[Il 17 aprile 1947, nella seduta antimeridiana, l'Assemblea Costituente prosegue la discussione generale del Titolo secondo della Parte prima del progetto di Costituzione: «Rapporti etico-sociali». — Presidenza del Vicepresidente Tupini.

Vengono qui riportate solo le parti relative all'articolo in esame, mentre si rimanda alle appendici per il testo completo della discussione.]

Rodi. [...] Nell'articolo 23 vi è una definizione che a me sembra singolare e che comunque è gravemente incompleta: la famiglia è una società naturale. Io non so quale significato particolare i redattori dell'articolo abbiano dato all'aggettivo «naturale», ma se mi pongo dall'angolo visuale del cittadino che esamina la Costituzione debbo a questo aggettivo dare una significazione letteraria e scientifica; e se devo dare questa significazione affermo che la famiglia non è una società naturale, poiché l'evoluzione dei tempi ha condotto la famiglia ad essere una istituzione morale e un organismo sociale. Perché non mi si accusi di estremismo, aggiungerò che la famiglia è certamente un fatto naturale, in quanto ha radice nell'esplicazione di una funzione biologica; ma è anche vero che il fattore biologico in seno alla famiglia è stato superato dall'elemento spirituale, il quale, essendosi sovrapposto attraverso secoli di civiltà, costituisce il nucleo principale e fondamentale della famiglia, che non può essere quindi una società naturale, ma soltanto una istituzione morale.

In questo senso io presenterò un emendamento all'articolo 23, emendamento basato sul criterio che la civiltà stessa non è che una spiritualizzazione delle tendenze istintive. Lasciando quindi l'aggettivo «naturale» in questo articolo, non faremmo che sottolineare quest'istinto che la società ha spiritualizzato.

Lo stato coniugale puro e semplice, per me, non è ancora famiglia; diventa tale solo quando viene introdotto il senso etico e l'abito virtuoso.

Del resto noi abbiamo due fattori eminentemente spirituali nella famiglia: la indissolubilità del matrimonio e la monogamia, che rappresentano due eminenti fattori spirituali; e l'uno e l'altro sono elementi che garantiscono appunto l'unità della famiglia; senza contare che l'indissolubilità del matrimonio, che noi abbiamo sottolineato nel progetto — e non certamente per motivi politici — è, per chi lo intende perfettamente, il mezzo per il perfezionamento morale della famiglia.

E quindi la indissolubilità non è soltanto una questione, direi quasi, unilaterale, ma investe la spiritualità stessa della famiglia.

Ora, se la Costituzione ha sancito la indissolubilità del matrimonio, non trovo logico che la famiglia sia stata definita una società naturale. Da questo punto di vista il matrimonio va al di là del diritto e diventa una coscienza etica e religiosa. La famiglia, come è intesa dalla nostra civiltà, non è soltanto quel nucleo fondamentale sul quale si basa la nostra società, ma è una società in piccolo, è un microcosmo, che già contiene in sé tutti gli elementi della società e quindi essa forma e ripete, nello stesso tempo, il macrocosmo, nel quale la società si sviluppa in grande.

Per questa ragione, dalla famiglia si sviluppano, direttamente, il diritto e l'etica, in quanto la famiglia non è soltanto una unione giuridicamente perfetta, ma è un vincolo di affetto, nell'ambito di un profondo senso religioso.

Io trovo che la famiglia sia stata nel progetto eccessivamente schematizzata e resa, in un certo senso, succube della potenza statale. Tutto ciò non risponde alla nostra esigenza e, soprattutto, all'esigenza della nostra civiltà religiosa; poiché tutti sappiamo che la famiglia esercita in Italia, in pieno, il diritto privato; e poiché è presente questo esercizio, abbiamo nello stesso tempo la prova che la famiglia ha un carattere volitivo ed ha una personalità. È chiaro allora che la nostra famiglia ha un elemento oggettivo ed un elemento soggettivo che è, forse, per me il più importante.

Ebbene, la Costituzione non ha tenuto conto del fattore soggettivo in seno alla famiglia ed ha considerato solo quello oggettivo. Per questa ragione ha definito la famiglia una società naturale posta, per di più, sotto il controllo dello Stato. Il quale Stato o potrà essere indifferente — la nota indifferenza statale — nei confronti della famiglia, oppure sarà obbligato a ingerirsi nei fatti della famiglia fino al punto da turbare il suo equilibrio e da inceppare la libertà dei suoi membri.

Moro. Questo non è detto in nessun articolo della Costituzione.

Rodi. Non è detto esplicitamente, onorevole Moro, ma segua il mio discorso ed il mio pensiero le si renderà chiaro.

Lo Stato, infatti, assicura alla famiglia certe particolari condizioni economiche. Qui noi ci troviamo o di fronte ad un'affermazione teorica, la quale, quindi, non avrebbe un valore effettivo agli effetti dell'applicazione della Costituzione, oppure questo fatto implica la promessa di una modificazione profonda nella società italiana, e cioè una riforma sociale la quale tenda ad un'ingerenza talmente profonda dello Stato nella famiglia da poter seguire anche le sue vicende economiche.

