[Il 15 settembre 1947 l'Assemblea Costituente prosegue la discussione generale dei seguenti Titoli della Parte seconda del progetto di Costituzione: Titolo I «Il Parlamento», Titolo II «Il Capo dello Stato», Titolo III «Il Governo».]

Presidente Terracini. L'ordine del giorno reca: Seguito della discussione del progetto di Costituzione della Repubblica italiana.

Gli onorevoli Persico, Mastrojanni, Montini, Corbi, Pajetta Giuliano, Cifaldi, Pellegrini, iscritti a parlare, non sono presenti: s'intende che vi abbiano rinunciato.

È iscritto a parlare l'onorevole Russo Perez. Ne ha facoltà.

Russo Perez. Onorevoli colleghi, non mi propongo di fare un discorso per diverse ragioni. Anzitutto, per non recare offesa alla vostra preparazione. La materia è sovrabbondante, la bibliografia estesa ed estesi sono i lavori preparatori, onde anche un amanuense intelligente può trovare facilmente la materia per preparare un discorso che appaia, o anche sia, intelligente e dotto. In secondo luogo, abbiamo dinanzi a noi un termine che si avvicina a passi di gigante, il 31 dicembre, che dobbiamo considerare come una barriera invalicabile; e quindi è nostro dovere essere brevi.

In terzo luogo, in base a quello che è stato già detto ed a quello che può supporsi sarà detto, possiamo esser certi che saranno presentati così numerosi emendamenti, da appagare anche i gusti più difficili.

Quindi, si tratta soltanto di rinunziare alla piccola vanità di fare apparire come pensiero proprio quello che può essere pensiero altrui o pensiero comune.

Per conseguenza, farò poche osservazioni su alcuni degli articoli della Parte seconda — Titoli I, II e III — del progetto di Costituzione.

L'articolo 55 dice che la Camera dei senatori sarà eletta a base regionale. Non mi spavento troppo di questa frase, per quanto vorrei che si dicesse: «La Camera dei senatori è eletta a base territoriale; ad ogni Regione sarà attribuito tale numero di senatori». Perché io vorrei ricordare il meno possibile questo sacrificio che si è imposto al corpo dell'Italia peninsulare, regionalizzandola, anche suo malgrado.

Rubilli. Un siciliano dice questo. E la Sicilia?

Russo Perez. Ho detto di proposito «Italia peninsulare».

Rubilli. Facciamo due Italie; quante Italie ci sono?

Russo Perez. Cari colleghi, dimostratemi che vi sia un'altra Regione, per la quale la concessione dell'autonomia sia atto di saggezza politica come per la Sicilia, ed io diventerò autonomista anche per quella Regione.

Rubilli. Può darsi pure che ve ne pentiate.

Uberti. L'abbiamo dimostrato!

Mazza. È vero che metterete la tassa sul sale?

Russo Perez. S'intende; così vi faremo pagare il sale più caro per rifarci di una parte dei quattrini che ci costano certe industrie del Nord.

Come vedete, il disaccordo è quasi pieno. Durante i lavori preparatori l'onorevole Perassi disse, invece, che tutti i commissari erano d'accordo che la seconda Camera dovesse essere espressione di interessi regionali. L'onorevole Lussu, sempre un po' eccessivo, arrivò perfino a volerla chiamare «Camera delle Regioni».

Si è discusso, durante i lavori preparatori, se questa elezione di secondo grado dovesse esser fatta dai Consigli comunali; i Consigli comunali furono bocciati. Ma non ci si accorse che le stesse ragioni, per le quali fu considerato opportuno escludere i Consigli comunali, avrebbero dovuto far consigliare l'esclusione delle Assemblee regionali.

A me pare che gli assessori, i deputati regionali, gli onorevoli, come loro piace chiamarsi — tra poco in Italia tutti i cittadini saranno onorevoli, tranne i detenuti per reati comuni; perché per i reati politici, dal piombo dei mitra all'oro delle medaglie, il giudizio varia col tempo e con gli uomini — abbiano già troppe attribuzioni, perché si possa dar loro anche quella di eleggere i senatori.

