un'atmosfera di pace e di progresso civile; opinione discutibile come quella di chi crede che il perfetto governo sia quello che, in tutto o in parte, realizza la dittatura del proletariato. Ma non sembra che possa reputarsi buon cittadino chi, screditando e diffamando le istituzioni repubblicane, fomenta e organizza una propaganda che, spinta alle ultime conseguenze, finirebbe per gettare il paese in braccio a quella stessa guerra civile che, stando a quanto dicono i monarchici, la Corona volle sempre evitare, anche a costo di procedere umiliata dietro il carro del dittatore. Che, se è scritto, che per colmo delle nostre sventure, l'Italia debba esperimentare un'altra dittatura, che sarà certamente più goffa e più iniqua della prima, io non so, per quale inatteso miracolo o rinnovato prestigio, la monarchia, che non poté ostacolare il corso del torrentello fascista, saprebbe fronteggiare in pieno la marea della dittatura.

La Repubblica ha il dovere di difendersi contro i suoi nemici palesi o segreti. Chi ha servito onestamente la monarchia e onestamente vorrebbe continuare a servirla, non ha che una via, o meglio un bivio: o prestar omaggio, sia pure esteriore ma rinunziando a ogni sorta di propaganda, alla Repubblica, o ritirarsi a vita privata. Così agì quell'eletta minoranza, che disprezzando, ieri come oggi, la teoria e la prassi del governo fascista, volle tenersi immune dal contagio. Con la differenza che gli antifascisti, anche per questa innocua resistenza passiva, subirono umiliazioni e castighi e corsero gravi pericoli, mentre i monarchici continuerebbero a vivere tranquillamente e ugualmente protetti dalle leggi dello Stato.

Fa bisogno di aggiungere che l'obbligo di fedeltà, che si impone indistintamente a tutti i cittadini, si rende più grave per i funzionari dello Stato?

Quando, qualche mese fa, sentivo tuonare dai banchi di quest'aula certe voci robuste, che, con pose drammatiche, protestavano furiosamente, in nome della libertà e del diritto, contro le norme relative al giuramento, ridevo e piangevo in cuor mio, ricordando certi uomini e certi episodi di un passato non molto remoto, in cui la libertà e i diritti individuali, oggi ipertrofizzati, giacquero in quella perfetta atrofia, che i medici della ducea, i quali, a quei tempi erano anche filosofi, diagnosticarono segno di perfetta salute. E proprio oggi lo Stato dovrebbe tollerare, sempre in omaggio alla libertà e al diritto, che a esprimere la sua volontà o attività, nei momenti più delicati, agiscano cittadini in attesa del ritorno del re lontano, costruttori delle vie più agevoli per ricondurlo nel cuore di Roma. Quale situazione più assurda? E quale pretesa più legittima di quella che impone il dovere di cooperare a conservare la Repubblica e di non agire palesemente o segretamente col desiderio di rovinarla? Non imiteremo certo la condotta, che la libera Inghilterra ha tenuto, per secoli, per premunirsi, con esagerata prudenza, contro un gran numero di cittadini ritenuti ostili alla monarchia anglicana; ma non potremo permettere che i nemici della Repubblica si adoperino a rovesciarla nello stesso tempo che si apprestano a servirla. Il primo e più imperioso bisogno della Repubblica è quello dell'autoconservazione. Essa deve, quindi, per la logica della sua stessa esistenza, compiere ogni sforzo nell'intento di ravvivare le forze di coesione ed eliminare prontamente le forze di corrosione che minacciano la sua esistenza. Solo a queste condizioni l'Italia potrà riprendere il suo cammino faticoso e riacquistare degnamente il suo posto nel concerto europeo.

In un vecchio libro francese, che tratta di cose italiane, ricco di paradossi e non immune d'errori, si legge questa grande verità, confortata dall'esperienza di molti secoli, che mi piace riferire a conforto di quanto ho avuto l'onore di esporre: «Ogni democrazia che sorgerà, dopo un lungo servaggio, appagandosi solo del piacere di nascere, senza alcuna garanzia per difendersi contro le mene degli avversari, diverrà immancabilmente loro preda e ludibrio».