Del resto noi non sappiamo con quali mezzi e attraverso quali sistemi lo Stato può sorvegliare la famiglia anche nell'ambiente economico; non sappiamo in che modo lo Stato potrà intervenire nella finanza e nell'economia di una famiglia per sopperire alle eventuali esigenze, e naturalmente noi crediamo, che, tutt'al più, allo Stato sia riservato il diritto di aiutare, di appoggiare tutte quelle organizzazioni sociali nelle quali si concentra la solidarietà umana e nelle quali arriva veramente la vivezza della famiglia, quella vivezza che allo Stato sfugge, perché troppo alto e lontano e non in grado di penetrare l'organismo famigliare fino al punto da sostenerlo in ogni sua vicenda.

L'articolo 24 sancisce l'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi. Anche questa affermazione mi sembra alquanto singolare, soprattutto perché sono stati aggiunti quei due aggettivi specificativi, quasi che l'uguaglianza di per se stessa non servisse a dare un'idea chiara e precisa di ciò che rappresentano due coniugi nel campo sociale. Io credo che si sia fatto anche qui un abuso della parola eguaglianza, poiché è chiaro che noi siamo di fronte ad una legge armonica dell'universo, e questa legge armonica ha sancito, secondo un criterio naturale, la supremazia del marito rispetto alla moglie; e questa supremazia è stata riconosciuta e affermata giuridicamente e moralmente. Si intende che la mia osservazione non è destinata a dare alla donna un grado di inferiorità, ma invece è destinata a sollevare le sorti della donna nella sua funzione etica e sociale; funzione di tale preminenza e di tale importanza, specialmente spirituale, che addebitarle un'eguaglianza morale e giuridica, in maniera così schematica e fredda, per me vuol dire, in un certo senso, avvilirla.

Si tratta in altri termini di una specie di amorfa eguaglianza che oscura la figura specialmente della donna italiana che è, come sapete, l'angelo e la regina della casa. È questa donna che nella nostra famiglia rappresenta la grazia che si aggiunge alla forza dell'uomo per completare il senso etico della famiglia e non può essere considerata moralmente e giuridicamente eguale all'uomo, la cui funzione nella società è profondamente diversa. Per cui la donna, in un certo senso, è la parte integrante dell'uomo, e dal suo punto di vista, anche superiore all'uomo, data la funzione che la natura e Dio alla donna hanno dato. E ringrazio l'onorevole Maffi, che scimmiotta i miei gesti con aria ironica: evidentemente le mie idee gli sembrano ridicole, ma non può rinnegarle.

[...]

Gallico Spano Nadia. [...] Avere inserito nella nostra Costituzione degli articoli che si occupano della famiglia è certamente un progresso, perché permetterà che la famiglia sia profondamente rinnovata e trasformata nella vita italiana. Ma per poter avviarci a questo progresso della famiglia è bene esaminare brevemente in quale situazione si trova oggi la famiglia italiana, come essa risulta dalle leggi preesistenti, dalla catastrofe che ha colpito il nostro Paese, dal travaglio stesso che l'Italia attraversa per risollevarsi e per risorgere.

Lo Statuto albertino non parlava della famiglia, come del resto non ne parla nessuna delle Costituzioni che sanciscono la inferiorità della donna. D'altronde non parlava neanche della donna. Il vecchio Statuto regolava soltanto i rapporti tra lo Stato e i cittadini, non prevedeva nessun dovere dello Stato verso le famiglie, nessun contributo della famiglia alla salvezza morale della nazione.

Però non possiamo ignorare che l'ordinamento giuridico e politico, rappresentato dallo Statuto albertino, incidette profondamente sulla situazione della famiglia. Esso stabiliva all'interno del Paese dei rapporti economici, che davano una impronta particolare alla famiglia. I rapporti economici all'interno della famiglia, così come risultano in tutto il periodo in cui l'Italia è retta dallo Statuto albertino, sanciscono la inferiorità della donna.

Il fascismo, durante l'ultimo ventennio, ha aggravato ancora questo stato di inferiorità della donna, ha umiliato anche il carattere del vincolo matrimoniale. Alcuni esempi assai noti confermeranno questa affermazione. Durante il periodo fascista non si poteva accedere ad alcuni gradi superiori dell'esercito senza essere ammogliati. Il matrimonio era così ridotto alla stregua di un qualsiasi titolo di studio. Viceversa, per alcune categorie di cittadini esisteva ed esiste tutt'ora il divieto di sposarsi: per esempio i carabinieri, che non abbiano raggiunto una certa età ed un certo grado, le donne che lavorano come infermiere in istituti per malattie mentali.

Altri fattori sono intervenuti durante il periodo fascista per togliere al matrimonio il carattere morale che deve avere. La disoccupazione, lo stato di disagio economico esistente allora in Italia, provocavano in primo luogo il licenziamento delle donne dagli uffici, dagli impieghi; esse cercavano allora nel matrimonio, nel costituirsi una famiglia, una sistemazione economica, ed i loro sentimenti, in genere, erano sacrificati a questa necessità. Infine altre disposizioni particolari impedivano talvolta una unione che poteva essere felice perché liberamente consentita; il divieto per esempio di sposare gli stranieri, o le leggi razziali che impedirono di legalizzare alcune unioni fondate sull'affetto reciproco.