Le ragioni per cui non ritengo opportuno che siano le Assemblee regionali ad eleggere i membri della Camera Alta sono diverse. Anzitutto in codesti consessi (Consigli comunali, Assemblee regionali) vi è già la divisione ferrea dei partiti, quindi la partitocrazia imporrebbe la sua legge anche alla seconda Camera, che verrebbe ad essere formata per forza e schieramento dei gruppi contrapposti, in modo analogo ai consessi che hanno svolto il ruolo di elettori di secondo grado.

In secondo luogo si accrescerebbe oltre misura l'influenza della Regione sulla Nazione, onde, mentre l'onorevole Ruini disse che si era scelto questo sistema in base alla nuova struttura dello Stato, io penso che sarebbe stato opportuno scartarlo precisamente a cagione della nuova e, secondo me, infausta struttura dello Stato.

D'altra parte bisogna riconoscere che una differenziazione tra le due Camere è opportuno ci sia. Naturalmente il criterio di questa differenziazione può essere vario. L'onorevole Ruini ricordava quei detti un po' retorici di Beniamino Franklin, che parlava del calesse tirato in due opposte direzioni, o quell'altra frase di spirito di Washington e di Jefferson, i quali parlavano del the troppo caldo, che bisogna versare nel piattino perché si raffreddi! Come vedete, retorica. Ma le ragioni serie ci sono; e sono state bene individuate dall'onorevole Ruini, a pagina 10 della sua ottima relazione. Egli dice: «L'istituto della seconda Camera è prevalso nella Commissione, per l'opportunità di doppie e più meditate decisioni, e pel contributo che può dare con un altro esame, nella sua diversa composizione e competenza, una seconda Camera».

Questa differenziazione taluni la ricercano e la pongono nel criterio dell'età degli elettori e degli eligendi; altri la pongono nel sistema elettorale, anziché a suffragio diretto, col sistema dell'elezione di secondo grado; altri nella scelta dei designati a deputati, che dovrebbero rappresentare speciali categorie di interessi economici, interessi professionali ed interessi culturali. Secondo me la cosa più sensata è quella che disse, durante i lavori preparatori, il mio esimio collega, l'onorevole Giovanni Porzio: considerate la Camera Alta come una Corte di appello, come un magistrato di secondo grado. Io aggiungo che la differenziazione nasce dalla duplicità. In Corte di appello vi sono dei magistrati reclutati con lo stesso metodo dei loro colleghi del tribunale. Molte volte gli stessi giudici, che sei mesi prima appartennero ad un collegio di primo grado, sei mesi dopo appartengono ad un collegio di secondo grado. Ed è molto bene che vi sia un giudizio di secondo grado. Faccio questa osservazione: se, quando si discute degli interessi di un uomo, e tante volte di modesti interessi patrimoniali di un uomo, si pensa che sia necessario il giudice di seconde cure e a volte anche il giudice di terze cure (come la Corte Suprema), quando si tratta di grandi interessi nazionali come volete che non ci sia codesto secondo grado di giurisdizione? Dunque, nel fatto della duplicità vi è già il concetto di differenziazione. Ma volete che ci sia un altro concetto di differenziazione? Faccio mia la proposta dell'onorevole Rubilli, che questa volta non può essere in disaccordo con me: quella del collegio uninominale, del quale sono partigiano strenuo anche per l'elezione del Parlamento, per le ragioni che accennerò. La ragione principale, secondo me, è quella della necessità di moderare la prepotenza dei partiti politici, la partitocrazia che, senza dubbio, ha profondamente vulnerato le libertà democratiche ed ha tolto l'indipendenza ai rappresentanti del popolo, i quali, come durante il famoso ventennio, debbono dipendere più da coloro che stanno in alto, più da quelli che comandano nei partiti, anziché dalle masse elettorali, perché molte volte l'elezione è già fatta con la designazione. Pensate ai candidati a cui il partito fa l'onore ed il favore di metterli ai primi posti nelle liste nazionali. Costoro, col solo fatto di essere designati, sono già riusciti; tanto è vero che qui ci sono parecchi che sono entrati nel Parlamento per questa via e non per il suffragio degli elettori.

