[Il 18 marzo 1947, nella seduta pomeridiana, l'Assemblea Costituente prosegue la discussione generale delle «Disposizioni generali» del progetto di Costituzione della Repubblica italiana.

Vengono qui riportate solo le parti relative all'articolo in esame, mentre si rimanda alle appendici per il testo completo della discussione.]

Presidente Terracini. L'ordine del giorno reca: Seguito della discussione del progetto di Costituzione della Repubblica italiana.

È iscritto a parlare l'onorevole Labriola, il quale ha presentato il seguente ordine del giorno:

«L'Assemblea,

convinta dell'opportunità di modificare o togliere dalle parti in esame del progetto di Costituzione le formali proposte che appaiono superflue o giuridicamente inesatte;

convinta altresì che i principî fissati all'articolo 5 del progetto in esame non rispondono allo spirito laico delle istituzioni repubblicane;

passa all'ordine del giorno».

L'onorevole Labriola ha facoltà di parlare.

Labriola. Onorevoli colleghi, non ho dato al mio ordine del giorno una conclusione concreta, fidando che l'onorevole Presidente, prima che sia licenziata la Costituzione, ne vorrà affidare la definitiva stesura ad un piccolo comitato, magari scelto fra gli stessi componenti della troppo numerosa e complessa Commissione, a cui dobbiamo l'attuale progetto, per dare ad esso una forma definitiva.

Io mi sono limitato ad accogliere nel mio ordine del giorno il sentimento comune dell'Assemblea, la quale non è soddisfatta dei termini e della forma dell'attuale progetto, anche nei casi in cui ne accetti la sostanza.

E passo ad una rapida disamina dell'articolo 5 del progetto, il quale articolo commina la inclusione dei Patti Lateranensi nella futura Costituzione.

I Patti Lateranensi consistono: 1°) in un Trattato che costituisce lo Stato della Città del Vaticano; 2°) in un Concordato riguardante la materia ecclesiastica ed i rapporti fra lo Stato italiano e le autorità ecclesiastiche; 3°) in un insieme di accordi finanziari, riguardanti rapporti di dare e avere fra i due poteri (peraltro di dare da parte dello Stato italiano, di avere da parte della Chiesa: come al solito!).

Ho distinto fra atto costitutivo dello Stato della Città del Vaticano (trattato politico) e Concordato, pur non ignorando che il Concordato è un trattato.

Il problema si riduce a questo: un trattato fra due potenze si può includere in una Costituzione? No, perché i trattati sono temporanei modificabili ed annullabili. Mentre una Costituzione consacra, almeno teoricamente, condizioni di stabilità giuridica.

Ma, se nella Costituzione si considera la sua mutabilità, questa è un'altra ragione, opposta e non meno fondata per non includervi trattati. Il principio pacta sunt servanda, implica che un trattato non può essere modificato unilateralmente, può solo essere annullato unilateralmente; mentre una Costituzione si può sviluppare e modificare.

C'è tuttavia una ragione fondamentale, dipendente dalla natura dei due istituti (Costituzione e trattato), che esclude la trasfusione e il trapiantamento del trattato nella Costituzione.

L'indole di una Costituzione è un rapporto fra cittadini e Stato, o fra cittadini e cittadini. L'indole di un trattato è un rapporto fra Stato e Stato. La diversità dei due istituti spiega la loro necessaria separazione pratica.

Un lemma di questa proposizione è che per dare ad un trattato una collocazione in una legge interna dello Stato vuolsi per lo meno l'autorizzazione del contraente. Bisognerebbe chiederla; bisognerebbe autorizzare a chiederla.

Sull'impossibilità d'includere un trattato in una Costituzione, vale la considerazione riguardante l'estinzione dei trattati. La teoria e la pratica ammettono che «vi sono casi in cui la volontà unilaterale può abolire il trattato» (Nuovo Digesto Italiano).

Vi è contraddizione nel fatto che il Progetto di Costituzione prevede la revisione della Costituzione (articoli 130-131), e poi vuole inserire un trattato nella Costituzione. Se pacta sunt servanola, come si possono esporre i Patti stessi ad una revisione?

La prospettiva di revisione della Costituzione ci richiama al sistema dell'annullamento dei trattati. Essi possono essere annullati per volontà di una delle parti. È un diritto che compete ad ogni Stato «quando siano mutate le circostanze di fatto che avevano influito sulla conclusione del trattato». (Nuovo Digesto Italiano).

Gli esempi sono innumerevoli: 1870 — l'Austria dichiara di non sentirsi più obbligata al Concordato del 1855. L'Austria fa lo stesso con il trattato per la Bosnia e l'Erzegovina. La Russia abolisce la neutralizzazione del porto di Batum (1866) e poi del Mar Nero.

Il trattato dell'Avana (20 febbraio 1928) ammette, con certe precauzioni, l'abolizione unilaterale dei trattati. Del resto, è pratica ammessa che la guerra produce l'annullamento dei trattati.

Ora, se il Vaticano può unilateralmente abolire i Patti Lateranensi (per esempio il Concordato, che per ammissione univoca è un trattato); e i Patti Lateranensi siano inclusi nella Costituzione; potremmo riconoscere a uno Stato straniero il diritto di modificare la nostra Costituzione?

E se il Governo italiano volesse abolirli (per esempio, in caso di guerra) non ci sarebbe che il ricorso alla procedura di revisione, che è lunga, e può non riuscire.

Il rimedio dell'articolo 5 (non rivedibilità di modificazioni ai Patti bilateralmente accettati), non funziona proprio in questi casi in cui la bilateralità non esiste.

Il caso della guerra, in cui i Patti sono annullabili, come si collega con la inclusione di un patto nella Costituzione? E se la revisione fosse respinta, mentre la necessità di abolire i Patti fosse evidente per il Governo, il quale ne potrebbe esso conoscere le riservate ragioni, come si uscirebbe da questo garbuglio?

La questione non è di sapere se i Patti Lateranensi siano da conservare. Vi è certamente in essi qualche cosa, anzi vi sono troppe cose che uno spirito libero non può accettare (1° — il riconoscimento della dinastia sabauda; 2° — le feste religiose obbligatorie; 3° — l'insegnamento religioso; 4° — riconoscimento delle lauree in teologia; 5° — il divieto in Roma di manifestazioni anticlericali, ecc.). Ma di ciò si potrà parlare alla sua ora.

Non capisco se l'articolo 13 del progetto di Costituzione (divieto di costituire società segrete), si applichi alla massoneria. Questa sarebbe un'altra delle conseguenze dei Patti Lateranensi.

Il semplice quesito che discutiamo adesso, è di sapere se essi debbano includersi nella Costituzione.

L'opposizione a questa inclusione nasce tanto da ragioni formali, quanto da ragioni sostanziali. Queste ultime assommano nel punto che, con il dichiarare costituzionali i Patti Lateranensi, si dà allo Stato un carattere confessionale.

La questione preliminare che il problema presenta è se sia fondata la tesi che essi abbiano dato all'Italia la pace religiosa. A dire la verità, io non mi sono mai accorto ch'essa non ci fosse.

La tranquillità delle coscienze religiose consiste nel fatto che esse possono adempiere ai doveri religiosi senza riceverne impedimento, o senza essere sottoposte a limitazioni prescritte da autorità non religiose.

Nessuno, né in questa Assemblea, né fuori di essa ha mai fatto cenno di simili limitazioni.

L'esercizio del culto attiene ai diritti della persona. Questo progetto di Costituzione li riconosce nella maniera più ampia. Del resto, anche sotto l'impero del cessato ordine politico (e non dico solo quello fascista, ma del pari il precedente liberale in tutte le sue gradazioni) le pratiche del culto non vennero mai, nella più tenue misura, ostacolate a chicchessia.

La stessa preoccupazione dell'ordine esterno avrebbe consigliato, come deve consigliare, in Paese quasi totalmente cattolico, l'assoluta astensione da ogni misura, la quale potesse essere interpretata, sia pure da una cattiva volontà, come un impedimento all'esercizio delle pratiche del culto.

Rendo omaggio al sentimento di tolleranza degli italiani, specie in una città dove sorgono insieme il monumento di Bruno, là dove il rogo arse, e una Chiesa elevata al Bellarmino che non solo accese quel rogo, ma volle ed impose il rinnegamento, contro la verità, del Galilei. Noto di passaggio che gli organi ufficiali della Chiesa non hanno mai cancellato la condanna dell'eliocentrismo, in nome del quale Bruno fu arso e il Galilei — contro la verità — costretto a disdirsi.

Ma, insomma al credente ed al praticante di una fede, che non hanno sempre bisogno di essere la stessa persona, non importano questioni amministrative, finanziarie e protocollari, come quelle che si considerano in un Concordato, o di riconoscimento di statali prerogative, come quelle stabilite nel trattato fondamentale fra il cardinale Gasparri e il cavalier Mussolini (11 febbraio 1929); ma semplicemente gli atti di culto che, secondo l'insegnamento religioso ricevuto e i propri convincimenti, egli è tenuto a prestare, oppure sente di dover compiere. E finché nulla si oppone a questo adempimento, nulla può turbare la sua coscienza religiosa. Aggiungerò che tutto quello che egli pretendesse oltre questo segno, non apparterrebbe più alla coscienza religiosa, ma al sentimento politico, come di chi miri non già alla soddisfazione delle sue mistiche esigenze, ma al conseguimento di pretese temporali.

Volete sul serio che un credente faccia una questione di puntiglio del sapere che i titoli nobiliari e le onorificenze cavalleresche largiti dal Vaticano (art. 42 del Concordato) sono tuttavia validi per lo Stato italiano, quando esso invece (art. IV delle disposizioni finali e transitorie) li abolisce, se conferiti da precedenti autorità italiane?

Ad ogni modo — ripeterò — qui noi non discutiamo del Concordato o del trattato fondamentale fra la Santa Sede e lo Stato italiano. Toglierne la menzione dalla Costituzione fondamentale della Repubblica non significa sopprimerli o annullarli. Almeno per il momento rimangono validi, e son da rispettare, come tutti gli altri trattati conclusi dallo Stato italiano. Che cosa accadrà appresso, non lo sappiamo. Non so se, con tanto furore di partiti proletari, marxistici e progressivi sia da prevedere una maggioranza laicistica — io non dico anticlericale — nella futura Camera dei Deputati. Praticamente parlando, la questione non potrebbe essere valutata se non soltanto da essa. Soltanto nel caso in cui la questione venisse innanzi ad essa, si potrebbero esaminare i destini dell'attuale Concordato e del Trattato fondamentale con il quale venne costituito lo Stato della Città del Vaticano con tutti i suoi annessi.

Faccio peraltro un'osservazione.

Pur mantenendo tutte le ragioni che, secondo me, rendono inammissibile l'idea di includere in una Costituzione due trattati internazionali; penso che si fanno delle grosse illusioni di maggiore stabilità coloro che li desiderano inclusi nella Costituzione medesima.

A parte il principio della rivedibilità della Costituzione, che il nostro progetto ammette, nulla vale l'opposizione alla rivedibilità dei Patti Lateranensi sancita nell'articolo 5 del progetto.

Lo Stato italiano non è nato ieri. Prima era una monarchia costituzionale, poi parlamentare, oggi è una repubblica democratica. I principî fondamentali del suo costume costituzionale (ed il costume e l'uso sono in questi casi la vera legge) importa che le nostre carte costituzionali sono sottoposte ad una continua rielaborazione da parte delle Assemblee regolarmente elette. Tutti i nostri costituzionalisti sono uniformi su questo punto. Ed allora la stessa clausola della non rivedibilità dei Patti Lateranensi è... rivedibile, purché, naturalmente, ci sia una maggioranza parlamentare disposta ad ammetterlo.