L'umiliante campagna demografica, lanciata dal fascismo, ha certamente umiliato nelle donne italiane il sentimento della maternità. Questi pochi esempi illustrano come nel periodo fascista esistessero condizioni per cui il matrimonio veniva considerato troppo spesso dalle donne come una sistemazione economica, dagli uomini come un fattore della loro carriera.

Contemporaneamente si deve collegare a queste condizioni l'aumento, durante tutto il periodo fascista, del numero delle famiglie illegittime e quindi delle nascite illegittime. A questo stato di fatto, derivante dall'ordinamento giuridico allora vigente, si aggiungono le conseguenze della guerra voluta e combattuta dal fascismo. Sarebbe inutile ricordare qui, perché certo questo pensiero è vivo in noi tutti, quante famiglie siano state disperse, distrutte dalla morte fisica dei loro componenti: gli uomini al fronte, le donne sotto le macerie. Ma l'istituto familiare è stato scosso anche per altri motivi: la lontananza dei coniugi per le prigionie, le deportazioni nei campi di concentramento, la guerra combattuta in paesi lontani hanno spesso indebolita la saldezza della famiglia, ed i vincoli familiari si sono allentati. Non solo, ma la morale stessa è stata scossa. Abbiamo dinanzi agli occhi lo spettacolo doloroso dei bambini che vendono ancora le sigarette agli angoli delle strade. Sappiamo che per il grave disagio economico di questo dopoguerra molte madri italiane hanno dovuto mandare i loro bambini a vendere i pacchi di sigarette; la famiglia senza questa fonte di guadagno non avrebbe potuto vivere. Ma dopo aver vinta la prima riluttanza, si sono abituate a vedere svolgere ai loro figliuoli questa attività.

Nel formulare quindi gli articoli della Costituzione noi non possiamo partire da affermazioni astratte, dobbiamo partire dalla realtà quale essa è, della famiglia italiana, come oggi si trova. E questa è la realtà attuale.

Però non si possono ignorare altri fattori che in questi ultimi anni sono intervenuti per moralizzare la vita italiana. Da una parte, dopo la liberazione e la fine della guerra, in mezzo al caos, al travaglio del nostro paese, i singoli hanno cercato e trovato, proprio nella famiglia, la via per uscire da questa situazione; dall'altra parte il movimento progressivo della masse femminili rende sempre più coscienti le donne italiane le quali chiedono nella famiglia un posto diverso, e vogliono una famiglia rinnovata. Né si può ignorare la volontà precisa del popolo italiano di cominciare la ricostruzione dell'Italia dalla ricostruzione della famiglia.

[...]

Attualmente la famiglia non presenta ancora le caratteristiche che debbono corrispondere all'ordinamento democratico che stiamo costruendo: la Costituzione deve precisamente stabilire questo nuovo concetto dall'istituto familiare. Chiediamoci quindi se gli articoli della Costituzione rispondono a questa attesa delle masse, a questo desiderio del popolo italiano. In gran parte sì, ed è certamente utile che noi precisiamo le ragioni del nostro assenso.

Nella Costituzione è detto: la famiglia è una società naturale. Vi è chi pensa che noi accettiamo questa formulazione perché per noi la semplice unione dell'uomo e della donna è condizione sufficiente per la formazione della famiglia. Non è esatto: la famiglia per noi esiste soltanto quando la sua costituzione è regolata dalla legge, quando è fondata sul vincolo matrimoniale. Però questo vincolo crea un organismo, un istituto che ha delle leggi naturali, preesistenti alle leggi dello Stato. Accettiamo inoltre questa formulazione anche perché è la semplice constatazione di un fatto che genera però la ricerca dei rapporti fra questa società naturale costituita dalla famiglia e lo Stato.

Nel progetto questi rapporti sono esplicitamente indicati: da una parte garanzia dello Stato per facilitare la formazione e lo sviluppo della famiglia; senza questa garanzia sarebbe inutile che noi ci affaticassimo a scrivere tre articoli sulla famiglia. Ma questa garanzia deve trovar posto nel progetto di Costituzione sopra tutto in quegli articoli sui rapporti economici, che debbono assicurare le condizioni materiali per la vita e il consolidamento della famiglia.

A questo proposito è opportuno precisare che il contributo che l'istituto familiare può e deve dare al consolidamento della morale della nazione è condizionato dalle basi su cui viene fondata la famiglia. Solo una famiglia nuova, democratica può contribuire al rinnovamento della vita italiana. Ecco perché è importante stabilire quali debbono essere all'interno della famiglia i rapporti dei coniugi fra di loro e dei genitori verso i figli.

Nel primo comma dell'articolo 24 si afferma l'eguaglianza dei coniugi.

Questa affermazione è giusta e indispensabile. Essa conferma, infatti, nell'ambito della famiglia il principio, già espresso nell'articolo 3, secondo il quale tutti i cittadini, di ambo i sessi, sono eguali di fronte allo Stato ed alla legge. D'altra parte essa si ricollega al giusto riconoscimento di un fatto che è stato in questi ultimi anni confermato in numerosissimi casi.