Ed allora, che cosa ne nasce? Ne nasce — siamo uomini — la necessità di adulare, di coartare, di intimidire coloro che hanno nelle mani la possibilità di designarci nelle prossime elezioni. Tanto è vero, onorevoli colleghi, che la partitocrazia ha profondamente vulnerato la libertà, l'indipendenza degli uomini politici, che adesso l'unico presidio della libertà si ritrova nella votazione segreta. Lo splendore della coscienza deve rifugiarsi nell'ombra, che di solito è cara ai traditori. Ma solo così, è doloroso, alcuni uomini, che qui rappresentano il popolo, si svincolano dalla schiavitù di coloro da cui dipende la propria sorte elettorale. Quindi, se anche il principio del collegio uninominale non fosse accettato per quanto riguarda l'elezione della prima Camera, io chiedo che sia accettato almeno per quanto riguarda l'elezione della seconda Camera, della cosiddetta Camera Alta.

Durante i lavori preparatori, vi fu l'onorevole Einaudi che sostenne questa tesi, e credo che vi sia stata anche una proposta dell'onorevole Grassi, attualmente Ministro di grazia e giustizia, perché due terzi dei senatori fossero eletti col sistema del collegio uninominale. L'onorevole Einaudi sostenne la stessa tesi, come l'onorevole Rubilli, alla Consulta, ma allora gli si disse che non era il momento di parlarne, perché non si trattava del Parlamento normale, ma dell'Assemblea Costituente, e sembrava giusto, opportuno, anzi necessario, che nell'Assemblea Costituente fossero rappresentati tutti i partiti, tutti gli aggruppamenti che avessero una certa consistenza. Ma quando l'onorevole Einaudi tornò a parlarne in questa Assemblea, gli si disse che non era neanche questa volta il caso di parlarne perché tutti oggi sono favorevoli allo scrutinio di lista e al sistema proporzionale, E l'onorevole Einaudi diceva che succede un po' come successe durante la rivoluzione francese, e cioè che coloro i quali hanno ottenuto una posizione elevata mediante l'uso di un determinato sistema, naturalmente diventano indulgenti verso il sistema che in quelle alte posizioni li ha mandati. E questo succede anche qui. Poco fa ho sorpreso un sorriso, quando si parlava di collegio uninominale, sul volto quasi sempre sorridente dell'amico Uberti. Evidentemente egli è per lo scrutinio di lista e si vede che è ben visto dai dirigenti del suo partito. (Si ride). Durante i lavori preparatori vi fu, a favore del sistema uninominale, anche il parere espresso dall'onorevole Togliatti. Egli disse che interpretava il suo pensiero e «credo» disse — quindi non era perfettamente sicuro — il pensiero dei suoi amici schierandosi coi fautori del collegio uninominale.

Non so se fatti interni di partito abbiano prodotto qualche cambiamento, ma mi auguro che l'onorevole Togliatti e i suoi amici siano ancora d'accordo sul proposito di sostenere tale sistema.

L'onorevole Piccioni il 29 gennaio si mostrò perplesso dinanzi a questa proposta; ma dopo due giorni, nello spazio di 48 ore, la perplessità era svanita ed egli si dichiarò paladino del collegio plurinominale, del sistema dello scrutinio di lista.

Alcuni dicono che la questione non sia attuale; che l'opportunità di un ritorno al collegio uninominale non sia sentita, oggi, dalla maggioranza degli uomini politici. Io lo nego. Io credo che la coscienza di molti uomini politici senta l'attualità del problema, ma che essi, naturalmente, si schierino contro il sistema per ragioni di convenienza.

Pensate, del resto, che durante i lavori preparatori la bocciatura della proposta avvenne soltanto con 32 voti favorevoli contro 27 contrari. E allora la vera ragione è quella che dico io: non che la questione non sia attuale; essa è perfettamente attuale, ma ci sono molti che temono di non ritornare o di ritornare con maggiore difficoltà, nel futuro Parlamento o nel Senato, ove si approvasse la legge del sistema uninominale. E perché questo? Bisogna pur dirlo: perché, naturalmente, i mediocri sono più dei buoni. Io chiedo all'Assemblea un atto di coraggio: che mi dimostri, approvando il sistema uninominale, che i buoni sono in maggior numero dei mediocri.