Il che è confermato da un'altra clausola dello stesso progetto di Costituzione. Infatti l'articolo 131 esclude dalla rivedibilità unicamente la forma repubblicana. Non discuto a questo posto l'articolo, che, se mai, offende la millenaria esperienza della labilità di tutte le umane istituzioni, comprese le religiose; perché, ad esempio, la religione cristiana non ha che duemila anni di vita, mentre la piramide di Cheope ne ha cinquemila, secondo un certo calcolo settemila, e l'uomo cinquecentomila.

Infatti, però, la Costituzione italiana esclude dalla rivedibilità soltanto la forma repubblicana. La non rivedibilità dei Patti Lateranensi è sottoposta alla condizione della «bilaterale» accettazione. Se una maggioranza parlamentare volesse rivederli, essa avrebbe anche un Governo disposto a fare lo stesso. Quindi l'eccezione formulata nel capoverso dell'articolo 5 non significa letteralmente nulla.

Tutto ciò spiega che i proponenti di questo capoverso, se mossi dalla illusione di assicurare ai Patti Lateranensi una stabilità che stesse oltre la loro comune natura di trattati, quindi modificabili per desiderio delle parti, e annullabili per volontà anche solo di una di esse, hanno sprecato la loro fatica. Nei limiti in cui le Assemblee legislative hanno implicita facoltà di trasformare i termini della Costituzione, nemmeno l'articolo 5, testo e primo capoverso, si salvano. Fortunatamente la «pace religiosa» non ha nulla a che vedere con queste cose.

Con esse ha solamente da vedere un desiderio di certe sfere — alle quali impensatamente portano adesione, con un curioso equivoco logico, anche uomini di sinistra — d'imprimere su questa nascente Repubblica un marchio di confessionalismo, un'impronta se volete.

È vano arzigogolare. L'articolo 1 del Trattato 11 febbraio 1929 stabilisce, riproducendo il testo dell'antico Statuto Albertino, che la «religione cattolica, apostolica e romana, è la sola religione dello Stato». Notate quel «sola». Non esiste possibilità di equivoco. Con quelle parole si affermano due cose: 1° che lo Stato deve avere — e quindi ha — una religione; 2° che questa religione è appunto la cattolica. A mio avviso, nessuna delle due tesi può reggere, in genere, per uno Stato moderno; non può reggere, ad ogni modo, per una Repubblica democratica, come quella che pretendiamo di aver fondata.

Si resta sorpresi sentendo da qualche parte affermare che la dichiarazione che lo Stato proclama la sua appartenenza alla religione cattolica non implica il suo confessionalismo. Non capisco che cosa da certe parti si voglia per riconoscere il carattere confessionale dello Stato; quindi da parte sua un obbligo di difesa di essa e di offesa, implicita, verso gli altri culti.

Elementi socialisti del pari sembrano meno offesi dalla dichiarazione di confessionalità dello Stato nella direzione del cattolicismo. Mi fa un curioso senso sentir dire che essi non intendono battere le strade del vecchio anticlericalismo. Quale, di grazia? L'Italia non giunse mai alla separazione dello Stato dalla Chiesa, rimanendo legata ad un vago giurisdizionalismo. Per confessati riguardi religiosi non riuscì ad adottare il divorzio. Dovette semplicemente adottare una serie di misure, fra il 1870 e il 1880, che riportarono allo Stato compiti ed istituti — per esempio, le opere pie — i quali prima appartenevano alla Chiesa. L'unica manifestazione di sensi divergenti da essa fu l'erezione del monumento a Giordano Bruno, che non si sarebbe avuta senza un atto di volontà di Francesco Crispi, al quale sarebbe tempo di cominciare a rendere qualche giustizia.

La tesi socialista sulla religione è che essa è cosa privata: così dissero in tutti i paesi le assemblee socialiste, così scrissero i teorici della parte.

L'opinione, che vedo diffondersi, della priorità del fatto organizzativo della classe lavoratrice rispetto alle particolari ideologie cosmiche del socialismo, io la credo erronea e pericolosa. Se il socialismo è liberazione terrena, esso è anche liberazione dalle metafisiche tradizionali. In un'assemblea socialista direi ben altro, ma questo non è il luogo per parlare di simili cose.

Ritornando a noi, la dichiarazione dell'articolo 1 del Trattato 11 febbraio 1929, è per me una dichiarazione di confessionalismo, che io non discuto in un trattato particolare — e che deve rispettarsi, finché non sia mutato — ma contro la quale io mi levo se volete inserirla in una Costituzione, che io debbo votare. Ripeterò ancora una volta che l'opporsi ad inserire la formula nella Costituzione, non vuol dire non rispettarla in un trattato speciale.

Adotto senz'altro il principio che uno Stato, qualunque Stato, non possa essere confessionale senza mutare la propria indole da organo del potere amministrativo in organo di una fede particolare, quindi delle stesse gerarchie ecclesiastiche. Sapete voi che per effetto dell'articolo 5 del Concordato noi non possiamo ammettere all'insegnamento o ad un impiego visibile un sacerdote che abbia smesso l'abito talare e sia stato colpito da censura ecclesiastica? Grazie a cotesto articolo 5, né Renan in Francia, né Ardigò in Italia sarebbero potuti mai divenire insegnanti nelle nostre scuole; ed altri men noti entrare negli uffici od in altri istituti di insegnamento. Se vi piace, lasciamo queste cose in un trattato particolare modificabile ed annullabile; non le introduciamo in una Costituzione, il cui carattere particolare è la stabilità, e la cui procedura di revisione è così complicata.

Lo Stato è un complesso di uffici e di organi. Esso non è un individuo senziente, e quindi i problemi della coscienza religiosa non lo riguardano. Esso non è né cattolico, né buddista, né confuciano, né ateo. Esso è un complesso amministrativo fornito di coazione: ecco tutto. Quando s'imbatte in organi del culto, prende con essi accordi particolari, da cui i Concordati o le leggi riguardanti gli altri complessi del culto.

Ammetto persino che un principato, una monarchia possano dichiarare una fede religiosa particolare. Essi consistono in una specificazione, in una differenziazione fra suddito, dinastia e sovrano. Il culto del sovrano è decisivo con tutte le sue conseguenze; anzi l'adagio del regime assolutistico è che la fede del principe è necessariamente la fede dei sudditi, da cui le complicazioni che nascono nel caso di aggiunzione di territori con popolazioni aventi culti diversi da quelli del principe.

La monarchia, poi, risente dal più al meno del diritto divino; ed anche il volterriano, sostanzialmente ateo, Federico II non tollerava che i sudditi scherzassero con le faccende del culto. Un altro Federico, quello di Svevia, forse non autore di un libro dei tre impostori, che gli si volle attribuire, ma certamente creatore della formula (e si sa chi era il secondo dei tre impostori), non aveva la mano leggiera quando i sudditi si permettevano di volgere verso l'eresia, e nessuno più di lui dette prova di crudeltà nell'avversario. Una monarchia laica o addirittura indifferente verso la Chiesa probabilmente non esiste. L'Inghilterra è uno Stato protestante, ma confessionale; il Libro di Preghiera è sottoposto al Parlamento, e votato da esso. Una repubblica inglese è difficile a prevedere o a pensare. Secondo me, una delle ragioni che si oppongono al fatto, è l'inclinazione inglese al confessionalismo.

Il caso di una Repubblica democratica — e bisogna insistere sull'aggettivo — è differente.

Il progetto sottoposto al nostro esame può darsi che non si esprima con esattezza, quando dice che la sovranità «emana dal popolo», perché se emana soltanto, resta poi a vedere in chi risieda; nei tre partiti, forse? Ma essi non son padroni in eterno del corpo elettorale. Peraltro le intenzioni degli autori del progetto sono esplicite, ed essi vogliono dire appunto che la sovranità è un attributo del popolo, che la esercita per mezzo dei suoi rappresentanti.

Ora se la sorgente della sovranità è il popolo, è chiaro che trasmissioni divine non ce ne sono, salvo che nel popolo si manifesti appunto la divinità, opinione che non so quanto sia ortodossa. Del resto, il Dio di Mazzini mi ha appunto l'aria di rassomigliare al Dio di Spinoza: Deus sive Natura; e perciò lo spinozismo fu dall'opinione conformista considerato sempre come l'equivalente dell'ateismo, a torto naturalmente; ma di ciò non dobbiamo occuparci.

E appunto perciò elimino la disquisizione sulle conseguenze istituzionali del cattolicismo.

Ma di repubbliche ce ne sono tante. C'era anche la patrizia repubblica di Venezia. La nostra però è democratica, e questo implica qualche conseguenza nei riguardi della pretesa di farci adottare la formula confessionale del cattolicismo.

L'essenza logica del democratismo è la eguaglianza dei cittadini: in ciò che essi sono eguali. Insiste a ragione uno scrittore socialista, al quale pur si deve la prima ventata di novità nel corpo diventato stantio delle dottrine socialiste, il Bernstein, che la democrazia è eguaglianza di trattamento, è considerazione interiore di eguaglianza fra i cittadini. L'articolo 7 del nostro progetto di Costituzione consacra appunto questo concetto.

Ma fra l'articolo 5 e l'articolo 7 del progetto vi è un evidente contrasto. Grazie all'articolo 5, cioè per il fatto d'includere nella Costituzione il Trattato dell'11 febbraio 1929, la nostra è una Repubblica di cattolici; per l'articolo 7 siamo una Repubblica di cattolici e non cattolici. E allora che se ne fa dell'essenza di una democrazia nelle nostre leggi?

Per l'articolo 7 i non cattolici sono cittadini di pieno diritto; per l'articolo 5 non lo sono. È vano sofisticare: se la nostra è una Repubblica cattolica, i non cattolici sono messi in una condizione d'inferiorità.

Si dice: sono pochi. Fossero pochissimi o uno solo, l'offesa c'è. Ma che siano proprio così pochi, non mi risulta. Ci sono i protestanti, gli «evangelici» dicono loro. Ci sono gli ebrei. Ci sono i liberi pensatori. Cotesti comunisti, cotesti socialisti sono o non sono marxisti? Lo proclamano a tutti i momenti. Supponiamo che siano. Ma allora non appartengono a nessuno dei culti ufficiali. Possono essere anche credenti: deisti, teisti, idealisti, che so io? Cattolici non sono. Ci sono i cristiano-sociali? La Chiesa li riconosce? E chi lo sa? Se noi siamo una Repubblica democratica, dobbiamo riconoscere il diritto di tutti i cittadini, anche dei non cattolici a vivere, senza morale diminuzione, nella comune Repubblica. E l'inclusione dei Patti Lateranensi nella Costituzione di una Repubblica — di una Repubblica democratica, dico! — è una potente offesa a protestanti, israeliti e soprattutto ai liberi pensatori.

Concludo.

Questa Repubblica non la volemmo soltanto per chiamar Presidente un capo che prima chiamavamo re. Questa Repubblica noi la concepiamo come uno spiraglio sull'avvenire.

Alto è il rispetto che professiamo per l'attuale Capo della Chiesa cattolica, e non minore quello per le altre gerarchie ecclesiastiche o per i nostri concittadini cattolici. Ma vogliamo che anch'essi rispettino noi.

Noi vagheggiamo una coscienza libera da mistiche nebbie. Ed amiamo la Repubblica perché — senza offesa altrui — scorgiamo in essa lo strumento per una realizzazione tutta umana e terrena. (Applausi Congratulazioni).

[...]