Vi è chi dice che bisogna mantenere nell'interno della famiglia una determinata gerarchia, che il marito e padre deve essere il capo della famiglia, perché soltanto lui può essere il fulcro della ricostruzione e dell'unità della famiglia.

Non possiamo essere d'accordo con questa affermazione categorica. In primo luogo per una ragione di principio: in generale, è la donna che tiene stretta ed unita la famiglia, e basta riportarsi ad un passato recente per averne conferma.

La guerra infatti ha portato senza dubbio lutti e dissoluzione nel nostro Paese, ma ha messo in evidenza anche il mirabile esempio di donne, che hanno saputo mantenere viva e salda la famiglia, nonostante la lontananza del padre.

Noi dobbiamo riconoscere nella Costituzione questo contributo che le donne italiane hanno dato alla saldezza della Nazione e della famiglia, e rendere loro omaggio tutelando in pari tempo i loro diritti. Non sono d'altronde una minoranza trascurabile. Per varie vicende oggi in Italia vi sono due milioni di donne che debbono, da sole, reggere e guidare la loro famiglia.

Affermare l'eguaglianza dei coniugi è anche porre un freno al fatto che la donna sposi per trovare una sistemazione economica.

Il matrimonio non deve essere per nessuno una professione. Ognuno deve avere nella famiglia doveri e diritti uguali, il legame tra i coniugi deve essere stabilito saldamente sull'affetto reciproco. Questa è la sola base perché la famiglia sia veramente salda, stabile.

E lo Stato deve assicurare, di fatto, la libertà della scelta garantendo lavoro a tutti e permettendo ad ognuno di sposarsi soltanto quando incontri la persona con la quale si sente di unirsi per tutta la vita.

Lo Stato deve inoltre garantire una condizione economica dignitosa alla famiglia, perché il disagio economico è spesso una delle cause di disgregazione della famiglia.

Noi così miriamo a dare al vincolo matrimoniale l'alto valore morale, che esso deve avere; valore che invece, il fascismo ha diminuito e umiliato.

È evidente che con questo non è esaurita la questione della famiglia. Questa verrà formulata nei suoi particolari dalla futura legislazione, che qui però deve essere giustamente indirizzata. La questione è delicata ed interessa tutti i settori dell'Assemblea. Tutti dobbiamo collaborare a far sì che essa venga formulata nel modo più giusto possibile da questa Costituzione che per la prima volta in Italia sancisce i diritti della famiglia, e nell'ambito della famiglia, di ogni suo componente. Noi dobbiamo ricordarci che questa è la prima Assemblea della Repubblica italiana e che la Repubblica si deve distaccare dal passato anche per le nuove garanzie che darà alla famiglia, base di un orientamento sano verso una vita nuova, verso una vita democratica quale è quella che noi vogliamo costruire. (Applausi a sinistra).

[...]

Preti. Il Titolo II è tra quelle parti della Costituzione in ordine alle quali la sostanza del dibattito, al di là delle questioni su cui tutti possono essere d'accordo, e che non hanno del resto grande importanza, si riduce, necessariamente, ad uno scontro fra il propugnatore della tesi, diciamo così, laica, e il propugnatore della tesi confessionale.

È forse inutile in questa sede auspicare dei compromessi, che non convincerebbero nessuno. È bene che ciascuno dica quello che pensa, ed è bene che ciascuno voti, alla fine, secondo la propria coscienza.

Ben a ragione l'onorevole La Pira, nel suo notevole discorso dell'11 marzo, in sede di discussione generale, aveva affermato che tutte le tesi sostenute dalla Democrazia cristiana in ordine ai vari problemi costituzionali andavano ricondotte ad un unico punto di partenza, e cioè a quella che egli chiamava «dottrina pluralistica», della quale fece in quella sede una assai ampia illustrazione.

Orbene, noi siamo assai lungi — come talvolta i democristiani sembrano insinuare — dall'accogliere quella dottrina estrema di origine hegeliana, la quale, facendo dello Stato un assoluto, considera i diritti dei cittadini e dei minori organismi sociali come semplici concessioni dello Stato stesso. Sappiamo anche noi che proprio in questa dottrina cercò la sua giustificazione il totalitarismo fascista.

Nessuna difficoltà abbiamo pertanto ad accogliere la dottrina della pluralità degli ordinamenti giuridici, di cui fu fra noi il massimo divulgatore e propugnatore, già trent'anni or sono, Santi Romano, nel senso di ammettere che lo Stato non è la sola fonte del diritto, e di prendere in considerazione, accanto all'ordinamento statale, gli ordinamenti giuridici minori. Del resto, se ciò non fosse, noi non avremmo votato quello che era, se non erro, l'articolo 6 del progetto di Costituzione.

Ci stupisce invece assai che di questa dottrina si siano fatti qui, in sede di Costituente, così zelanti banditori i democratici cristiani, i quali — si noti bene — ispirandosi ad un concetto trascendente di giustizia, non potrebbero logicamente accogliere una dottrina che, sotto un certo aspetto, riconosce un valore giuridico all'ordinamento di ogni associazione umana, su qualunque principio essa sia fondata, anche, nel caso estremo, ad un'associazione di delinquenti (e mi sembra proprio che sia questo uno dei casi fatti da Santi Romano nel suo famoso libro).