Chiunque abbia fede vera e intera, e non improvvisata, nella bontà della democrazia; chiunque aderisca alla Repubblica intimamente e non col desiderio segreto di rovesciarla; chiunque senta quello stesso bisogno di libertà, che avvertì, più pungente, senza piegarsi agl'idoli del giorno, sotto il lungo servaggio, saprà, mi auguro, trar profitto da questa grande verità, che suona, oggi più che mai, come un monito solenne e tempestivo.

Dovrei, arrivato a questo punto, aggiungere qualche parola intorno al comma secondo dell'articolo 50, in cui si riconosce e si regola un diritto, che si può riconoscere, ma che non si sa come si potrebbe effettivamente regolare. La qual cosa richiederebbe un discorso per lo meno tanto lungo quanto quello che ho fatto.

Uno dei nostri più eminenti colleghi, Vittorio Emanuele Orlando, maestro insigne al quale mi è grato rivolgere un saluto augurale, si è occupato, da par suo, in una apposita monografia, dell'argomento, e altri dopo di lui se ne sono occupati. E sarebbe fuor di luogo seguire, sia pure per sommi capi, nelle varie correnti e nelle diverse sfumature, questa dottrina, che si è espressa per secoli, in una letteratura abbondantissima, che culminò nell'opera dei così detti monarcomachi.

Nell'articolo 50 è un lontano riverbero di quest'opera, alla quale collaborarono cattolici e protestanti, intesa a costruire un diritto alla resistenza contro il tiranno, o, come oggi diremmo, contro il potere illegale. Ma, mentre in essa il diritto è configurato con precisione e una ricchezza di particolari sorprendenti, la nostra Costituzione si esprime — e non poteva accadere altrimenti — in termini vaghi ed equivoci. E in verità mal si comprende come in un Paese retto liberamente, ove i mezzi di opporsi al tentativo di sopprimere le garanzie fondamentali della vita civile sono così vistosi e numerosi — stampa, pubbliche riunioni, dibattiti parlamentari, ecc. — possa rigorosamente configurarsi un diritto alla resistenza individuale o collettiva. Nel primo caso, resistenza individuale, la difesa contro l'arbitrio potrebbe venire da una maggiore estensione del principio della responsabilità dei funzionari; nel secondo, resistenza collettiva, si ha la configurazione di un diritto e dovere per lo meno superflua; giacché, come la storia insegna, la resistenza sarà efficace se il popolo sentirà, profondo, il bisogno di serbarsi in libertà e mancherà del tutto, ad onta della solenne proclamazione, se un tal bisogno sarà comunque attutito o attenuato.

Noi siamo troppo inclini ad attribuire alle formule giuridiche soverchia importanza. Una lunga tradizione di giuristi e legisti eminenti pesa, e non invano, sul nostro capo. Ma le formule, com'è risaputo, hanno o non hanno senso in vista e in misura della coscienza politica dell'ambiente in cui nascono e si vanno attuando. Quando la Repubblica romana cominciò a piegare verso l'assolutismo e Augusto raccolse in sé, grado a grado, i poteri di tutte le Magistrature, nulla apparentemente era mutato; e i giuristi non mancarono di configurare questa trasformazione, in cui lo spirito dei vecchi ordinamenti era annullato e mortificato, come un trasferimento volontario dell'esercizio del supremo potere dal popolo al principe. Formula che, nel corso dei secoli, poté giovare parimenti a dottrinari dell'assolutismo e a quelli della democrazia, ma che, in realtà, permise e agevolò l'instaurazione e il consolidamento del potere imperiale.

Nella vita del consorzio civile quel che più conta non è la regola, forma arida e vuota al momento della sua posizione, ma la regola, che si riempie di un vario contenuto, al momento della sua attuazione. Questa verità è ancor più manifesta per le relazioni e le norme concernenti la vita delle comunità e in modo speciale per quelle relative al godimento e all'esercizio de' diritti politici. Qui, più che altrove, il riconoscimento è vano se l'esercizio non è conforme allo spirito e ai fini della Costituzione. E si potrebbero addurre non pochi esempi atti a provare che le più solenni affermazioni di codesto diritto non hanno impedito la rovina della democrazia.