Nitti. [...] Ora viene davanti a noi e forma oggetto della nostra attenzione l'articolo 5: i Patti Lateranensi. Vi dichiaro lealmente che sono assai dolente che questo articolo 5 si trovi nella Costituzione. È cosa che non avrei preveduta e che ora non mi spiego. I Patti del Laterano non riguardano in nulla la materia della Costituzione. E perché si pensa di farne materia di un articolo speciale della Costituzione? Si crede forse di garantirne non solo l'esistenza, ma la durata? La Costituzione che noi prepariamo non è tale che possa con la sua durata garantire patti solenni e di durata indefinita. La verità è dunque che i Patti Lateranensi non danno maggiore garanzia, né maggiore sicurezza di durata, se messi nella Costituzione.

Crediamo noi in buona fede che questa Costituzione che ora discutiamo avrà lunga durata? Io non lo credo. Ed è semplice affermare in questa forma il dubbio, in quanto tutte le Costituzioni adottate dopo guerre perdute, non sono durate. Le Costituzioni che ora si fanno dureranno ancor meno delle precedenti. Pensate che la stessa Francia, che ha cambiato 13 Costituzioni in 150 anni, che, edotta dall'esperienza, pur avendo soppresso nella nuova Costituzione ciò che poteva essere materia di grande controversia, pur avendo mantenuto in tutto l'unità territoriale, pur non avendo ceduto ad alcuna fiacchezza verso tendenze disgregatrici e verso le autonomie, e avendo osato di dichiararsi persino laica, per evitare lotte interne; la stessa Francia, dico, ha fatto votare l'ultima Costituzione e dopo un referendum ha dovuto votarla ancora nuovamente per arrivare ad avere una Carta costituzionale.

E credete voi che noi potremo fare il miracolo di una Costituzione, venuta dalla disfatta, che abbia lunga durata? Nelle circostanze attuali, quando tutto il Paese è diviso, quando non si sa quale partito o quali partiti rappresentino il Paese, che cosa rappresenta una vera volontà collettiva?

Le correnti dell'opinione sono malsicure: i partiti stessi che non hanno idee definite, sono sempre mutevoli e, prima di dissolversi nella lotta, si dissolvono all'interno e sono tutti più o meno in crisi. Nulla sembra in questo momento stabile: né la situazione economica e finanziaria, né i partiti.

Credete dunque, signori, onestamente, che la Costituzione che nasce in sì difficile atmosfera sarà di tale lunga durata? Che i Patti Lateranensi affermati nel patto costituzionale saranno meglio garantiti? Io ne ho tutti i dubbi e anzi, oserei dire, ho la certezza del contrario.

Il patto Gasparri-Mussolini del 1929 che noi dovremmo ora non discutere, ma che dovremmo riconfermare, contiene disposizioni che, se nell'ora attuale fossero esaminate, sarebbero oggetto di controversie. Nell'avvenire potranno forse subire mutazioni volute consenzialmente e imposte dalla necessità.

La mia tesi è questa: noi non dovremo fare alcuna cosa che turbi le relazioni esistenti fra l'Italia e il Vaticano. Le condizioni quali furono stabilite da quell'accordo dobbiamo accettarle quali esse sono. In questo momento ogni discussione è vana e odiosa. L'Italia ha tali difficoltà di vita, tali turbamenti interni che, aggiungere nuove cause di turbamento sarebbe opera non benefica.

Io credo che non si debba ora modificare nulla; che la nostra Costituzione non debba nemmeno occuparsi di queste cose; ma credo che, successivamente, quando sarà ristabilito l'ordine interno, quando da una parte e dall'altra, dal Vaticano e dallo Stato, vi sarà cordialità e sicurezza di rapporti, tutte le cose che possono essere materia di conflitto o soltanto di attrito potranno essere onorevolmente, amichevolmente e serenamente discusse fra il Vaticano e lo Stato. I Patti Lateranensi hanno appena diciotto anni di esistenza, ma han dato prova di solidità. Hanno resistito ad un lungo periodo di guerra, alla fine sanguinosa di un regime, a forme politiche differenti e opposte: vi sono e vi saranno, senza dubbio, piccole e grandi difficoltà da superare per evitare contrasti che possono dipendere anche da piccole cose: ma non sono grandi ostacoli.

Nella Costituzione abbiamo stabilito, per esempio, l'abolizione dei titoli nobiliari, ed anche dei titoli cavallereschi, ma abbiamo accettato che il Vaticano abbia il diritto di conferire i titoli nobiliari e cavallereschi. (Commenti).

Dove sono o possono sorgere difficoltà di applicazione non è cosa che dobbiamo ricercare ora, non è materia da discutere e risolvere in sede di Costituzione. Ciò è anche più strano che voler discutere i trattati internazionali esistenti.

Gli storici dicevano che ogni difficoltà si risolve camminando: «solvitur ambulando». Non cerchiamo ora di risolvere queste difficoltà, ma neanche di nutrirci di vane illusioni. L'articolo 5 è una realtà; ma sarebbe vano illudersi che difficoltà reali più grandi non esistano e che non siano tali da rendere difficile in avvenire un Governo che non abbia largo spirito di serenità e di temperanza.

In questi giorni vi è stato in quest'Aula un risveglio strano ed inatteso di ideali religiosi. Realmente sincero? o prevalentemente politico? Io non posso dire. Abituato alle antiche Assemblee, essendo vissuto all'estero ed avendo frequentato assemblee politiche di diversa natura, non ho mai veduto, come in quest'Aula nei giorni passati scoppi di religione, al punto che l'onorevole La Pira, con fluidità di parola e con abbondanza di sentimento, ha finito il suo discorso con un inno alla Vergine e una preghiera, cosa largamente apprezzabile, ma che non era mai stata fatta in nessun'Assemblea politica del nostro Paese e che non risponde al carattere politico della nostra istituzione.

Ogni cosa ora è possibile, noi siamo arrivati al punto che abbiamo udito, anche da quella parte, che tra il comunismo e la religione cattolica non vi era alcun contrasto.

E l'amico, il dotto amico, onorevole Concetto Marchesi, volle usare il linguaggio del sentimento e ci disse perfino che vi è qualche cosa che nel comunismo rappresenta l'ideale religioso.

No, signori, mi dispiace di contraddirlo: il comunismo non è niente di tutto questo. Qualunque movimento di carattere marxista e comunista non può essere religioso, non lo è mai stato nel tempo nostro e forse non lo sarà mai, perché le due concezioni, comunista e cristiana, sono totalmente diverse.

Quando si parla del socialismo e del comunismo, come concezione non opposta al cristianesimo, si pensa a quello che fu il socialismo primitivo di Saint Simon o di Owen, che inventò la parola «socialismo», che prima di lui non esisteva e che è del tutto recente e rimane sempre indeterminata nel suo contenuto.

Ora, che cosa è il comunismo? Saint Simon ha scritto «Le nouveau Christianisme»; il suo socialismo lo ha chiamato nuovo cristianesimo, perché è una concezione puramente idealista, mentre il comunismo moderno è una concezione puramente materialista, si basa su una dialettica materialistica, e parlare di comunismo che possa diventare anche affine, o convivere amichevolmente col cattolicesimo è una cosa assolutamente assurda.

Quando guardate alla costruzione dell'ideale comunista, voi dovete escludere assolutamente l'idea religiosa. Marx considerava la religione come un fenomeno economico. Secondo le sue parole, la coscienza mistica non è che un riflesso di una realtà interiore economica e sociale. Egli considerava lo Stato e la società capitalista come enti che proiettavano sulla religione una immagine rovesciata del mondo, perché sono un mondo rovesciato. La religione è la teoria generale di questo mondo, è il suo riassunto enciclopedico, è la fantasia idealizzata della nostra natura umana, perché la natura umana non possiede altra realtà. Da questa premessa, diceva Marx, deriva l'idea che la soppressione della religione, concepita come illusoria felicità dei popoli, è la prima tappa verso il benessere ideale del popolo.

La critica del cielo si trasforma e si muta in critica della terra: la critica della teologia e della colpa.

Non è possibile che una concezione social-comunista possa coincidere con una concezione cattolica e cristiana. La dialettica materialistica e la dialettica del proletariato di Marx non possono convivere con la morale cristiana.

L'onorevole Togliatti, con molta finezza di ragionamento, da quell'uomo profondo ed abile quale egli è, ha mostrato che noi abbiamo adesso una democrazia progressiva, che egli ha voluto vedere in una unione fra i comunisti e socialisti da una parte ed i democristiani dall'altra. Ma questa è una unione assolutamente provvisoria che si basa su circostanze politiche contingenti, che riguarda la situazione provvisoria del dopoguerra in un periodo di disordine. Per ciò, per produrre uno stato di vita tollerabile si ricorse, dopo il fascismo e dopo la disfatta militare, all'unione di partiti opposti ed estremi (non sappiamo, ma vedremo dopo, con quanta efficacia) e ad una convivenza che idealmente e spiritualmente non è possibile sia permanente in avvenire. Laddove il comunismo è arrivato, è scomparsa, o almeno ha avuto terribile eclisse, la religione. Voi non negherete quello che è avvenuto in Russia, dove sono scomparse per molto tempo tutte le tracce della vecchia religione, brutale e grossolana, se volete, come molti culti orientali anche troppo materialistici nel loro falso ascetismo. I Musei antireligiosi sono stati un'invenzione russa, ed è noto che anche ufficialmente il Governo per molti anni ha combattuto ogni forma di religione. Si è creata persino un'organizzazione di atei militanti, e vi sono stati, fin quasi alla guerra, oltre 7 milioni di atei militanti, per combattere la religione. Ciò era forse una necessità del momento rivoluzionario russo. Certamente tutto ciò si è andato ad attutire, ma lo spirito della dialettica materialista non deve, non può scomparire.

Dunque io non vedo la possibilità di una unione definitiva tra cattolicesimo e comunismo, vedo una unione temporanea in Italia come in Francia. Vedremo dopo con quali risultati. Ma io non vedo per l'avvenire che sia possibile una società in cui comunisti e socialisti da una parte, e dall'altra partiti che si dicono cristiani, possano vivere insieme. Ogni loro concezione, ogni loro azione devono essere totalmente diverse, se non opposte.

Senza dubbio questi partiti che si dicono di sinistra più avanzata, si adattano, come si adattano anche le religioni, secondo i Paesi, secondo le circostanze, ma vi è qualche cosa che non può essere mutata. Il cristianesimo, nella sua essenza, non è conquista, è rinunzia. Se i cristiani troppo si affannano nella conquista, negano lo spirito di Gesù. Chi conosce la profondità dello spirito di Gesù, chi ne apprezza la divina bellezza, chi trova nelle parole di Gesù la base della nostra più grande concezione morale, credente o non credente, può ben comprendere la differenza fra la rinunzia e la conquista. Tutta la grandezza morale del cristianesimo si può riassumere negli apologhi, nei discorsi, nei sermoni di Gesù. Riunendoli insieme, non sono che da una trentina a quaranta pagine di stampa di un libro in sedicesimo di carattere, sono poche pagine appena. Ebbene quelle pagine di divina bellezza sono tutte nel fondo del nostro animo così in chi crede, come in chi non crede, e chiunque ha spirito morale le sente profondamente.

Noi non possiamo attribuire a Gesù, il quale fu tradito dopo morto, da quegli stessi che lo adoravano, nessuna cosa che non sia grande e divina.

Ora, io comprendo che la Chiesa abbia il suo orgoglio ed abbia nel suo spirito anche il bisogno di espansione e di grandezza. La parola «Laterano» deve dare alla Chiesa una grande esaltazione e forse, qualche volta, anche un'allucinazione. Quando si pronuncia la parola «Laterano», chi conosce la storia della Chiesa deve sentire, deve spiegarsi perché anche un Pontefice di spirito illuminato possa avere vertigini di grandezza.