Bisogna perciò necessariamente pensare che ci sia qualche cosa sotto la dottrina dell'onorevole La Pira; e la verità è che, puntando su questa dottrina, ci si propone un assai specifico scopo, che non viene mai qui apertamente confessato: si mira in sostanza a contrapporre allo Stato altre formazioni sociali, con i relativi ordinamenti giuridici, per garantire ad esse, di fronte allo Stato stesso, nuovi intangibili e imprescrittibili diritti che esorbitano dalla sfera di quei classici diritti inerenti alla personalità umana, che è vanto di ogni democrazia — e che per ciò è anche vanto nostro — garantire.

Ed è strano assai che di questi diritti, che io vorrei chiamare — pur con un termine assai improprio dal punto di vista giuridico — antistatali, i cattolici non sentano poi più la necessità, quando abbiano saldamente lo Stato nelle loro mani. E non cito esempi, per non dar luogo a polemiche non simpatiche.

La contrapposizione allo Stato di un altro ordinamento si propongono dunque i democratici cristiani quando vogliono premettere al Titolo secondo la dichiarazione che la famiglia è una società naturale. Questa definizione, — già di per sé molto sospetta in quanto è l'unica del testo costituzionale, e non ha precedenti del genere in nessun'altra Costituzione — appare anche assolutamente impropria dal punto di vista giuridico, posto che in siffatti termini giusnaturalistici ci si poteva esprimere al massimo fino alla fine del secolo XVIII. Se pertanto, nonostante ciò, si è così insistito su questa formulazione, è chiaro che si intendeva attraverso di essa perseguire un preciso fine.

Si voleva infatti affermare, per ricorrere all'espressione usata dall'onorevole Corsanego in sede di Commissione, e ieri riecheggiata dall'onorevole Merlin, che la famiglia ha dei diritti originari, preesistenti alla costituzione dello Stato; proposizione politicamente molto insidiosa, in quanto, partendo da essa, i suoi sostenitori, che identificano artificiosamente i pretesi diritti naturali della famiglia e le proprie tesi di parte, con l'arrogarsi il monopolio di interpreti dello spirito familiare, tendono a disconoscere allo Stato il diritto di disciplinare normativamente una determinata sfera, onde serbarla ad un altro ordinamento. È per questo che l'onorevole La Pira, che io considero un poco come l'ispiratore, in questa sede, della Democrazia cristiana...

Merlin Umberto. Padre spirituale!

Preti. ...sì, il padre spirituale; l'onorevole La Pira, dico, ha potuto affermare che «dal fatto che la famiglia abbia una sua costituzione e dei diritti ad essa connessi, discende il criterio della indissolubilità del vincolo». Del resto, mi sembra che identico fosse il ragionamento dell'onorevole Merlin.

Con questo, si pretende dunque che lo Stato esplicitamente rinunzi a riservarsi il diritto di regolare diversamente l'istituto matrimoniale, anche per il caso che dovessero, nel corso della storia, rivelarsi quelle esigenze divorzistiche che oggi pochi forse avvertono. Questo significa svalutare la funzione dello Stato, dichiarandone la incompetenza di fronte alla sfera giuridica familiare. Ed è questa una posizione assai più ardita ed assai più pericolosa di quella che si avrebbe, se i cattolici chiedessero modestamente e semplicemente allo Stato di vietare il divorzio, in omaggio alla tradizione religiosa della grande maggioranza degli italiani, riconoscendosi in questo caso esplicitamente il diritto dello Stato a regolare liberamente il diritto familiare nell'orbita delle tradizioni del Paese.

L'onorevole La Pira, elaboratore ufficiale della teoria costituzionale democristiana, è senza dubbio una figura nobilissima; anzi, noi ci auguriamo di vederlo un giorno sugli altari. (Commenti).

Una voce. Un lontanissimo giorno.

Preti. Sì, in un lontanissimo giorno! Ma è proprio per questa sua santità che è più pericoloso. Ed è l'impostazione da lui data al problema delle relazioni fra Stato e famiglia che deve rafforzare in noi, che pur siamo oggi lontani dal pensare all'introduzione del divorzio, la volontà di opporci intransigentemente al divieto costituzionale del divorzio stesso. E vorrei che certi liberali, come l'onorevole Badini, che non è qui presente, i quali hanno incondizionatamente aderito alla posizione della Democrazia cristiana, ci pensino un po' su, per vedere se non abbiano compiuto un errore adattandosi implicitamente alla pericolosa teoria dell'onorevole La Pira e dell'onorevole Merlin.

[...]

Giua. [...] Per la famiglia sono state mosse delle obiezioni sullo spirito che ha animato i compilatori dei tre articoli, e molti hanno affermato che dinanzi alla dizione che la famiglia sia «una società naturale», essi si trovano nella condizione di non comprendere veramente quale sia stato il criterio che abbia mosso i compilatori degli articoli.

La famiglia è una società naturale. Il collega Badini ha già mosso l'obiezione che il termine società dà l'idea di contratto, quindi di un fatto di ordine giuridico.