Contro questo sistema sono stati avanzati degli argomenti che io non esito a qualificare speciosi. Anzitutto, si dice che vi sarebbe un ibridismo nella coesistenza dei due sistemi.

Che significa ibridismo? Nella zoologia vi sono ibridi che sono animali magnifici. Il mulo ha la costanza dell'asino, l'intelligenza del cavallo, e la forza di tutti e due sommati insieme. È uno splendido animale, utilissimo. Quindi è un argomento specioso. Poi vi è un altro argomento, che mi sembra più specioso del primo. Si è detto: approvare il sistema uninominale per l'elezione, sia pure parziale, dei membri del Senato sarebbe un inficiare il sistema della proporzionale vigente per l'elezione dei deputati. Non credo che valga la pena ribattere questo argomento.

Se si cerca appunto una differenziazione, io, pensando che è difficile che si ottenga un ritorno al collegio uninominale per quanto concerne l'elezione dei deputati al Parlamento, propongo che, per lo meno, si adotti tale sistema per l'elezione dei senatori. È proprio una differenziazione che si cerca e noi proponiamo questa.

Si è detto anche che, col sistema uninominale, si renderebbero ancora più forti le baronie industriali del Nord contro le baronie agrarie del Sud.

Neanche questo argomento ho capito. Io non ho conosciuto mai, tranne che nei discorsi dell'onorevole Li Causi, le baronie del Sud. Quanto alle baronie industriali del Nord, so che sanno imporsi molto bene anche con la proporzionale e lo scrutinio di lista. Dunque, argomenti seri nessuno.

Onde, per concludere su questo punto, mi associo alla proposta dell'onorevole Rubilli con questa modifica: che tutti i senatori siano eletti col sistema uninominale.

Rubilli. Questa è la mia proposta tranne per un quarto... ma per il resto: che tutti quanti siano eletti a collegio uninominale. Siamo d'accordo.

Uberti. Siete d'accordo voi due!

Rubilli. Si capisce, parlo con lui.

Russo Perez. Le ho detto la ragione, onorevole Uberti.

Poi viene l'articolo 55 in relazione all'articolo 58, nomina regia; o meglio, il re non c'è più, nomina di una parte di senatori da parte del Capo dello Stato, del Presidente della Repubblica.

Io sono favorevole a questo sistema; anzi vorrei che l'aliquota riservata alla libera scelta del Capo dello Stato fosse abbastanza notevole; direi un terzo dei senatori.

Contro la cosiddetta nomina regia si fanno delle critiche che l'onorevole Einaudi, durante i lavori preparatori, dimostrò infondate.

Si dice che, normalmente, i senatori eletti per libera scelta dal Capo dello Stato sono, come suol dirsi, troppo governativi, troppo ligi al Governo in carica.

Questo non era esatto neanche allora, perché, in fondo, la nomina sembrava che la facesse il re, ma in realtà la faceva il Presidente del Consiglio: quindi la gratitudine del neo-senatore era diretta verso il presidente del Consiglio del momento e non verso la maestà del re. Naturalmente, quando vi era un cambiamento nel Governo, il senatore nominato a vita non aveva più ragione di mostrare questa gratitudine e riacquistava la sua indipendenza.

Ma questo, del resto, non avrebbe importanza oggi, perché allora, quando vi erano senatori di nomina regia, erano tutti di nomina regia, mentre ora ci accontenteremmo di un terzo. Io sarei già soddisfatto se mi accordaste questo terzo, onorevoli colleghi: ed allora rimangono i due terzi che potranno controbilanciare questa pretesa, ma per me inesistente, governatività dei senatori eletti dal Capo dello Stato.

Codesti senatori dovrebbero essere nominati a vita. Io penso che sia un necessario completamento del sistema della nomina a libera scelta del Capo dello Stato, quello della nomina vitalizia, perché, appunto, il Capo dello Stato dovrebbe scegliere degli uomini eminenti, conosciuti nel mondo della cultura, nel mondo dell'arte, ovvero per le alte cariche di Stato che hanno occupato, titoli che non si distruggono col passare degli anni e col variare delle vicende politiche.