Occorre, dunque, onorevoli colleghi, difendere con tutti i mezzi la Repubblica, non affidandosi troppo alle formule vuote della Costituzione, ma contando, anche e soprattutto, sul rispetto al principio della supremazia della legge e sulla rinnovata coscienza del popolo italiano.

Occorre che il popolo acquisti o riacquisti il bisogno della vita civile, che non potrà mai sussistere senza il concorso di quelle virtù private, che rafforzano la compagine dello Stato. Occorre soprattutto infondere il rispetto dell'autorità, fondata sul regolare esercizio dei diritti politici, rispetto assolutamente necessario perché il governo popolare non degeneri in disordine e non ripieghi verso la dittatura.

Quando Montesquieu scorse nella virtù il principio vitale della democrazia, vide forse molto meglio di quanto comunemente si creda: nella virtù, non nel senso machiavellico, ma in quello tradizionale di probità e conformità alla legge morale, che impone assoluti e precisi doveri, e assicura un maggiore rendimento all'esercizio di quei diritti. Occorre ravvivare il senso religioso della vita. Purtroppo, un lungo pregiudizio, che va dal rinascimento all'illuminismo, e che questo ha trasmesso alla borghesia progredita della nuova Europa, ci ha abituato a considerare il cristianesimo quale somma di principî adatti alla mentalità delle masse non ancora assurte alla conoscenza delle verità razionali, o, nel suo aspetto negativo, come invito alla rassegnazione o alla mortificazione; pregiudizio, che esplicitamente o implicitamente, tende a negare la virtù sociale del messaggio divino, quel che in esso è di propulsivo e costruttivo: la sete di giustizia, che ammonisce i potenti della terra, la legge d'amore fraterno che è il massimo dei precetti. Noi crediamo che la società in genere e il consorzio politico in ispecie riceveranno nuovo impulso a progredire e si arricchiranno di nuove energie purificatrici quando il cristianesimo, che oggi affiora solo all'epidermide, li avrà permeati interamente.

Illusione? Disegno utopistico di una nuova Città di Dio? Non so. Ma so bene che se, un giorno, tutte le relazioni dei soggetti che vivono in società dovessero risolversi in una serie minuta, precisa e perfetta di prestazioni e controprestazioni, in una rigida e mirabile concatenazione di obblighi e diritti, dispettando, di proposito, ogni senso di pietà e d'amore fraterno, la più grande luce sarebbe spenta, come se il sole avesse, ad un tratto, finito di scaldare e illuminare il vecchio pianeta. E il sole e il sale della terra è la verità cristiana, guida, fulcro e ragione della nostra esistenza, segnacolo alle nuove generazioni, che accorrono sotto le nostre insegne. E in questa luce, con le nuove generazioni, anche noi, cui l'amara esperienza di mezzo secolo straziato da due guerre formidabili rende spesso dubbiosi e pensosi, ritempriamo la nostra fede e vogliamo avvolta l'Italia di oggi e di domani. (Applausi).

Presidente Terracini. Non essendo presenti gli onorevoli Vinciguerra e Fusco, si intende che abbiano rinunziato a parlare.

È iscritto a parlare l'onorevole Bencivenga. Ne ha facoltà.

Bencivenga. Come al solito sarò brevissimo. Mi propongo soltanto di richiamare l'attenzione su talune disposizioni di questa parte della Costituzione, che riguarda i diritti ed i doveri del cittadino.

Premetto, che avrei preferito si parlasse prima di doveri e poi di diritti: e, con questo criterio, inizierò il mio discorso.

L'articolo 49 sancisce un principio lapidario: «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino». L'articolo 50 dice: «Ogni cittadino ha il dovere di essere fedele alla Repubblica, di osservare la Costituzione e le leggi, di adempiere con disciplina ed onore le funzioni che gli sono affidate».