Una questione diversa è quella che ha mosso i democratici cristiani a riprodurre questa dizione dell'articolo.

D'altro canto noi socialisti che ci appelliamo alla tradizione della nostra scuola e che siamo storicisti in base alla nostra concezione materialistica della storia, vediamo che la famiglia è sì un istituto naturale, ma un istituto che è storicamente determinato e quando noi esaminiamo questo articolo e vediamo affermato il concetto come se la famiglia fosse... la derivazione di una morale eteronoma allora noi diciamo no.

Esaminiamo un po' la storia, vediamo se la storia ci permette di affermare che la famiglia sia veramente da regolare dall'alto o se la famiglia non nasca e si sviluppi da rapporti sociali.

Non entrerò nell'esame storico dell'istituto della famiglia: agamia, poligamia, monogamia, che noi oggi consideriamo come la forma più perfezionata raggiunta dalla famiglia.

Se noi esaminassimo anche l'ultimo stadio della monogamia, noi vedremmo che in essa vi possono essere diverse fasi, che la storia ci dimostra che molti popoli, a seconda della loro condizione sociale, hanno elaborato in modo distinto.

Fasi che non sono in contrasto l'una con l'altra, che sono anche in relazione talvolta col sentimento religioso dei popoli, ma che sono soprattutto in relazione coi fattori produttivi e sociali in generale.

Tanto che non vi sembri esagerata la posizione degli stessi fondatori della nostra dottrina rispetto agli oppositori del socialismo, i quali dicevano che col libero amore si distruggeva completamente la famiglia. I fondatori della nostra dottrina, un secolo fa, quando scrivevano il manifesto del Partito comunista, dicevano che la famiglia non avevano bisogno di distruggerla i socialisti, perché la famiglia era stata sempre distrutta nella storia o per lo meno, essa non aveva trovato concretezza di sviluppo, a causa dei rapporti sociali contrastanti tra le diverse classi.

Instaurata la società borghese, si ebbe il risultato di annullare la famiglia per una gran parte di coloro che avevano pure diritto ad averla, vale a dire per la classe lavoratrice. Quindi, se noi esaminiamo il problema della famiglia nella società attuale, dobbiamo fare per necessità la critica di quelle che sono le condizioni sociali della società stessa, e dire quali sono le cause che impediscono il pieno sviluppo della famiglia.

L'appunto che si fa a noi di essere sostenitori del libero amore e, in base a questo, di giungere alla negazione completa del principio cardinale della famiglia è un'accusa che non regge, perché noi socialisti siamo sostenitori del libero amore non certamente per condurre l'umanità nella fase della promiscuità. Noi socialisti siamo — e non abbiamo paura di dirlo — per il libero amore se con questa frase intendiamo affermare che la famiglia, in una società socialista, trova la sua pienezza, il suo completo sviluppo, in quanto la famiglia si fonda esclusivamente sull'affinità elettiva tra due esseri che sono portati ad amarsi e in questa specie di contratto mutuo non esistono ragioni di fatto, ragioni economiche, perché in una società socialistica non vi sono contrasti economici, giacché mancando i contrasti di classe, con la socializzazione dei mezzi di produzione, deve sparire completamente qualsiasi causa economica nella formazione della famiglia.

E allora, se ci poniamo da questo punto di vista, noi socialisti affermiamo che nella società attuale qualsiasi riforma si possa introdurre nella famiglia è una riforma che non può toccare la sostanza dell'istituto stesso. Tanto che lo stesso Engels, che collaborò con Marx, ponendosi questo problema della famiglia nella società presente, era giunto a questa conclusione: che la fase monogamica della famiglia è legata intimamente ad un altro fenomeno che voi democratici cristiani non avete accennato quando avete parlato del divorzio, e quando avete voluto affermare la necessità della difesa della famiglia nella sua fase attuale, vale a dire al fenomeno della prostituzione; la quale è direttamente legata allo sviluppo storico nella società borghese della famiglia. Se noi ci troviamo di fronte a questo fenomeno, e se alla fase monogamica della famiglia è legato direttamente questo fenomeno della prostituzione, allora siete voi che dovete rispondere a noi, quando vi diciamo che con le vostre organizzazioni non riuscirete mai ad eliminare tutti gli inconvenienti che sono insiti nell'organizzazione economica della società presente.

Quindi, quando voi esaminate il problema della famiglia, non siete voi che dovete porre domande a noi; siamo noi socialisti che dobbiamo porle a voi... e chiedervi come è, che storicamente, da quando la famiglia nella fase monogamica è stata difesa soprattutto dal cristianesimo non si sia giunti ad impedire la prostituzione.