Io sarei del parere che non dovrebbero essere nominati senatori coloro che occupano, ma soltanto coloro che hanno occupato alti posti nell'amministrazione dello Stato.

Per questi uomini eminenti l'onorevole Ambrosini propose, durante i lavori preparatori, la nomina a vita da parte del Capo dello Stato. A ciò si oppose colui che oggi presiede questa Assemblea, l'onorevole Terracini, il quale disse così — sono sue parole, signor Presidente: «Questi uomini eminenti, appunto perché schivi della vita del Paese, sono i meno indicati a far parte di un Congresso politico; non potendo rendersi interpreti dei bisogni e delle aspirazioni del popolo». E ricordò che Manzoni, Carducci, Marconi raramente varcarono le soglie del Senato.

Ma io chiederei all'onorevole Terracini se non sia vero che quegli insigni uomini, per quanto abbiano raramente varcato le soglie del Senato, ne abbiano ugualmente consolidato ed accresciuto il prestigio. E poi, non è sempre esatto che codesti uomini eminenti siano schivi della vita del Paese: molte volte questi uomini sono schivi di quegli accostamenti ai capi dei partiti, accostamenti che sarebbero necessari per divenire candidati nel loro collegio. Ed allora, di questa loro fierezza non dobbiamo punirli, ma premiarli...

Rubilli. Aveva ragione l'onorevole Terracini.

Presidente Terracini. Grazie, ma non interrompa, onorevole Rubilli.

Rubilli. Noi parliamo degli uomini eminenti che abbiano attitudini politiche; ma se si tratta di mandare al Senato dei Verdi...

Russo Perez. I Verdi sono morti, quindi non possiamo più eleggerli senatori. Ma è anche vero che oggi, se fosse vivo Marconi, vigendo il sistema caro all'onorevole Terracini, non potremmo eleggerlo alla carica di senatore.

Rubilli. E faremmo benissimo!

Russo Perez. Non è detto che uomini del genere non siano adatti ad essere degli ottimi parlamentari. Come può escluderlo?

Presidente Terracini. La prego, onorevole Russo Perez, passi ad altro tema.

Russo Perez. Ho finito, onorevole Presidente. Per quanto riguarda, poi, le categorie dei senatori, vorrei che questa elencazione fosse compito della legge ordinaria. Così le categorie potrebbero variare secondo i tempi e le vicende politiche. Se, per esempio, ci fosse una maggioranza biecamente reazionaria, potrebbe mettere in queste categorie i grandi datori di lavoro: se, invece, la maggioranza fosse intelligentemente progressiva, vi potrebbe mettere i datori di sciopero.

Vi è poi l'articolo 79 che parla del sistema per eleggere il Capo dello Stato. Il progetto dice che il Capo dello Stato deve essere eletto dall'Assemblea Nazionale. Io sono invece del parere che il Capo dello Stato debba essere eletto direttamente dal popolo per ragioni che non vi dirò perché vi ho promesso di non fare un discorso, vi ho promesso di essere breve: chi vuole quindi conoscere queste ragioni legga la relazione dell'onorevole Ruini a pagina 11, righe da 35 a 44[1].

Ed ho finito. (Applausi a destra — Congratulazioni).

Presidente Terracini. Sono iscritti a parlare gli onorevoli: Nobile, Perrone Capano, Selvaggi, Pera, Priolo, Zuccarini, Lagravinese Pasquale, Castiglia. Non essendo presenti, si intende che vi abbiano rinunciato. Segue nell'ordine l'onorevole Lussu, che è presente. Ha facoltà di parlare.

Lussu. Altri colleghi del mio Gruppo interverranno ora o successivamente, a proposito di altre questioni comprese nei Titoli che dobbiamo discutere; io mi limiterò a toccare esclusivamente il problema della seconda Camera. Ebbi già occasione, durante la discussione generalissima, parlando dopo gli onorevoli colleghi Rubilli e Tupini, di intervenire per esprimere delle opinioni critiche sulla questione. Dimostrai allora, particolarmente all'onorevole Tupini, come il parlamentare autorevole francese del secolo scorso che egli citava a sostegno della democraticità della seconda Camera, non fosse un democratico, come egli sosteneva, ma un costante e tradizionale conservatore, non sempre moderato.