Benissimo. Ma non è tutto. Vi sono calamità nazionali, tra le quali è compresa la guerra, che esigono la solidarietà di tutti i cittadini. Preferibile pertanto quanto la Costituzione francese pone nel suo preambolo: «La Nazione proclama la solidarietà e la uguaglianza di tutti i francesi di fronte ai pesi che risultano dalle calamità nazionali».

Come corollario al primo dei due principî sopraesposti, la nostra Costituzione fa seguire questo dovere: «Il servizio militare è obbligatorio».

Su questo argomento sono stati proposti alcuni emendamenti sui quali ritengo opportuno richiamare l'attenzione.

Comincio da quello che porta come prima la firma dell'onorevole Cairo.

In questo emendamento si propone l'abolizione del servizio militare obbligatorio. Ora, a parte il fatto che ciò contrasta col principio, che pure i firmatari dell'emendamento ammettono, quello cioè che la difesa della Patria è dovere di tutti i cittadini, mi permetto di far rilevare come l'abolizione del servizio militare obbligatorio contrasta coi principî di una sana democrazia ed espone il Paese al pericolo di avere in tempo di pace un esercito di pretoriani.

D'altronde la coscrizione obbligatoria in guerra è una necessità, dato lo sviluppo degli ordinamenti militari odierni. Gli stessi Stati Uniti d'America si videro costretti ad introdurla con legge 16 settembre 1940.

Naturalmente il principio della coscrizione obbligatoria non significa che si debbano periodicamente chiamare alle armi centinaia di migliaia di cittadini. Sono poi le leggi sul reclutamento e sull'ordinamento dell'esercito (sulle quali è chiamato a deliberare il Parlamento) quelle che stabiliscono il contingente da chiamare alle armi, il quale può essere ridotto al minimo indispensabile per mantenere in forza l'esercito di pace. Se si pensa poi al grande numero di raffermati che gli odierni armamenti impongono, è facile intuire che la coscrizione obbligatoria si ridurrà — specie per le poche forze armate che oggi ci è concesso avere — ad un minimo contingente.

La proposta di abolire la coscrizione obbligatoria da parte dei sottoscrittori dell'emendamento in parola sembra voglia essere messa in relazione con una dichiarazione di neutralità perfetta.

Senza discutere la nobiltà del fine che essi si propongono, mi limiterò a rilevare come questa sia praticamente una utopia, come ha dimostrato la recente guerra. Ed in realtà la tecnica operativa, cioè a dire la condotta di guerra, è tale oggi, che il rispetto della neutralità di una grande nazione si risolve a vantaggio di uno dei gruppi contendenti. Ed è ovvio che quello dei gruppi che si risente danneggiato trovi un pretesto per violarla. Comunque, noi saremmo sempre nell'obbligo di difenderla. E come difenderla senza adeguate forze armate? Si pensi alla anfrattuosità delle nostre coste, nelle quali trovano sicuro rifugio i sottomarini; si pensi alle nostre estese frontiere di terra e di mare; si pensi all'estensione dei nostri cieli nei quali potranno navigare aerei e comunque aprirsi la via siluri volanti!

D'altra parte ognuno comprende che oggi, dato il genere di mezzi di difesa, si è stabilita una gerarchia di potenze che domina il mondo, per il solo fatto di avere nikel, stagno, manganese, bauxite, gomma e petrolio! Una politica indipendente a nazioni che non hanno queste materie prime non è più possibile; e già infatti si delinea uno schieramento di forze, al quale nessuna Nazione potrà restare estranea.

Su questo argomento della coscrizione obbligatoria, l'amico e collega Coppa ha presentato un emendamento col quale viene esplicitamente detto essere limitata ai cittadini di sesso maschile.

Orbene, tanto per rompere la monotonia di questo discorso, mi sia concesso di portare l'attenzione dell'Assemblea sull'impiego della donna in guerra. Io invito i miei colleghi a leggere la relazione del Comando Supremo Americano in data 1° marzo 1944 (si noti, un anno prima della fine della guerra). Risulta, da questa relazione, come tanto l'esercito, quanto la marina e l'aviazione istituirono speciali corpi di donne inquadrate da propri ufficiali, che resero grandi servizi; talché era previsto, per la fine di tale anno, di portare questi corpi femminili ad un complesso di circa 400.000 unità. Non so quante siano state alla fine della guerra, ma certamente non inferiori al mezzo milione!