Fu proprio un grande Pontefice, forse il più grande Pontefice politico, Innocenzo III, che concepì il più grande sogno di unione degli uomini. Prima assai di quella piccola, meschina ed intrigante istituzione che fu nei tempi nostri la Società delle Nazioni, egli concepì e tentò di attuare, nel 1215, con grande intelligenza e spirito superiore di morale, una unione di popoli civili come nessuno, né prima né dopo di lui, aveva ideato. Fra tutti i Papi politici che vi sono stati egli forse fu il più grande.

Egli convocò in Laterano, nel 1215, tutti i sovrani di Europa. Era un momento in cui la Chiesa era onnipotente, il solo momento in cui la Chiesa nel mondo conosciuto fu universale. Allora non era nata la riforma, la scissione di oriente non aveva grande importanza. Tutta l'Europa, tutto il mondo conosciuto erano cattolici. In tutto il mondo si parlava la stessa lingua, il latino, gli uomini di una qualche istruzione si intendevano fra loro. Noi non ci intendiamo più né nei sentimenti, né nel linguaggio.

Il Papa pensò di riunire a Roma tutti i sovrani, tutti i principi, tutti i vescovi, tutti gli uomini politici di Europa per proporre loro di adottare, come egli diceva, non soltanto una unità di fede religiosa e morale, ma anche costituzioni politiche di libertà, e perché si proclamasse la giustizia a base dei regni e si combattesse la tirannia. E tutti i grandi personaggi che vennero a Roma, sentirono il peso di quella grandezza morale che proclamava l'unione degli uomini nella libertà e nella fede.

Io comprendo come quelli che guardano al passato, come la Chiesa, e che contemplano nello stesso tempo l'avvenire, possano avere di questi sogni.

Purtroppo il sogno di Innocenzo III, alla vigilia del suo massimo sviluppo, cadde; cadde quando egli morì, l'anno dopo il Conclave.

Io comprendo anche che adesso alcuni sogni sono impossibili. Non vi è più una sola religione, ciò che era il sogno dei più grandi pensatori cristiani. Vi sono nel mondo attualmente 2205 milioni di uomini, di cui 1220 hanno religioni monoteiste e 886 milioni sono buddisti o seguaci di Confucio di Lao-Tze. Vi sono poi 110 milioni di uomini che non hanno religione o hanno culti pagani. I 1220 milioni di monoteisti sono 822 milioni di cristiani, 382 milioni di maomettani 16 o 18 milioni di ebrei. I cristiani, che pure sono i più progrediti e potenti, sono ben lungi dall'avere unità. In cifre approssimative, 436 milioni sono cattolici, 250 milioni sono evangelici, o, come si preferisce dire in Italia sono protestanti, e 136 milioni sono ortodossi. Siamo ben lontani da quell'ideale di religione universale che appassionò i più grandi spiriti. Anche i più grandi pensatori, come Leibnitz, aspiravano almeno, senza riuscire, alla unione dei cattolici e dei protestanti. Siamo ancora ben lontani e più che mai divisi! È il destino dell'umanità, che quando sta per congiungersi in grandi unioni, si disgiunge, quasi come i nostri partiti, che si congiungono sempre per disgiungersi.

Ora, anche fra i cattolici vi sono in politica molte o troppe divisioni.

Se mi permettete, ora vi devo parlare un momento di me. Spesso i miei amici o nemici democratici-cristiani sono molto scontenti di me e mi attribuiscono idee che non ho e non ricordano mai il mio passato. Io mi sono sempre occupato dei problemi che riguardano la questione religiosa in Italia. Nel 1890 (allora ero molto giovane) pubblicai un libro che aveva per titolo Il socialismo cattolico. Quel libro — era di un uomo di non ancora 23 anni — produsse una profonda impressione, e la produsse soprattutto nel mondo cattolico. Era un libro mediocre, ma era preciso ed onesto. In esso spiegai come il cattolicesimo diventava, avvicinandosi alla masse popolari, per necessità più largo nella sua concezione sociale. Il libro produsse tale impressione che poco dopo, non so per quale coincidenza o concausa, uscì la mirabile enciclica del Papa Leone XIII. Quella enciclica Rerum novarum girò il mondo e penetrò le masse dei lavoratori. Il mio libro agitò specialmente i cattolici stranieri, e il cardinale Manning di Londra, soprattutto, volle discuterne a lungo come di una cosa della Chiesa. Ed allora si verificò anche il fatto più strano che quel libro (che era mediocre, poiché era una esposizione più che una critica) tradotto in Francia da un ammiraglio, che era uno degli uomini più eminenti nel campo cattolico, l'ammiraglio d'Oncieu de la Batie, penetrò largamente nel mondo cattolico e dovunque si diffuse. Emilio Zola scriveva allora il romanzo Roma. Come tutti i romanzieri, egli prendeva il materiale dove lo trovava. Prese questo mio libro e utilizzò materialmente parecchie pagine. Anatole France, che era spirito critico e spesso in contrasto con Zola, pubblicò in un giornale francese una critica che voleva essere amichevole, ma in realtà aspra, e in cui rideva dei romanzieri che avevano l'abitudine di prendere dai libri stranieri pagine intere. Zola rispose all'attacco e pubblicò nel Figaro un articolo intitolato «Le droit du romancier», sostenendo che il romanziere ha il diritto di prendere il materiale della sua opera dove lo trova. Fui talmente onorato che uomini così grandi si occupassero di un uomo così piccolo, come io era allora, che volli esprimere a Zola tutta la mia gratitudine e d'allora in poi lo vidi molte volte, lo visitai in Francia, egli venne in Italia e si stabilirono fra noi affettuosi contatti che son durati fino alla sua morte.

Devo a quel libro non notevole, ma sincero, una parte della mia fortuna letteraria originaria.

Fino allora la Chiesa non aveva, dopo il 1870, avuto mai rapporti con uomini di Stato. Fu un caso che mi mise a contatto con tutto il mondo cattolico e sociale.

Per ragioni di studio, passai circa due mesi nel monastero di Montecassino, dove era, vecchissimo ma vivido e giovanile, l'abate Tosti. Era storico celebre, ed aveva spirito libero. Era stato, con suo sacrificio, il primo ecclesiastico che aveva osato parlare di conciliazione fra lo Stato e la Chiesa. Egli era l'amico di un gruppo di meridionali dotti neoguelfi: l'arcivescovo e cardinale Capecelatro, il professore Federico Persico, che poi fu mio suocero, Enrico Cenni avvocato e scrittore notevole e parecchi altri.

Mio suocero e suo cognato Cenni, di cui Filippo Meda ha voluto illustrare la vita, erano ferventi cattolici e liberali o, come si diceva di essi, neoguelfi. Era naturale che, soprattutto dopo il mio libro sul socialismo cattolico, io prendessi interesse a tutto ciò che poteva avvicinare la Chiesa allo Stato.

Ma la conciliazione non era possibile con uomini politici che venivano dalla rivoluzione nazionale e avevano precedenti che non rassicuravano la Chiesa. Il primo tentativo fu fatto invano dal Tosti. Vi fu il tentativo di Crispi attraverso monsignor Carini. Questi era figlio di un generale garibaldino; Crispi era animato da una fiamma patriottica, voleva far servire all'Italia cattolica il suo patriottismo e i ricordi del suo passato. Era possibile una conciliazione? Era desiderabile? Si può vivere senza dubbio anche in un periodo difficile di diffidenze di rapporti fra Chiesa e Stato, ma non si può vivere in situazione di perenne diffidenza.

Ogni Paese civile ha la sua religione o le sue religioni. L'Italia non può essere che cattolica. Nella distribuzione geografica dell'Europa e delle religioni europee, secondo il Trattato di Westfalia, che non ha dato luogo a mutazioni, l'Italia è uno di quei paesi di struttura neolatina che compongono il gruppo cattolico, e che è unito a quei paesi d'Oriente che, come la Polonia, la Lituania e in parte l'Austria, costituiscono il blocco continentale europeo.

L'Italia, se deve avere una religione, non può avere che questa forma di concezione religiosa. Un popolo non è mai irreligioso. Nella nostra civiltà europea ci sono stati periodi in cui non pochi popoli hanno avuto una decadenza dello spirito religioso, ma non vi sono popoli completamente irreligiosi. Un popolo non abbandona mai una religione, se non per prenderne un'altra. L'Italia non può essere, nelle sue condizioni, che cattolica.

Io mi preoccupai, dunque, sempre di questo problema per trovare la via per cui l'Italia non deve trovarsi per ragioni politiche in conflitto di idee e di interessi con la Chiesa.

Ebbi sempre questo pensiero, anche quando non pensavo di fare ciò che desideravo per la pace religiosa.

Io non volli nel periodo terribile della vita italiana, che decise la guerra del 1915, partecipare ad alcuno entusiasmo bellico. La guerra proclamata male, strillata nelle strade in offesa al sentimento popolare, fu fatta contro il Parlamento e fu la vera distruzione delle tradizioni liberali. Con il maggio 1915 cominciò la caduta della vita parlamentare e del regime liberale: io non volli, dunque, essere fra quelli che acclamarono e imposero la guerra. Si disse allora che io, amico di Giolitti, e ministro del suo Gabinetto, ero neutralista. No signori, io non ero neutralista, io volevo che l'Italia seguisse il suo cammino con serietà e guidata solo dal suo interesse e dal suo sentimento senza interventi o pressioni di stranieri. Non volli associarmi alla guerra, quando nelle piazze dilagava la violenza. Coloro che si dolsero poi del fascismo ne gettarono allora il seme con il loro atteggiamento turbolento, e con la loro mancanza di rispetto al Parlamento e alla Costituzione.

Non fui, dunque, tra quelli che gridarono la guerra. Vi era in quel tempo un Ministero che non poteva contare sulla simpatia dei cattolici. Ora, una guerra lunga e aspra non si poteva facilmente condurre a termine senza avere la fiducia delle masse e senza avere favorevoli gli uomini della Chiesa a contatto del popolo.

Quel terribile patto di Londra, che io ho sempre considerato come un monumento di follia, perché non si previde nulla e non si vide chiaramente quali erano gli interessi dell'Italia, era ignoto al pubblico, al Parlamento e anche ai ministri.

Nel Ministero vi erano allora uomini certamente notevoli, ma alcuni di essi, per la loro origine, non potevano avere la visione serena della vita italiana. Il Ministro Sonnino, uomo rispettabile e sotto ogni aspetto degno di considerazione, aveva una profonda avversione per la Chiesa e si preoccupò di escluderla da ogni azione internazionale da cui era possibile escluderla, soprattutto da quelle assemblee che dovevano decidere del mondo dopo la vittoria. Quando si fece il Patto di Londra non si parlava di Società delle Nazioni, ma si prevedeva bene qualcosa di simile. La Chiesa si trovò esclusa, dopo la vittoria, da ogni partecipazione all'opera di pace.

Son note le vicende per cui si giunse fatalmente al momento più drammatico della vita italiana, quando sotto il Ministero Boselli venne la catastrofe di Caporetto. Io non volli far parte del Ministero Boselli, benché egli mi avesse con molta insistenza richiesto di farne parte. Io odio i ministeri numerosi, perché sono inefficienti ed incapaci di azione. I Ministeri fatti di unione di partiti, se troppo numerosi, portano quasi sempre alla catastrofe. Il Ministero Boselli era numerosissimo: vi erano tutti i partiti e così si credeva essere al sicuro di tutte le responsabilità. Doveva necessariamente portare alla disfatta, proprio perché non vi era nessuno responsabile. Il Ministero Boselli, benché comprendesse uomini rispettabili, era formato, come ho detto, da uomini di tutti i partiti, intelligenti, mediocri o scadenti. Ognuno d'essi aveva la funzione di coprire la responsabilità del Governo con l'aiuto del suo Partito.

Si volle far credere che i capi militari soltanto ne avessero colpa. Ciò è vero: essi ebbero la grande colpa, ma vi furono anche altre responsabilità nelle condizioni di ordine sociale in cui si trovava il Paese.