Ma oggi non è mia intenzione ritornare sul carattere conservatore della seconda Camera, poiché, posta in questi termini, la questione non servirebbe a nulla; se mai, servirebbe solo a maggiormente entusiasmare quei pochi che sostengono la seconda Camera con spirito e con fini non democratici.

Oggi io desidero solo, senza peraltro pensare di spostare le forze politiche di questa Assemblea, porre in rilievo la irrazionalità e la non modernità di questo istituto parlamentare che, per il fatto stesso che chiamiamo, per forza d'inerzia, Senato, dimostra la sua arcaicità. Intanto, sarà di un certo interesse far notare che nessuno finora ha parlato a sostegno dello schema ufficiale sulla seconda Camera, così come è uscito dai lunghi e laboriosi sforzi della seconda Sottocommissione e come è arrivato in quest'Aula. Cioè, quella paziente costruzione di compromesso, che tendeva a mettere d'accordo e quelli che sostenevano la soppressione radicale della seconda Camera, e quelli che ne sostenevano la radicale composizione a tipo corporativistico; quella sapiente e laboriosa opera di compromesso, che è costata la fatica di circa due mesi, non è servita a gran che. Io sono dell'opinione che, se questa Assemblea si permettesse il lusso accademico di discutere ancora per due mesi il problema della seconda Camera, non arriverebbe ad una soluzione migliore e maggiormente accettabile. Perché, mi sono chiesto, questa impossibilità o impotenza ad elaborare un tipo di seconda Camera accettabile, mediamente accettabile? Non certo perché all'Assemblea manchino uomini di lunga esperienza politica e parlamentare, o uomini preparati, tecnicamente preparati, sul diritto pubblico comparato, vecchi o giovani che potrebbero essere maestri qui e altrove; e tanto meno perché facciamo difetto a questa Assemblea uomini di buona volontà, ma semplicemente perché la seconda Camera non va. Questa è la ragione. Non va, né come è uscita dai lavori della seconda Sottocommissione, né in altro modo. Non va. Cioè non trova posto razionale in una democrazia come la nostra, che, malgrado i suoi difetti e i suoi equivoci, aspira a diventare una democrazia moderna; democrazia che risponda in termini pratici alle esigenze della vita collettiva, così come le impongono il dinamismo e la diffidenza verso i pletorici organismi burocratici, compresi quelli politici, e, non ultimo per noi italiani, che abbiamo perduto tanto tempo, il desiderio di non perderne ancora di più.

Nel discorso, fra i più notevoli pronunciati in questa Assemblea, del collega della democrazia cristiana onorevole Clerici, così ricco di motivi vivi e moderni, è emerso, più o meno chiaramente, il concetto dell'inutilità della seconda Camera.

La seconda Camera, infatti, è inutile. Se mi si permette la similitudine, paragonando le due Camere ai due occhi, dei quali l'occhio destro rappresenti la seconda Camera e l'occhio sinistro la prima Camera, ebbene, la seconda Camera è l'occhio destro con sulla pupilla una o più cateratte; dato che questo male non indifferente si comunica da un occhio all'altro, non solo si rischia che non veda il secondo occhio, ma che non veda neppure il primo.

In conclusione, senza offendere la suscettibilità di alcuno in quest'Aula, la seconda Camera è l'occhio destro, con qualche cateratta, della vita parlamentare.

Vi è, contro questa tesi — che non è solo mia né del mio Gruppo, ma di molti altri in quest'Aula — l'opinione, nettamente contraria, di uno dei massimi e, giustamente, più autorevoli uomini politici che siedano in quest'aula: l'onorevole Presidente Nitti. Ma la sua — mi sia permesso — più che una tesi costituzionale politica, è un atto di fede, un puro atto di fede. Egli, che pur passa per scettico, ultimamente, prima che noi prendessimo le vacanze, in un suo breve intervento, ha parlato della seconda Camera, del Senato, con accenti che si potrebbero chiamare romantici. Come, egli ha domandato, come sopprimere il Senato, che fu la grandezza del nostro passato?