Se non mi sbaglio, il problema della famiglia indissolubile risale ai sacri testi, ma è stato difeso in modo particolare dal Concilio di Trento nel 1563. Ora, se il Concilio di Trento ha sostenuto la difesa della famiglia indissolubile, ha sostenuto la famiglia quale in quel periodo si presentava: era la famiglia feudale, che non escludeva la prostituzione. Poi vi è anche un altro fenomeno, che noi vediamo anche dalla letteratura, quello dell'adulterio, che è legato inevitabilmente alla forma storica della famiglia nella fase medioevale. Le canzoni di molti poeti di quel periodo cantano l'adulterio; non osannano certamente al matrimonio, all'amore fra i coniugi. Quindi, noi dobbiamo ammettere che a questo istituto sia legato un fenomeno che è quello della violazione del patto, della violazione del giuramento che i due coniugi si fanno all'atto del matrimonio; e se questo fenomeno accompagna la famiglia in tutto il suo sviluppo storico e l'accompagna anche fino ad oggi, vuol dire che a questo istituto è legata appunto qualche cosa che la società finora non ha potuto risolvere. E noi socialisti pensiamo — non offendetevi, colleghi della democrazia cristiana — che sia solamente una società socialistica quella che possa impedire il fenomeno della prostituzione e quello dell'adulterio, perché sarà solamente quando i coniugi si uniranno unicamente per l'affetto, sarà soltanto allora che la famiglia troverà il suo pieno sviluppo. Prima di allora non sarà possibile avere una famiglia che non presenti gli inconvenienti a cui ho accennato.

Detto questo, passo brevemente a determinare gli altri problemi che riguardano questo titolo.

Il primo comma dell'articolo 23, laddove si afferma che «La famiglia è una società naturale: la Repubblica ne riconosce i diritti e ne assume la tutela per l'adempimento della sua missione e per la saldezza morale e la prosperità della nazione», è un comma che io abolirei completamente; lo abolirei sia nel primo periodo che nella seconda parte.

[...]

L'articolo 24 è, si può dire, quello che mi ha determinato a questo intervento.

Ieri io ho ascoltato con attenzione l'onorevole Merlin quando ha parlato in proposito; e, dico la verità, non ho da muovere delle obiezioni in sede di logica alla tesi che l'onorevole Merlin ha sostenuto. Secondo la sua teoria, egli è stato logico, pienamente logico; e pertanto le nostre obiezioni si devono fare in termini di logica o in termini di sentimento, qualora noi contrapponiamo ad una religione come quella dell'onorevole Merlin, un'altra religione.

Ma, in termini di storia, io ho da fare però qualche obiezione alle considerazioni contro il divorzio dell'onorevole Merlin. E dichiaro senz'altro che la questione del divorzio non è una questione socialista: se io, quindi, come socialista, faccio delle affermazioni favorevoli al divorzio, lo faccio senza fissare principî definitivi.

Molto probabilmente i compagni del mio Gruppo accederanno a questa idea; la questione del divorzio non è una questione socialista: diverrà socialista quando noi avremo in Italia una società socialista. Se noi esaminiamo in Italia lo sviluppo della famiglia, troviamo ch'esso è in relazione con le condizioni sociali del popolo italiano; ma se noi osserviamo la storia dello sviluppo della famiglia presso altri popoli, noi vediamo che il divorzio si è affermato proprio in società, in popoli, in istati che non erano socialisti e che non sono socialisti.

Ed anzi, rispetto alla sacramentalità del matrimonio, noi troviamo che il divorzio è stato introdotto anche presso popoli che sono cattolici. Basti accennare all'impero Austro-Ungarico che era un impero completamente cattolico. Il divorzio è ammesso, quindi, in tutte le legislazioni di tutti gli Stati, tranne che presso tre popoli: l'Italia, la Spagna e il Portogallo.

Se noi, quindi, cerchiamo la ragione di questa diffusione del divorzio, siamo nel nostro pieno diritto, perché vi deve evidentemente essere una ragione; e la ragione, onorevole Merlin, è questa: voi appartenete al popolo italiano e vi riferite alla tradizione del popolo italiano, all'educazione del popolo italiano.

Ma appunto in riferimento alla tradizione cattolica del popolo italiano, voi ponete un problema che muove i vostri avversari a farvi delle domande. Tutte le volte che la Chiesa è passata dal potere spirituale al potere temperale, ha introdotto nella vita sociale, nella vita civile, sì delle verità, ma spesso degli errori.

Guardate, colleghi della Democrazia cristiana, che io non scendo alle obiezioni solite demagogiche, ma vi dico soltanto di prendere in esame la storia della Chiesa, che non sempre dimostra che la Chiesa abbia difeso gli interessi dell'umanità e della civiltà. Io mi pongo semplicemente qualche domanda; nel 1600 la Chiesa aveva affermato non solo la teoria che la terra fosse il centro dell'universo, ma affermato anche determinati principî, che erano in contrasto con lo sviluppo della scienza e della meccanica.

Pignedoli. E la relatività?

Giua. La relatività noi la inseriamo direttamente nella meccanica. Esiste una meccanica classica, fondata da Galileo contro la scienza della Chiesa ed una meccanica quantistica fondata sulla relatività.

Pignedoli. Io parlo della teoria relativistica non della quantistica. Parlo della meccanica, rispetto alla quale non vi sono riferimenti privilegiati e centri assoluti.

Giua. Ma lei mi insegna che la teoria di Einstein non è una teoria che contrasti con i principî della meccanica classica; ma li integra col calcolo quando i principî non sono sufficienti.

Pignedoli. Non soltanto col calcolo; c'è una interpretazione nuova dello spazio.