Si fece una inchiesta su Caporetto. In fondo, era la simpatia, la fiducia che mancavano. Ora, dopo Caporetto fu necessario riunire le forze in una coalizione e si formò il Ministero Orlando-Nitti-Sonnino, il quale fortunatamente, attraverso tante vicende e con tanti sforzi, potette giungere fino alla vittoria.

Quando fui Ministro, cercai di mettermi d'accordo con la Chiesa. Io non debbo fare rivelazioni, sono cose note: sentii che con la Chiesa diffidente, o anche indifferente, era difficile vincere tutte le difficoltà.

Dal primo prestito che io feci, prestito audacissimo, perché dopo Caporetto, quando tutto era perduto, ebbi l'idea temeraria di rivolgermi al pubblico, volli aver fiducia e dar fiducia. Non volli la moratoria delle banche. Ordinai che gli sportelli delle banche rimanessero aperti. Lanciai un grandissimo prestito; forse, dato il valore della moneta, il più grande che sia stato fatto in tempi di guerra. I banchieri si erano rifiutati di garantire due miliardi. Io ne chiesi sei e, agendo da solo, realizzai assai più di sei miliardi e mezzo i quali, espressi in moneta attuale, sono una cifra astronomica. Fu allora che incominciai ad accostare gli uomini più eminenti della Chiesa. Ebbi fiducia in loro ed essi ne ebbero in me.

Io consideravo il Papa Benedetto XV come il maggior Papa politico dopo Leone XIII. La mia simpatia derivava dal fatto che egli aveva osato di compiere l'atto più audace contro la guerra di sterminio. Egli odiava la guerra. In tutta la mia azione ho sempre avuto lo stesso odio per la guerra. Non sono mai stato né rivoluzionario, né reazionario; so che la guerra determina sempre o la rivoluzione o la reazione. Fui sorpreso di ammirazione per il Papa Benedetto XV, che aveva avuto il coraggio durante la maggiore intensità della guerra, di rivolgersi a tutti i belligeranti e di gridare contro l'inutile strage e di dire che bisognava, nel mezzo della guerra, invitarli ad arrestarsi e trovare una intesa per evitare guerre future ancora più sterminatrici.

Le sue parole non furono comprese, non poterono arrivare al cuore dei capi dei paesi belligeranti, ma esse esprimevano una grande altezza morale. Benedetto XV fu calunniato anche in Italia, e si disse che egli diminuiva la resistenza dei cattolici contro i tedeschi. Cosa stupida, perché dall'una e dall'altra parte era presso a poco lo stesso numero di cattolici. Io, benché a lui ignoto, volli scrivere una lettera al Pontefice in cui gli dicevo la mia ammirazione. Seppi dopo che il Papa ne rimase compiaciuto. Quando fui dunque al Governo, volli continuare per la stessa via e tentare di preparare una futura base di conciliazione con la Chiesa cattolica. I cardinali che esercitano azione politica maggiore sono il Segretario di Stato, che sarebbe come dire il Ministro degli esteri e delle finanze, e il Segretario della concistoriale, come a dire il Ministro dell'interno, che si occupa dell'azione dei vescovi e della disciplina interna della Chiesa. Dopo il 1870 nessun importante uomo politico italiano, nessun Ministro si era mai incontrato con i grandi capi del Vaticano: e nessuno si incontrò dopo, fino agli accordi col Laterano. Nessun uomo politico italiano si era mai visto, né si vide mai penetrare in Vaticano. Io vedevo molto discretamente anche i più grandi capi della Chiesa. Li vedevo frequentemente, ma dovevamo agire discretamente nell'interesse della pacificazione desiderata. Io li incontravo in monasteri, in conventi, in luoghi tranquilli e sottratti alla curiosità...

Cingolani. Nell'orto dei Santi Giovanni e Paolo, Presidente.

Nitti. ...e discutevamo con fiducia, parlavamo della guerra, della pace, dell'aiuto che la Chiesa poteva dare all'opera di pace. Il cardinale Gasparri volle, in diverse occasioni, farmi conoscere i suoi giovani collaboratori: Pacelli, il Papa attuale, Maglione, Cerretti, Todeschini, ecc., e con essi ebbi occasione di parlare degli stessi problemi. E quando ci vedevamo, eravamo molto prudenti, e vi era ragione di prudenza.

Vi era allora in Roma un ambasciatore di Francia, Camillo Barrère, che aveva troppe curiosità: era discendente del famoso Barrère della rivoluzione francese, di cui tutti gli storici raccontano che aveva in tasca sempre due discorsi, uno a favore e uno contro Robespierre. L'ambasciatore Barrère era arrivato a Roma dopo essere stato comunardo ed essere stato condannato a morte per aver preso parte anche al tribunale che fece fucilare l'arcivescovo di Parigi. Era diventato ambasciatore e uomo di mondo. Come sempre accade, i rivoluzionari, quando si decidono a passare nel campo conservatore, esagerano sempre. Egli per sentimento di gelosia non voleva che l'Italia si accostasse alla Chiesa, quando la Francia era sempre in contrasto; e, quando poteva, creava le più grandi difficoltà. Diffidava di me e si preoccupava di ogni mio movimento. Io dovetti spesso far mutare i luoghi dei miei colloqui. Dovetti anche sospettare di uno chauffeur e cambiarlo. Non vi era preoccupazione sufficiente.

Compariva nel giornale Le Temps qualche notizia o indiscrezione che aveva per scopo di procurare imbarazzi al Vaticano.

Che cosa sarebbe stato il Trattato con il Vaticano che si meditava? E quali sarebbero state le sue richieste? A che servirebbe ora parlarne? Vi dirò solo uno dei miei ricordi, se mi permettete un fatto personale. (Commenti). Io avevo un figliolo, anche lui uno dei miei tre morti, che aveva voluto andare alla guerra a sedici anni. Egli diceva, che io contrario alla guerra quando l'Italia non era in guerra, avevo il dovere di consentire che egli andasse in guerra quando la guerra era venuta e non si poteva sottrarsi ad essa. Mio figlio fu così il solo figlio di un uomo politico contrario alla guerra, che in guerra nobilmente fece al di là del suo dovere. Fu ferito due volte, tre volte decorato al valore, ed infine cadde prigioniero del nemico, in un reggimento quasi interamente distrutto.

Mi consentirete qui una parentesi.

In un terribile combattimento in cui i morti furono tanti, che mio figlio si trovò in necessità di assumere il comando del battaglione, egli si trovò vicino ad un ufficiale anziano, di cui voglio dirvi il nome. L'onorevole Meuccio Ruini (ed ecco, se mi consentite, il fatto personale, che non è offesa) ebbe una magnifica condotta e veramente eccezionale. Allora molti annunziavano di andare alla guerra. Ma, come diceva Ferdinando Martini, andare al fronte era considerare in modo speciale la guerra, come se il fronte cominciasse dall'ombelico. Rimanevano sempre lontani dalla battaglia.

Ora, un giorno Diaz mi disse: «Questi ufficiali guerrieri, che vengono qui, questi parlamentari che fan parlare dai giornali, dicono di fare la guerra e non la fanno. Mi creano molestie e fastidi. Solo pochi si battono realmente». E mi fece alcuni nomi. Mi aggiunse: «C'è però un ufficiale che non so se sia folle, o se voglia suicidarsi, quando si dà il segno di uscire dalla trincea è sempre il primo: si chiama l'onorevole Ruini. (Applausi).

Quindi, fra i tanti suoi difetti (e chi non ne ha?) l'onorevole Ruini non ha certamente quello della viltà.

La rispettosa tenerezza che ho per il Papa attuale, dipende anche dai miei ricordi personali. Quando mio figlio ferito cadde prigioniero e fu portato in Germania e io non ebbi più notizie di lui e lo credetti morto, fu il Nunzio Pacelli che me ne dette notizia attraverso il Vaticano e poi si occupò di lui. Mio figlio era in istato di depressione fisica, e soffriva profondamente, poiché nessuno si occupava di lui, aveva avuto ed aveva il tormento della fame. Non vi meraviglierete, dunque, se io ho parlato di Pio XII con sentimento di devozione personale oltre che di rispetto per Pontefice.

Ma torniamo agli accordi col Vaticano. Era difficile definirne la base: mancava ogni precedente; tutte le proposte di conciliazione erano vaghe; ognuna delle questioni essenziali non era stata affrontata.

Durante la guerra i tedeschi avevano pensato a quali condizioni l'Italia dovesse soggiacere in caso di disfatta. E anche per compiacere ai cattolici tedeschi, si chiedevano che cosa si potesse imporre all'Italia. Era venuto a Roma il capo dei cattolici tedeschi, Erzberger: un uomo intelligente ed abile, aveva un programma definito e uno schema di Costituzione da imporre all'Italia.

Era un programma non benevolo ma, cosa inverosimile, meno scellerato di quel che mi attendevo e anche diverso, in parte, dalle mie previsioni. Il progetto di Erzberger era stato personalmente esaminato dall'imperatore Guglielmo e fu poi pubblicato in Germania: ma, appena finita la guerra il capo dei cattolici tedeschi, il disgraziato Erzberger, fu ucciso dai nazi, che lo detestavano quasi più dei comunisti.

I nazi odiarono sempre la Chiesa, che consideravano potenza nemica straniera, quasi come il comunismo. Non potevano perseguitarla allo stesso modo, dato il numero dei cattolici, ma l'odiavano allo stesso modo.

Con il cardinale Gasparri ebbi occasione di esaminare a lungo le questioni più essenziali, ed egli ebbe tanta fiducia in me da fissare nel discorso i principali suoi punti di vista. Ho creduto che il dovere dell'uomo politico sia il silenzio su tutto ciò che non è dovere, nell'interesse pubblico, pubblicamente discutere. Io non farò pettegolezzi e non ne chiederò ad altri.

Ed ora vengo all'onorevole Orlando.

L'amico Orlando non vorrà supporre che io dica cose meno riguardose per lui. Egli ha detto, nel suo recente discorso, che aveva avuto degli incontri a Parigi con rappresentanti del Vaticano e che, in seguito ad essi, per la prima volta (Interruzione dell'onorevole Orlando Vittorio Emanuele), si era parlato di accordi.

Io desidero essere preciso. Siccome stando all'estero ho avuto occasione di scrivere che avevo iniziato per la prima volta trattati per veri accordi, ho il dovere di precisare come stanno le cose. (Interruzione dell'onorevole Orlando Vittorio Emanuele).

In tanti anni che era stato Ministro dei culti, dell'interno e Presidente del Consiglio l'onorevole Orlando non aveva mai manifestato alcuna iniziativa e volontà di modificare la situazione dei rapporti con il Vaticano. Presidente del Consiglio, aveva nel Gabinetto conservato come Ministro degli esteri l'onorevole Sonnino, che voleva nella sua diffidenza escludere il più possibile ogni partecipazione del Vaticano alla politica internazionale.

Quando mi trovavo a Parigi per la conferenza della pace che era alla fine dei lavori, capitò per caso un americano, certo monsignor Kelley, protonotario apostolico in Chicago.

Monsignor Kelley incontrò a Parigi, per caso, il consigliere di legazione italiano, commendator Brambilla, che aveva moglie americana. Era stato a Roma per vedere il Papa. Il Papa voleva dare un vigoroso impulso all'opera delle missioni in tutto il mondo e concretarle a Roma. Ma voleva riunire i fondi. Mancava però lo spazio. Bisognava ottenere una striscia di terra di alcuni chilometri ad occidente dei confini del Vaticano. Monsignor Kelley aggiunse che il Papa era favorevole a questa idea.