E quale passato, di grazia? Il Senato, qui a Roma, ha avuto due passati: uno recente e uno remoto, molto remoto. Il recente provoca scarsamente i nostri rimpianti e le nostre nostalgie; e neppure quelle dell'onorevole Nitti stesso. Il Senato recente è quello regio, anzi quello regio-fascista. Quel Senato, onorevoli colleghi (lo si può dire perché è un giudizio politico), quel Senato era diventato una stalla. In quel Senato sono entrati i cavalli, gli asini e i muli di Caracalla. Quel Senato chiede una cosa sola del legislatore costituente: d'essere seppellito e dimenticato. Ed aggiungerei — credo senza irriverenza — che vi si potrebbe anche porre una lapide con sopra scritto quello che io ho letto su una tomba di un cimitero di cani inglese: «Qui giace Boby, il delizioso animale che suonava il piano con la coda».

Vi è l'altro Senato, quello remoto, molto remoto, di Roma antica. Credo che siamo tutti d'accordo qui dentro, compreso l'onorevole Presidente Nitti, nel ritenere (qualche nostalgico del passato remoto ed anche recente probabilmente non la pensa nello stesso modo) utile e salutare che di Roma antica oggi parli solo l'archeologo e non il politico. Quando in Italia oggi i politici parlano di Roma antica, si rischia di ritornare indietro, certamente indietro, ma non si fa un passo avanti. Questo non ha inteso certo neppure l'onorevole Nitti. Egli ha inteso solo rievocare in modo parlamentare-costituzionale la austera assemblea romana che rappresentò nel passato una grande civiltà nel mondo.

Ma quella non era una seconda Camera nel senso che questa istituzione ha nella civiltà democratica moderna; quella era una Camera unica, che non ne aveva di contrappeso un'altra. Era l'unica Camera, la sola assemblea legislativa ed esecutiva di quei tempi remoti. Sicché, in conclusione, lo stesso onorevole Nitti, con la sua nostalgia del Senato romano, porta anch'egli un contributo alla tesi per l'istituzione di una Camera unica, per la soppressione della seconda Camera, per l'unico Parlamento, per la Camera dei Deputati.

Non è poi esatto quanto ha affermato l'altro giorno un nostro vecchio ed autorevole collega al quale l'Assemblea ha prestato la più grande attenzione, l'onorevole Rubilli, che cioè, il buonsenso stesso ci indica la seconda Camera come necessaria, poiché la seconda Camera esisterebbe dappertutto, in tutti gli Stati democratici del mondo.

Ebbene, il buonsenso non ci può affatto consigliare la seconda Camera, poiché la seconda Camera non esiste dappertutto. Esiste dappertutto solo negli Stati ad organizzazione federale. Là obbedisce ad una necessità di coesione nazionale e serve a riportare al centro quanto l'organizzazione periferica allontana e disgiunge. È la rappresentanza paritetica al centro, ed in forma unitaria, dei molteplici particolarismi differenziatori: è la sintesi degli interessi locali.

Ma negli altri Stati, no, onorevole Rubilli.

Non è di nessuna utilità pratica, ai nostri fini, esaminare le varie Costituzioni unitarie degli Stati moderni, che conosciamo tutti più o meno bene, fra le quali ne esiste perfino una la quale stabilisce che la seconda Camera è eletta dalla prima. A noi interessano principalmente quei grandi paesi a civiltà affine alla nostra, diciamo a civiltà occidentale, come l'Inghilterra e la Francia, da cui derivano, essenzialmente le nostre tradizioni e i nostri costumi parlamentari.

L'Inghilterra ha una seconda Camera? Sì, ha la seconda Camera, ma la seconda Camera in questo Paese trae la sua origine e fonda la propria natura nella monarchia, tanto che, detronizzato Carlo I, Oliviero Cromwell non riuscì mai a far funzionare la Camera dei Lords nel modo tradizionale, e durante il suo governo nessun lord mise mai piede nella Camera alta. Con suo figlio le cose mutarono; ma suo figlio, è risaputo, preparò la restaurazione monarchica.