Giua. Ad ogni modo, siccome noi viviamo sullo spazio a tre dimensioni, per quanto si riferisce alla vita nello spazio a tre dimensioni, per noi è sufficiente la meccanica classica. Quindi, anche se non vogliamo giungere ad accettare i principî della meccanica dei quanti di cui alcuni sono discussi... (Interruzioni dell'onorevole Pignedoli).

Io dicevo che la Chiesa si era posta nel 1600 contro determinati principî che erano sorti e si erano sviluppati. E la teoria eliocentrica non è un sogno di Copernico. Questa teoria è la conseguenza diretta di calcoli, di ragionamenti, è fondata sul calcolo matematico e ad essa si opponevano alcuni principî che erano sanciti esplicitamente negli atti della Chiesa. E quando Galileo affermò in Italia il principio di Copernico, quando affermò determinate leggi, la Chiesa si oppose, e se allora avesse prevalso il criterio della Chiesa, io non so come il Vaticano, che possiede un Osservatorio astronomico a Rocca di Papa, avrebbe potuto giustificare la esistenza di questo osservatorio, che è fondato non sui principî della teoria tolemaica, ma sui principî della teoria copernicana.

Quindi, quando noi esaminiamo la storia, vediamo che nel campo pratico, se dessimo a voi il potere di applicare integralmente l'articolo 7 di questa Carta costituzionale, e se per ipotesi in Italia non vi fossero altro che democristiani, noi assisteremmo a questo fenomeno che dall'insegnamento anche universitario sarebbero esclusi la teoria darwiniana e quella della riproduzione della specie. (Commenti).

Pignedoli. È abbastanza superata.

Giua. Sta bene, ma io le cito un caso molto più recente, e lei non mi può dar torto. Entro nel campo della genetica e mi riferisco ad un campo inerente alla nascita dell'uomo. Cosa vuol dire nascere un uomo? Lei mi può insegnare i principî della nascita dell'uomo ed io in pratica so come nasce l'uomo. Dirò che anche su questo lato l'umanità non ha avuto bisogno degli insegnamenti della Chiesa; perché nella pratica ha saputo apprendere molto facilmente come si può procreare. Ma questo significa che, se noi esaminiamo il fenomeno della nascita dell'uomo e il fenomeno così apparente lo trasportiamo nel laboratorio e analizziamo quali siano i costituenti della cellula maschile e della cellula femminile, — io sono costretto ad usare dei termini parlamentari e non scientifici, perché non vorrei che voi mi opponeste che questi non sono termini parlamentari...

Pignedoli. Parli pure in termini scientifici; tanto, non si preoccupi, la comprendiamo lo stesso.

Giua. ...noi troviamo appunto l'origine di quei caratteri acquisiti che voi avete sempre negato in determinate sostanze chimicamente definite, i cromosomi. Ora potrebbe darsi benissimo che voi, applicando l'articolo 7 e prendendo in esame questo insegnamento, ad un certo momento potreste anche legiferare che tutti i principî della genetica sono contrari, come sono contrari i principî darwiniani, ai principî della Chiesa e che, quindi, la genetica non deve essere insegnata, non deve essere neanche sviluppata... sperimentalmente. (Interruzioni Commenti).

Ma io vorrei fare anche un altro ragionamento a proposito del divorzio. Popoli anche cattolici ammettono il divorzio, ed io credo che questi popoli lo abbiano ammesso appunto per moralizzare il matrimonio e questo è proprio in contrasto con quello che voi affermate. Voi affermate che il divorzio significa la rottura, lo schianto dell'istituto familiare. Noi diciamo invece che il divorzio se non è la saldezza non significa incrinare affatto la saldezza dell'istituto familiare, ma anzi moralizza questo istituto. Se voi affermate che l'unione matrimoniale è fondata sul consenso e sull'affetto dei coniugi, voi non potete imporre ai coniugi che si mantengano ancora uniti in matrimonio quando questo affetto venga a mancare, e se voi imponete a due coniugi che rimangano uniti quando l'affetto viene a mancare, voi imponete a questi coniugi un atto contrario ai principî della morale. Ed è per questo che anche dal punto di vista pratico e soprattutto dal punto di vista morale si può e si deve difendere il divorzio, perché qualora non sia ammesso il divorzio dilaga l'adulterio e aumenta la prostituzione e si diffondono tutti gli altri fenomeni negativi che sono intimamente legati al matrimonio. (Interruzioni).

[...]

Tumminelli. [...] Il titolo dei rapporti etico-sociali ci porta di peso sul disegno, non più larvato, dell'orientamento vincolistico e statalistico della Carta costituzionale in elaborazione.

«La Repubblica assume la tutela della famiglia per l'adempimento della sua missione e per la saldezza morale e la prosperità della Nazione».

Lo Stato dunque entra nel sacrario della famiglia, dichiarata società naturale e perciò originaria autonoma.

In base a questo articolo il bambino è colto ancora nel grembo materno, poi al primo affacciarsi alla conoscenza del mondo circostante, la famiglia virtualmente l'ha in custodia, nella vigilanza e sotto la tutela dello Stato. La famiglia è una vigilata speciale della Repubblica, nella sua stessa formazione naturale che ha per fine la continuità.

 

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A cura di Fabrizio Calzaretti