Si sarebbe incontrato volentieri, a questo scopo, con l'onorevole Orlando. Non era autorizzato ufficialmente e agiva in «a purely social way». Il 19 maggio 1919, monsignor Kelley si incontrò dunque per iniziativa di Brambilla nell'Hotel Meurice con l'onorevole Orlando nell'appartamento della signora Brambilla. Assistevano al colloquio lo stesso Brambilla e il giovane principe di Scordia.

Monsignor Kelley, dopo questa conversazione, invece di partire per l'America, andò a Roma e ripartì dopo pochi giorni con monsignor Cerretti.

Avvenne allora un secondo incontro all'Hotel Ritz. Monsignor Cerretti e Kelley discussero da soli con l'onorevole Orlando ed ebbero un lungo colloquio.

Monsignor Cerretti mostrò a Orlando un memoriale redatto dal cardinale Gasparri, in cui si parlava della cessione al Vaticano del territorio indicato. Questa cessione avrebbe potuto preparare agevolmente la soluzione della Questione romana.

L'onorevole Orlando non oppose difficoltà insormontabili, ma fece una pregiudiziale, la scelta del momento opportuno e la necessità di riferire al re e al Consiglio dei Ministri.

Monsignor Kelley era ignaro di tutta la situazione italiana.

La sua iniziativa era inattesa e colse l'onorevole Orlando alla vigilia delle dimissioni del suo Ministero.

Difatti fra il colloquio di fine maggio e le dimissioni del Ministero non corsero che soltanto tre settimane.

Né prima di quel tempo, né dopo quel tempo, l'onorevole Orlando ebbe mai occasione di occuparsi di accordi con il Vaticano.

In quanto a monsignor Cerretti, che io poi vidi durante il mio esilio a Parigi e a cui resi anche qualche servizio, egli si proponeva uno scopo immediato, oltre la questione del territorio Vaticano.

Il vero scopo che si proponeva era la sua fissazione di far entrare il Papa nella Società delle Nazioni: cosa impossibile per iniziativa ed opera del Ministero Orlando, perché vi era Sonnino Ministro degli esteri.

Orlando Vittorio Emanuele. Ed io che cosa ero?

Nitti. Bisognava fare prima la crisi del Ministero.

Orlando Vittorio Emanuele. Se io volevo una cosa la ottenevo, e Sonnino avendo il senso della necessità di Stato avrebbe ceduto; e se non avesse voluto cedere avrebbe determinato la crisi.

Nitti. Invece, quando venne a Parigi Cerretti, il Ministero era virtualmente in crisi.

Orlando Vittorio Emanuele. È un errore e lo dimostrerò. Che cosa avvenne in quei venti giorni? Lo dirò dopo.

Nitti. Allora non si poteva far niente. Cerretti, ripeto, teneva ad una sola cosa: ottenere che Orlando, con l'autorità del Governo, riuscisse a fare entrare il Papa nel nuovo organismo della Società delle Nazioni. Nell'altra cosa non aveva nessuna possibilità. Quindi, io ho confermato, perché non ho detto niente di molto diverso, ciò che dice Orlando.

Orlando Vittorio Emanuele. È questione di punti di vista! (Si ride).

Nitti. Ho detto che non fu iniziato alcun movimento per accordi effettivi. Questi accordi vennero dopo, nella forma che sapete e che è inutile vi ripeta. Quando io mi dimisi da Presidente del Consiglio avevo tre idee su cui ero d'accordo col Vaticano.

Volevo prima di tutto aiutare il movimento che doveva evitare la guerra futura, cioè fare alla Germania condizioni accettabili dal nuovo Governo repubblicano e dal popolo; rinunziare al ridicolo processo all'imperatore Guglielmo e agli ufficiali tedeschi, cosa che il Vaticano desiderava molto più di me. E il Cardinale Gasparri mi scriveva e mi diceva perché io insistessi con ogni rigore in questa azione.

Eravamo, dunque, d'accordo in tre cose nell'azione politica internazionale: la prima di trovare un modo per rimettere in piedi la Germania, evitando prossime guerre o prossimi probabili e insanabili urti; la seconda, di fare lo Zollverein con la Jugoslavia. Infatti, non ho mai considerato la Jugoslavia come un Paese necessariamente nemico. La Jugoslavia è Paese necessariamente complementare dell'Italia, e l'Italia e la Jugoslavia hanno interesse ad avere una economia unica. Se fosse possibile, anche ora farei un accordo con la Jugoslavia e vorrei tornare al mio progetto di unione doganale che il Vaticano aiutava volenterosamente, perché sloveni e croati cattolici resistevano al mondo serbo e al mondo ortodosso, ed il Vaticano aveva interesse ad aiutare questo movimento.

Vi era una terza cosa che io volevo, ma il Vaticano non poté far nulla e io ho agito da solo: era di evitare che l'Italia si ingaggiasse in qualsiasi modo in guerra con la Russia, in relazione a rivendicazioni nazionalistiche di territori russi che noi non potevamo prendere, ed a cui sarebbe stato assurdo aspirare, come preparare una spedizione in Georgia o anche partecipare a qualche crociata antirussa.

Sulle tesi principali io, dunque, agii in pieno accordo. Quando tornai in Italia, nel mio discorso del 3 ottobre 1945 a Napoli, volli occuparmi dell'azione del Papa Pio XII durante la guerra e durante le persecuzioni razziali.

In quel mio discorso dissi una cosa molto grave: che mi ero incontrato all'estero, durante il mio esilio, con Monsignor Pacelli, e con lui avevo lungamente discusso della situazione europea che era molto delicata, e che ci eravamo trovati in tutto completamente d'accordo sulla situazione dell'Italia che destava già preoccupazioni.

Era un'affermazione grave, io dubitai persino che al Papa potesse dispiacere. Non era una indiscrezione, né io facendola pensai di compromettere in alcuna cosa il Vaticano. Ma temetti di aver fatto cosa non opportuna. Invece, dopo che il discorso mio fu pubblicato, trovai nell'Osservatore Romano le mie parole inquadrate in prima pagina, messe in rilievo come un fatto di una eccezionale importanza.

Non vi nascondo che rimasi turbato e commosso.

Nell'ora penosa dell'esilio vedevo la solenne conferma che il Pontefice ed io avevamo uno stesso ideale di politica internazionale.

Vengo alla conclusione. Noi discutiamo l'articolo 5. Io credo che sia stato grave errore mettere questo articolo nella Costituzione (Commenti). Fatemi dire. Non è utile e non è opportuno: è anzi un grande errore. Ciò non è materia di Costituzione, e averlo voluto includere nello schema di Costituzione fa credere che si è creduto dargli fondamento ancor più solido. Si suppone che noi facciamo una Costituzione talmente granitica che possa avere una durata di moltissimi anni, se non di secoli. No, signori; non ci illudiamo. La nostra Costituzione sarà fragile e breve come le altre Costituzioni che si fanno in questo periodo nei paesi vinti. Il mettere, quindi, nella Costituzione gli articoli del Vaticano non giova in alcun modo né per la durata, né per la garanzia della Costituzione stessa. Noi dobbiamo mantenere i Patti che ora esistono lealmente.

Dobbiamo non solo rispettare i Patti, ma avere sincera e amichevole relazione col Vaticano. In seguito si troverà modo di correggere ciò che non si potrà mantenere, ma sempre per accordo bilaterale. Noi dobbiamo ora rispettare quegli accordi così come sono stati fatti. Perché, dunque, metterli nella Costituzione? Se, come è probabile, nel tempo X, supponete fra un anno o due, dovremo rivedere la Costituzione, quegli accordi dovranno tornare in discussione. Ed allora quale sarà il vantaggio? Quale l'utilità? Io non la vedo, perché noi non possiamo certamente dire che quegli accordi sono tali da non aver bisogno di alcuna revisione; che, invece d'esser fatta consensualmente sarebbe fatta da un'Assemblea legislativa, non sappiamo per ora come composta.

Se dovessimo rifare la Costituzione, dovremmo rifare la stessa discussione attuale e forse una discussione ancora peggiore, perché non sappiamo quale situazione politica si produrrà. Io dunque vorrei pregarvi, se si potesse, di rinunziare a questo articolo 5. Ma poiché prevedo che questa materia diventi causa di contrasto politico, che può dividere gli animi profondamente, mentre io considero che ora, soprattutto, non solo è doveroso, ma necessario evitare ogni contrasto che turbi ancor più la pace interna, sento sorgere nel mio spirito una viva perplessità ed ho il dovere di dichiarare onestamente il mio pensiero.

La Chiesa ora ha un grande prestigio. Questo prestigio, anche presso i nemici, si è accresciuto ancor più per il suo mirabile contegno durante la guerra e le persecuzioni razziali. Il Papa ha detto parole divine di bontà e di grandezza. Non lo negherete nemmeno voi, anche se non siete cattolici.

La Chiesa cattolica ha accolto nei monasteri, nelle chiese, dovunque poteva, i perseguitati, senza domandare né la religione, né i precedenti, né i loro sentimenti politici, Pio XII ha contribuito alla salvezza di Roma: Egli vi ha contribuito parlando un elevato linguaggio, di cui anche i nemici sono rimasti compresi.

Ora, nessuno può volere in questo momento motivi di contrasto con il Pontefice e con la Chiesa. Se Egli rimanesse al di fuori di queste attuali dispute, se avesse domani l'idea di dire che non vi è partito cattolico, ma che i cattolici possono essere in tutti i partiti (Approvazioni), perché la religione non può essere un partito; se il Papa dicesse queste parole, avrebbe ancora ammirazione, più grande ammirazione di quella che ora non abbia.

Ora, mi chiederete, onorevoli colleghi, che cosa io farò. Io spero che si trovi un accordo e che l'articolo 5, se si vuol mantenere, sia presentato in forma che un accordo sia per tutti possibile. Ma se un accordo non vi sarà, io, piuttosto che concorrere ad accrescere la divisione degli animi in Italia e ad aumentare il turbamento dell'opinione pubblica, voterò l'articolo 5, anche così com'è. Ho molto meditato in questi giorni sull'articolo 5. Dal punto di vista politico e giuridico è un errore; ma in questo momento può diventare segnacolo di simpatia o di avversione e in ogni caso di lotta. Non votare l'articolo 5, respingendolo puramente e semplicemente, quali conseguenze politiche si possono avere? Non ve le accenno. La situazione diventa difficile e si aggrava. Quindi, per le ragioni suddette, io, contrario all'articolo 5 che credo un errore, lo voterò. (Commenti). Se è mantenuto e diventa causa di divisione politica.

Una voce a sinistra. È debolezza.

Nitti. Non è debolezza, ma è visione della realtà e sentimento di forza.

Supponete che l'articolo 5 sia respinto e che si formi su questo una maggioranza ostile... che voi (Indica il centro) tante volte meritereste (Si ride). Quale conseguenza voi vedete? Vedete o no il grande pericolo? Io prima e soprattutto ho il sentimento della Patria, e dell'unione che è in questo periodo necessaria: questo sentimento profondo, che in me è sincero, sovrasta tutto. Epperciò, se non si trova una forma conciliativa che possa riunire tutti, e l'articolo 5 diventa materia di divisione e di contrasto col Vaticano, io, anche con il sacrificio delle mie idee, se è necessario, voterò per l'articolo 5. (Vivi applausi Molte congratulazioni Commenti animati).

(La seduta, sospesa alle 18.30, è ripresa alle 18.50).

Presidente Terracini. L'onorevole Orlando Vittorio Emanuele ha chiesto di parlare per fatto personale. Ne ha facoltà.