Esse dimostrarono particolari attitudini al disimpegno di compiti delicatissimi, richiedenti particolari sensibilità e diligenza, lavori nei quali diedero maggior rendimento degli uomini. A parte il loro impiego nei trasporti per via aerea od automobilistica — specie nell'interno del Paese — furono impiegate nei servizi di intercettazione, nei servizi di vigilanza, nei lavori di ufficio e in quelli inerenti ai materiali di aviazione (costruzione e riparazione di paracadute, montaggio di aeroplani, ecc.).

Io non voglio turbarvi questa sera colla visione apocalittica di quello che, allo stato delle cose, sarà la guerra di domani, ma pure qualche cenno non mi sembra superfluo per venire alla conclusione che essa, più che dai quadrati battaglioni, sarà decisa da mezzi distruttivi lanciati da un paese all'altro, anzi da un continente all'altro! Pensate soltanto alla bomba atomica, che ha già raggiunto un potere esplosivo mille volte superiore a quella lanciata sul Giappone; pensate che oggi è possibile lanciare bolidi ultrasonori senza pilota, radioguidati, con spoletta radar, con spolette a televisione, con spolette a ricerca automatica di un dato bersaglio!

Non è pertanto esagerato affermare che la difesa del territorio nazionale richiederà un vero esercito disseminato all'interno per i servizi di segnalazione tempestiva, per l'uso di mezzi intesi a neutralizzare quelli di offesa dell'avversario; ed infine, e soprattutto, per fronteggiare le tragiche conseguenze delle devastazioni derivanti dalle offese nemiche. Esercito che non potrà essere più formato da quella vecchia cara milizia territoriale del buon tempo antico; ma un esercito di élite, di persone giovani, intelligenti, capaci di usare i delicati strumenti dei quali dovrà far uso la difesa.

Indubbiamente la donna potrà portare in questo campo un grande contributo; il che avrà anche il vantaggio di risparmiare le braccia necessarie al lavoro dei campi e delle officine, allo scopo di non inaridire le fonti di produzione, che costituiscono tanta parte, se non la maggiore, della forza di resistenza di un Paese in guerra.

È bensì vero che le forze femminili, inquadrate dagli Americani furono volontarie ed istituite regolarmente sulla base di una legge votata dal Senato; ma nessuno può escludere che, nella deficienza di un gettito adeguato di questo reclutamento volontario, si debba ricorrere ad una vera e propria coscrizione. Ed io sono convinto che se la necessità si presentasse, le nostre donne, sul cui patriottismo nessuno può elevare dubbi, accoglierebbero con disciplina il provvedimento legislativo, che certamente dovrebbe essere preso con la necessaria ponderazione.

E pertanto io penso che, sia per venire incontro a coloro che propongono l'abolizione del servizio militare obbligatorio, sia alle preoccupazioni del collega Coppa, suggerite da uno squisito senso di cavalleria, si potrebbe far seguire al periodo «Il servizio militare è obbligatorio» la frase: «secondo la legge».

Si avrebbe così il vantaggio di non ipotecare l'avvenire.

Io ho parlato finora dei doveri dei cittadini verso la Patria.

Mi sia concesso però di far scaturire da questo dovere un diritto: quello di veder onorato il sacrificio ed il valore, nonché l'istituzione di organismi giuridicamente ordinati ed in grado di provvedere alle minorazioni subite nella persona, nella famiglia, nei beni. Mi riservo di presentare un emendamento in proposito.

Meritevole di alta considerazione è anche l'emendamento che porta come prima firma quella del collega Calosso. Secondo tale emendamento si vorrebbe porre un limite alle spese per le forze armate, nel senso che dette spese non debbano superare quelle per la pubblica istruzione.

Non vi è uomo sensato, che sappia che cosa è la guerra e la devastazione morale e materiale che da essa deriva, che non si auguri la riduzione a zero delle spese militari. Ma ahimè! pare non sia dell'umanità la volontà di rinunziare alla guerra per comporre le questioni che turbano la vita dei popoli. Orbene, fino a che la guerra sia nelle eventualità, le spese militari saranno quelle che si renderanno necessarie per assicurare l'indipendenza e la sicurezza della Patria.