Orlando Vittorio Emanuele. Onorevoli colleghi, il discorso così denso di pensiero e di fatti, dell'onorevole Nitti, che tutti abbiamo udito ed ammirato, mi offrirebbe l'occasione di tutta una serie di fatti personali, storici però. La mia persona c'entra, in quanto io ho avuto assai gravi responsabilità in momenti storici cui l'onorevole Nitti si è pure riferito. Non vi è nulla, tuttavia, che si ponga in contrasto formale con quanto ha detto l'onorevole Nitti, che — ripeto — ho ammirato vivamente, anche a prescindere da quella solidarietà del tutto sui generis, che lega due vecchi uomini di altri tempi.

Il tema, per se stesso, richiama echi di voci passate ed oltrepassate, almeno parlo per mio conto. Ma, dal momento che la discussione si è diffusa in tal modo su aspetti storici della questione, io non posso non recare qualche contributo, e credo che convenga ad elevare ancora più il dibattito attuale, il collegarlo con gli eventi cui accennerò, perché è davvero storico il valore di quegli eventi.

Ora, un primo contributo storico, che si può apportare, si collega con le osservazioni del mio amico Nitti, cui rinnuovo — perché solo ora lo vedo entrare nell'aula — l'espressione della mia ammirazione e della mia solidarietà. Può recare, pertanto, un contributo utile alla discussione il ricordo della lealtà, della fedeltà, con cui l'Italietta del periodo prefascista (così la chiamerò d'ora in poi, giacché la storia conosce di questi appellativi ironici, che poi diventano gloriosi; e fu questa Italietta che fece grande l'Italia) (Applausi) il ricordo, dicevo, della lealtà, della fedeltà, con cui l'Italietta osservò quella che fu la legge delle Guarentigie, senza che vi fosse alcun bisogno d'includerla in uno Statuto costituzionale.

Lo Stato d'Italia fece, dunque, quella mirabile legge delle Guarentigie, a proposito della quale ricordo che, dopo una lunga discussione (c'è l'abitudine un po' di screditarci dinanzi a noi stessi quando parliamo della lunghezza delle nostre discussioni; or la discussione della legge delle Guarentigie, di cui l'attuale è una derivazione, durò in Parlamento quasi tre mesi, e ne era relatore Ruggero Bonghi), dopo un laborioso ponderoso esame, mentre ormai si era arrivati alla fine, un Deputato chiese la parola e disse: «Ma, un momento: tutto questo che abbiamo stabilito, suppone lo stato di pace. Che cosa avverrà, se l'Italia si troverà in guerra? Come potrà essa rispettare tutte le guarentigie date al Pontefice, fra le quali il diritto di legazione attivo e passivo, il corriere diplomatico, la libertà di corrispondenza, la libertà di rapporti con tutti i suoi organi? Che cosa avverrà della legge in un caso simile? Potranno quelle garanzie esser mantenute anche in rapporti a Stati divenuti nemici?»

Ruggero Bonghi rispose su per giù, così: «Ma, caro collega, abbiamo stentato tre mesi per fare la legge nell'ipotesi della pace; se voi l'aggravate ora con l'ipotesi della guerra, non ne usciremo più. Sarà quel che Dio vorrà, sarà quel che sarà». E la guerra non fu preveduta. Toccò a me questo compito, come Ministro di giustizia e dei culti, quando la guerra fu dichiarata nel 1915. Formidabile responsabilità: ma io e i miei colleghi di allora non esitammo, noi, uomini pur di così diversa mentalità, di così diverso temperamento, quali eravamo, Salandra, Sonnino ed io. Non esitammo. «Correremo tutti i rischi» dicemmo; «ma le guarentigie di questa legge saranno mantenute». E le mantenemmo. È un titolo di onore per noi e per il Paese che rappresentavamo.

Ecco il valore del ricordo storico.

Lealtà da parte nostra, lealtà da parte della Santa Sede; né, ripeto, ci fu allora bisogno che la legge fosse compresa in un atto statutario. Bisogna riconoscere quella lealtà reciproca, bisogna specialmente ricordare una dichiarazione da parte della Santa Sede, con gratitudine sia pure, retrospettiva.

Fu, allora, formalmente dichiarato dal Cardinale Gasparri Segretario di Stato: «La Santa Sede, di fronte all'Italia in guerra, non intende punto creare imbarazzi al Governo di essa e mette la sua fiducia in Dio, aspettando la sistemazione della sua situazione non dalle armi straniere, ma da quei sentimenti di giustizia che si augura si diffondano nel popolo italiano». Bel gesto, che non bisogna dimenticare, e che stabiliva subito un contrasto di grande storia, quando si pensi alle altre volte, quando per la difesa di diritti temporali della Chiesa erano avvenuti interventi armati stranieri. Ma, d'altra parte, questo gesto metteva in evidenza il contrasto fra quella che era la situazione formale e quelli ch'erano i rapporti sostanziali.

Quando il mio amico Nitti diceva di tutto il pericolo ch'egli attribuiva alla possibilità di un urto fra la Santa Sede ed il Governo d'Italia in un momento così drammatico della vita del Paese nostro, diceva una cosa profondamente vera e giusta, ma a rimuovere tale minaccia già avevano spontaneamente provveduto e il buon senso italiano e il fondamentale spirito di italianità, da cui la Santa Sede non si dipartì.

Sentite: io qui non pretendo farvi una lezione di storia; ma vi assicuro che in nessun momento, prima e dopo i Patti Lateranensi — anche dopo, ripeto: in nessun momento — l'intesa fra il Governo d'Italia e il Pontefice fu così piena, concorde, continua, come durante il periodo in cui fui Guardasigilli, dal 1908 al 1911. Fra me e il Santo Padre, Pio X, le relazioni furono sempre perfette e cordiali in maniera incomparabile.

E per quanto riguarda Benedetto XV, che fu il Papa della guerra, vi dirò questo; non aveva il carattere di Pio X, era meno santo e più politico. Però, dopo qualche incontro un po' burrascoso al principio, potei ristabilire tale intesa che quando, sopravvenuta la crisi del Gabinetto Salandra, io lasciai l'ufficio di Ministro della giustizia per quello dell'interno, il Sommo Pontefice manifestò al Presidente del Consiglio il suo desiderio che i rapporti politici con la Santa Sede continuassero attraverso me, sebbene avessi lasciato il Ministero specificamente competente. Il che avvenne.

Ciò vi dimostra quale intesa si fosse stabilita anche con il Santo Padre che pontificò durante la guerra, e quest'intesa fu mantenuta con grande lealtà reciproca. Senza contravvenire al suo carattere di universalità, che vieta alla Chiesa di affermarsi nazionale verso qualsiasi popolo determinato, io debbo dire che il concorso da Essa prestato durante la guerra fu ispirato da sentimenti, che furono veramente di amicizia e di bontà per il nostro Paese.

Questa è la verità storica, la verità sostanziale, al di sopra della quale continuava ad apparire il dissidio formale. E precipitiamo verso quello che fu l'accordo finale; onde, nell'altro mio discorso all'Assemblea, potei affermare che la portata essenziale del Patto Lateranense, distinto dal Concordato — perché del Concordato allora non si parlò — cioè la costituzione in Stato indipendente di quella che ora si chiama la Città del Vaticano, fu conclusa con me; e che, quindi, io non posso in questo momento declinarne la piena corresponsabilità. Io non metto in dubbio, anzi mi compiaccio del contributo apportato dall'onorevole Nitti, mediante i rapporti che egli, prima e dopo, avrebbe avuto direttamente con alte Autorità ecclesiastiche. È certo questo, però, che quando avvenne il drammatico urto tra me e il Presidente della Repubblica americana, Wilson, ci fu un momento o, meglio, un periodo, in cui ogni giorno si pensava a fare qualche cosa che ferisse l'Italia per punirla della sua resistenza. Ed allora, in alcuni ambienti cattolici non italiani, si pensò di trarre profitto da quella circostanza per cercare di sollevare la questione romana. E un intrigo si svolse in questo senso. Non poco io dovetti vigilare e soffrire, allora, per infrangere e vincere le varie minacce, fra le quali s'inserì pure la questione della rappresentanza della Santa Sede nella istituenda Società delle Nazioni. La mia risposta, peraltro, quando me ne fu parlato, fu semplice: «Io non ho nessuna difficoltà, se ciò conviene alla Santa Sede — del che dubitavo fortemente — e se la Santa Sede tiene a farne parte, io non mi opporrò, però la proposta deve venire da me». E se non fosse venuta da me, avvertivo che le conseguenze potevano essere veramente tragiche, perché in quel caso io credevo che il Papa non potesse più rimanere a Roma. E non mancai di dirlo.

Ma anche qui bisogna riconoscere con gratitudine che la Santa Sede non partecipò mai a quei tentativi, e fece anzi quello che poté per impedirli. In fondo io credo che la venuta di quel Vescovo di Chicago, Monsignor Kelley, sia stata in origine determinata da questi scopi a noi ostili; ed ostili propositi contro di noi si agitavano specialmente nel Belgio, dove trovavano echi di consenso quei propositi per cui l'Italia si dovesse obbligare a subire una pace suo malgrado, col riaprire la questione romana in danno di essa.

Questo era possibile perché, in fatto, la questione romana era ancora aperta. Perciò, onorevoli colleghi, non lo dimentichiamo, non lo dimenticate: è un fianco aperto nelle vive difese dell'Italia il sussistere di una tale questione che possa risollevarsi. Ve lo dice uno che dimostrò di non temere di fronte alla possibilità di una tale minaccia. Ma, ripeto, la Santa Sede non soltanto rimase estranea a quelle manovre, ma dichiarò che non avrebbe mai accettato una soluzione imposta all'Italia: riconosciamolo pure, per rendere giustizia all'atteggiamento di Essa nella storia di quegli eventi. Intanto, li richiamo qui rapidamente.

In seguito ad un colloquio avuto con me a Parigi, Monsignor Kelley credette opportuno di far subito un viaggio a Roma; e dopo breve tempo, ne fece ritorno, questa volta, per iniziativa che risaliva al Vaticano, in compagnia di Monsignor Cerretti. Col quale io dovevo avere un lungo, decisivo colloquio, e fu in esso che furono gettate le basi dell'accordo tra la Santa Sede e l'Italia, cioè che la Città del Vaticano diventasse Stato indipendente.

Di questo parlammo; e concludemmo in maniera precisa e definitiva, come si può rilevare dal memoriale dello stesso Cerretti, pubblicato nella Rivista Vita e Pensiero, rivista notoriamente vaticana, organo dell'Università cattolica di Milano. Monsignor Cerretti, allorché lo rividi dopo la sua elevazione a cardinale, mi raccontò che egli aveva iniziato il suo memoriale subito dopo il colloquio avuto con me; e siccome era di domenica (ricordo questo curioso particolare da lui dettomi), avendo trovato le cartolerie chiuse, si era potuto alla fine provvedere di un quaderno in una cartoleria trovata per caso aperta in via Richelieu, perché tenuta da un israelita. E così, in quella giornata di festa, avvenne che un ebreo dovesse giovare ad una causa cattolica! (Si ride).

Russo Perez. Anche gli ebrei qualche volta servono a qualche cosa.

Orlando Vittorio Emanuele. Questo memoriale o diario lo pubblicò, dunque, la Rivista Vita e Pensiero, ed io lo ripubblicai poi in un mio volume. Il qual volume ha una curiosa storia — per così dire — di anonimato, perché io lo stampai quando già tutte queste cose erano note; non anticipai nulla, e non c'è nessun segreto che sia stato tradito da me.

E, per fare qui una parentesi anch'essa storica, addurrò un esempio di questa mia abituale riserva, a proposito di quanto giustamente ha detto il collega amico Nitti, a proposito cioè del grave errore, che furono le dimissioni del Gabinetto Salandra il 14 maggio 1915; grave errore, giacché diede davvero la sensazione che la guerra fosse imposta dalla volontà del popolo contro il Parlamento. Ebbene, nessuno sa che ebbe luogo una veramente drammatica riunione, e fu quando, appunto, Salandra ci convocò per comunicarci la sua decisione di dimettersi. Fu quello il più lungo Consiglio dei Ministri cui io abbia assistito. I Consigli dei Ministri ai quali ho partecipato durante dieci anni duravano non più di una ora circa; e quando ora leggo che restano convocati anche di notte, fremo, perché penso che non è possibile che si arrivi fino in fondo senza commettere qualche sciocchezza. (Si ride). Almeno, io, quando è passata la mezzanotte, non ragiono più. Insomma, in quei tempi, tali eccessi non si verificavano, perché l'accordo si era formato prima fra i colleghi interessati e, in ogni caso, attraverso il Presidente del Consiglio, che era il regolatore dell'azione del Governo. Quella volta, invece, fu una riunione lunga, che, cominciata verso le quattro, terminò alle nove di sera.

Ebbene, ad opporci alla proposta di dimissioni fummo in due, io ed il povero Ciuffelli, ora scomparso anche lui, che facemmo valere l'impossibilità di recedere dall'impegno già preso con gli altri Stati alleati. Ma naturalmente, quando si tratta di dimissioni, non c'è maggioranza o minoranza; non c'è che il Presidente del Consiglio, e se egli rassegna il mandato, la crisi è avvenuta, dato appunto il valore, che nell'unità del Gabinetto ha il Presidente del Consiglio. E chiudo la parentesi, per tornare al mio libro.

Esso — come dicevo — ha una curiosa storia. Io lo pubblicai (sono miei articoli, del resto, che erano già comparsi in riviste americane), nel 1929, poco dopo gli accordi, perché allora ero libero dall'obbligo del segreto. E non lo diedi a nessuno editore di quell'epoca, cioè ad editori fascisti, perché tali erano quasi tutti i maggiori di allora; ma, per spirito d'intransigenza, lo diedi ad un sedicente editore, che era un allievo di Croce, antifascista. Egli possedeva qualche bene di fortuna ed aveva creato una sedicente casa editrice, nella quale si stampavano questi libri più o meno proibiti. Nessun giornale lo annunciò; nessun libraio lo espose.

Bisogna averli vissuti quei tempi; bisogna averli vissuti, sì! Io penso che non c'è cosa più sciocca del paragone tra coloro che si decisero, allora, ad andar via dalla Patria e coloro che vi rimasero, perché non si istituisce un paragone tra eterogenei. Quello di coloro che andarono via, certo, fu un grande sacrificio, un immenso sacrificio, che merita tutta l'ammirazione, tutta la devozione e riconoscenza, specialmente verso quelli che ahimè! non sono più tornati. Il paragone, dunque, non si può stabilire, e la situazione degli uni e degli altri sta ciascuna per sé; ma la vita di coloro che rimasero, la nostra vita, credete, non era allegra, perché ogni giorno si era esposti o ad una minaccia o ad una tentazione. (Commenti Approvazioni).

Priolo. Questo si è dimenticato e si dimentica!

Orlando Vittorio Emanuele. Non diedi — ripeto — il libro, per spirito d'intransigenza, a taluno degli editori più in vista e, quindi, più o meno in uno stato di devozione verso il regime: lo diedi, invece, a quell'ignoto editore, che ebbe l'ardimento di pubblicarlo. Nessun giornale lo annunciò, nessun libraio lo espose: rimase perfettamente anonimo. Ciò malgrado — cosa curiosa — l'edizione si esaurì, ed allora è venuta fuori questa seconda edizione, la quale è qui, onorevoli colleghi, per puro caso. Non crediate che io l'abbia premeditatamente sottomano. In questo volume è riprodotto il memoriale o diario Cerretti e mi limiterò a leggervene solo la fine, quantunque la lettura di tutto sia interessante. Per esempio, quando dall'altra parte mi si mosse la questione che lo Stato-città sarebbe stato troppo piccolo e che conveniva estenderne il territorio, io risposi: A che giova? Ciò potrebbe imbarazzare; ed usai il paragone dell'infusorio e dell'elefante: sono tanto diversi tra loro per grandezza, eppure tutti e due si qualificano come esseri viventi!

Mi limiterò, dunque, a leggervene solo la fine: «9 giugno, 6.30 pomeridiane: Venne il signor Brambilla per dirmi che l'onorevole Orlando, ieri, nel colloquio avuto con l'onorevole Colosimo, Vicepresidente del Consiglio, a Oulx, a lungo discusse con lui sulla soluzione della Questione romana. Dopo avergli riferito la conversazione avuta con me, lo incaricò di informare di tutto il Re e separatamente tutti i Ministri. L'onorevole Colosimo si mostrò favorevole. L'onorevole Orlando ha detto tutto ciò al signor Brambilla in presenza di Aldovrandi, Capo di Gabinetto dell'onorevole Sonnino. Ciò farebbe supporre che anche Sonnino è al corrente della cosa. Mi assicura il signor Brambilla che tanto lui quanto il Marchese Della Torretta lavorano a tutt'uomo per indurre l'onorevole Orlando a far presto». Quindi, pareva che ci si tenesse...

E continuava: «...in vista della situazione politica d'Italia. Sembra, infatti, che la posizione dell'onorevole Orlando sia alquanto scossa e che gli scioperi e la crisi economica possano determinare una crisi ministeriale. Se in questo momento, l'onorevole Orlando se ne andasse, sarebbe un vero disastro». Mi pare che più chiaro di così non possa essere l'impegno che io ero pronto a prendere e che si era concluso, se il mio allontanamento appariva come un disastro.

«10 giugno. I giornali annunciano che l'onorevole Colosimo è stato ricevuto dal Re. Certamente egli deve avere già informato il Sovrano della questione.

«15 giugno. Il Ministero Orlando dimissionario».

Quindi, l'accordo era completo su questo punto. Perché, domanda il mio amico Nitti, esso non fu formalmente concluso? È una curiosità storica giustificata. Ma, adesso, vi dirò in quali termini l'impegno era stato preso e perché esso avvenne a così poca distanza dalle mie dimissioni. Potrebbe, infatti, nascere il sospetto che non vi fosse lealtà da parte mia, e che io, moribondo come Capo del Governo, avessi voluto morire in gloria, come colui che aveva raggiunto la meta storica della conciliazione fra lo Stato e la Chiesa in Italia.

Però, se questa fosse stata la mia intenzione recondita, allora la cosa sarebbe stata molto semplice: avrei senz'altro acconsentito, perché mi si facevano premure in tal senso. La verità è che, quando io ebbi questi colloqui e venni a queste conclusioni, non prevedevo la mia crisi prossima, restando essa subordinata ad un evento. Era allora pendente il compromesso Tardieu, il quale risolveva le questioni adriatiche in quella maniera di accordo transattivo, quale fu poi conseguito col trattato successivo di Rapallo.

Io non fui mai intransigente. Sulla mia coscienza non pesa il rimorso che la mia ostinazione abbia contribuito a determinare la mancata conclusione delle trattative di Versailles. L'ostinazione era dall'altra parte. Allora, il compromesso Tardieu era stato, come dissi, da me accettato, ed io avevo ragione di credere che fosse accettato da tutti e definitivamente, perché quando comunicai la mia adesione al Presidente Wilson, egli venne incontro a me quasi abbracciandomi. I nostri rapporti personali erano, difatti, stati sempre amichevoli, ed anzi affettuosi prima dello scoppio dell'urto. E allora tornarono eccellenti. Egli mi disse, commosso, che ammirava il mio spirito di transazione e credeva che io mi fossi spinto fino al quel limite estremo che era compatibile con le aspirazioni italiane. E mi ringraziò. Considerate quel che significava un tale successo. Il giorno dopo era convocata la Delegazione austriaca per ricevere le condizioni della pace, e quanto al confine italo-austriaco c'era la nota: «Souspendu». Era un effetto dell'urto fra me e Wilson che veniva a comporsi per l'accettazione del compromesso Tardieu. E Wilson chiese al Segretario dei Quattro: «Perché non mandate anche il confine austriaco?».

«Siete voi, signor Presidente — rispose il segretario — che avete detto di aspettare». «Mandatelo» — disse Wilson —. Ed allora il segretario chiese: Qual è il confine? Quello del Patto di Londra?

E Wilson disse: «No, perché il confine del Patto di Londra non è giusto per l'Italia. Bisogna che siano annesse all'Italia anche le valli di Tarvis e di Sexten», che infatti ci furon poi date.

Pareva la conclusione del fatale dissidio, onde io dissi al Presidente: «Così anche la questione adriatica è a posto». Rispose: «No, io, come dissi, approvo; ma per il compromesso Tardieu che trovo giusto, bisogna che ci sia il consenso degli jugoslavi. Io non intendo imporre la mia volontà agli jugoslavi».

Questo io dico a proposito delle pretese odierne, per questo trattato orribile che ci si vuole imporre. C'era allora l'assenso di tutti e non fu tradotto in atto per rispettare la libertà di consenso degli jugoslavi. Io attesi una diecina di giorni e gli jugoslavi risposero che non accettavano, e quindi, la pace adriatica si trovò risospinta in alto mare. Ebbi allora la sensazione precisa che il mio dovere era di andarmene.

E feci ritorno a Roma. Convocai la Camera e la crisi avvenne senz'altro nella prima seduta, su una semplice questione di procedura sollevata da me. Passi erano stati fatti presso di me da altissimi parlamentari, nel senso di attendere e di cercare un accordo; ma risposi, che ritenevo la mia funzione come finita, e sentivo che rimanendo al Governo, ciò fosse in danno del Paese. Occorreva che altri si provassero. E fu così che me ne andai davvero volontariamente; me ne andai in seguito al mancato, ultimo tentativo da me fatto alla Conferenza di Versailles, di comporre allora e subito la questione. Se quel tentativo fosse riuscito, non avrei avuto ragione di dimettermi, né mi sarei trovato in condizioni politicamente tali da giustificare le mie dimissioni.

Ora, io avevo già detto chiaramente a Monsignor Cerretti, proprio a conclusione delle nostre trattative, quando egli mi domandò se potessimo pubblicare l'accordo: Aspettate; bisogna vedere qui come le cose si concludono. Se posso tornare nel mio Paese come il Presidente del Consiglio, che ha vinto la guerra ed ha concluso la pace (una pace, che io sapevo che tutti gli italiani avrebbero accettata in quel tempo, e tante cose si sarebbero in seguito evitate!), se ciò avviene, posso allora degnamente presentare e fare accogliere il nostro accordo. Avrò, in tali condizioni, tutto il prestigio necessario in questa mia azione di Governo; ed il Paese, in uno stato di euforia per i tanti pericoli affrontati e sormontati, sarà con me e accoglierà con entusiasmo anche quest'altra opera di pace. Altrimenti, no; e non conviene né a noi né a voi che un atto di tanta importanza storica avvenga in un momento di grave perturbamento, quando l'uomo politico che deve compierlo non ne ha più l'autorità sufficiente.

Ricordo questo mio proposito e me ne vanto; ma me ne vanto non come persona, bensì come rappresentante della tradizione di coloro che sono stati gli uomini di Governo dell'Italietta, in cui è anche compreso Francesco Nitti, che in tale tradizione è con me solidale, anche se sia di parecchio più giovane. (Si ride). È certo che se io in quel momento avessi voluto far precedere ad ogni altra considerazione la soddisfazione personale di passare alla storia come colui che aveva concluso la Questione romana, lo potevo; ma non lo volli e non me ne pento. Un'Italia libera può oggi liberamente conservare gli accordi, che io allora avevo preso in un momento decisivo per la vita del Paese. (Vivi applausi Molte congratulazioni).

 

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A cura di Fabrizio Calzaretti