È un errore ritenere che i bilanci militari siano dettati da una volontà astratta di incremento delle forze militari. L'entità di queste forze è quella che scaturisce dalle esigenze di ordine politico nei rapporti internazionali. Il disastro avviene sempre, purtroppo, quando la potenza dell'apparecchio militare non è in stretto rapporto con i pericoli che derivano dalla politica estera. È proprio quello che è accaduto al fascismo.

Il problema della difesa nazionale non è soltanto quello delle forze armate e dei relativi bilanci, ma si estende all'economia, all'attrezzamento industriale del Paese e non solo nella sua entità, ma anche nella ubicazione e nelle caratteristiche degli impianti (dico per incidente che oggi sono condannati i grandiosi complessi, la cui distruzione recherebbe un grave colpo al potenziale industriale della Nazione!). Ora è compito del Consiglio supremo di difesa previsto nella nostra Costituzione la soluzione del problema della difesa nazionale. I bilanci militari sono una conseguenza di queste decisioni, sulle quali poi l'ultima parola spetta al Parlamento.

Comunque, se anche la nostra Costituzione sancisse il principio dell'emendamento proposto, non mancherebbero mezzi per eluderne la portata, inserendo su altri bilanci tutte le spese che non riguardano il puro mantenimento delle truppe sotto le armi! Per ironia del caso dirò che proprio sul bilancio della pubblica istruzione potrebbero essere portate le ingenti spese per studi ed esperienze riguardanti la chimica e la fisica atomica sulle quali sarà impostata la guerra di domani!

Ed ora, visto che il tempo stringe, un breve cenno sulla questione delicata dell'esercizio dei diritti civili da parte dei cittadini che adempiono all'obbligo del servizio militare; diritto sancito dal secondo capoverso dell'articolo 49. Se la legge elettorale dovesse informarsi, come dovrebbe, a questa disposizione, nessuno potrebbe evitare che caserme, aeroporti e navi si trasformassero in palestre di discussioni politiche, con le gravi conseguenze che ognuno può immaginare!

Di conseguenza io penso che dovrebbe essere espressamente vietato dalla legge, agli ufficiali e sottufficiali in servizio attivo permanente, di far parte di partiti politici e di accettare candidature nelle elezioni politiche.

La gravità del mio rilievo risulta evidente quando il disposto dell'articolo 49 lo si metta in relazione con il secondo comma dell'articolo 50. Lo ricordo: «Quando i poteri politici violino le libertà fondamentali ed i diritti (e richiamo l'attenzione su questa parola!) garantiti dalla Costituzione, la resistenza all'oppressione è diritto e dovere del cittadino».

Autorevoli colleghi hanno rilevato, nel corso delle precedenti discussioni, come la nostra Costituzione garantisca troppi diritti, che certo non potranno all'atto pratico essere garantiti. Lascio ai colleghi che hanno proposto, come emendamento, la soppressione di questo comma, sviluppare l'argomento; io mi limito a chiedere: questo diritto sarà pure esteso alle forze armate? Non credo di dover spendere molte parole per dimostrare i pericoli che dall'esercizio di questo diritto deriverebbero.

Ricorderò ai colleghi che hanno i capelli bianchi (e invito i giovani ad informarsi al riguardo) che la così detta marcia su Roma del fascismo fu coronata dal successo soltanto per il dubbio, avanzato dal maresciallo Diaz, circa il comportamento dell'esercito nel caso fosse stato decretato lo stato di assedio!

Dubbio infondato, ma che tuttavia bastò per aprire a queste forze rivoluzionarie le porte della capitale, e permettere la conquista del potere.

E con ciò chiudo il mio breve discorso, che certo non poteva ripromettersi di sviluppare argomenti di tanta importanza, ma solo richiamare su di essi l'attenzione e la meditazione degli onorevoli colleghi e dei compilatori del progetto di Costituzione. (Applausi).

 

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A cura di Fabrizio Calzaretti