Esiste oggi la Camera dei Lords come seconda Camera, cioè con uguaglianza di poteri così come sostengono debba essere da noi i fautori della seconda Camera? Non esiste affatto.

Dopo la grande campagna politica, condotta in modo solenne prima dell'altra guerra da Asquith e Lloyd George, e che si concluse con la vittoria di questi ultimi, la Camera dei Lords in Inghilterra politicamente ha cessato di esistere. Non è certo essa che può far cadere un Ministero. Questo potere ormai non esiste neppure in teoria, neppure in linea di diritto, poiché in linea di diritto esiste solo la facoltà del Governo — se lo ritenga opportuno — di nominare tanti Lords quanti ne vuole, finché la maggioranza della Camera dei Lords abbia raggiunto la maggioranza della Camera dei Comuni. La Camera dei Lords è oggi in Inghilterra, a un dipresso, quello che era il Senato in Italia prima del fascismo, vale a dire un istituto pleonastico di mera coreografia che non poteva mai, in nessun modo, opporsi alla volontà decisa della Camera dei Deputati. Dopo De Pretis, che pure era maestro di compromessi e sempre conciliante, non ci si è mai azzardati di discutere, neppure in teoria, se il Senato potesse mettere in minoranza il Governo. «Il Senato non fa crisi», diceva carezzandosi la lunga e bianca barba l'infermo De Pretis. Il Senato non fa crisi. Cioè, politicamente, non esiste.

In Francia poi la questione è stata risolta e in linea di diritto e in linea di fatto. Il Senato è stato soppresso, ed al suo posto è stato creato il Consiglio della Repubblica: compromesso tra quelli che negavano e quelli che sostenevano il Senato. Il Consiglio della Repubblica, come dice la sua stessa denominazione, è una Consulta che funziona egregiamente. Tutti ne sono soddisfatti, compreso il M.R.P., che sostenne fino all'ultimo il Senato. Chi abbia seguito regolarmente il quotidiano del M.R.P. L'Aube, avrà visto con quale compiacimento questo partito apprezza la costituzione di questo nuovo organismo parlamentare dello Stato moderno francese. Io credo che faremo opera saggia se, abbandonando l'orgoglio di non copiare nulla da un altro paese e abbandonando tutti i nostri astrusi progetti, introducessimo anche noi in Italia questo eccellente istituto che, mentre dà la possibilità di far rendere dei grandi servizi al Paese, per l'attiva loro presenza e collaborazione, a uomini che non sono dei politici di prima linea — come direbbe l'onorevole Rubilli —, nel medesimo tempo non intralcia l'azione politico-legislativa del vero Parlamento.

L'opinione di quanti credono che si possa oggi, nel secolo delle forze politiche tecnicamente organizzate, dei grandi partiti politici, creare una seconda Camera con poteri eguali a quelli della Camera dei deputati, senza farne un duplicato, è pura illusione.

Comunque si costruisse una seconda Camera — con elezione a suffragio universale o con elezione di secondo grado — essa sarebbe sempre la risultante delle stesse identiche forze politiche, che hanno composto la prima Camera; sarebbe pertanto un duplicato e un duplicato vano. E sarebbe, per giunta, un istituto, che apparirebbe sempre subordinato, politicamente, alla volontà della prima Camera. Poiché, — non facciamoci illusioni! — se alla prima Camera siederanno i massimi leaders dei partiti politici — oggi Nenni, Togliatti, De Gasperi, Giannini, ecc., e domani i loro successori — alla seconda Camera non dico che andranno gli scarti, ma non più quelli che i partiti politici a coscienza politica matura e l'opinione pubblica considerano come i grandi capi politici, verso cui va la fiducia non solo dei partiti organizzati, ma di quelle masse non inquadrate, che formano l'opinione e che danno il loro giudizio alla vita del Paese. Per cui la prima Camera apparirebbe come la sola grande Camera, quella che guida politicamente la Nazione; e la seconda Camera apparirebbe una specie di dama di compagnia, assai dispendiosa, ma inutile, malgrado le denominazioni letterarie magniloquenti. Sarebbe una cosa meschina.

Non credo abbia un successo, allo stato attuale della discussione, il progetto della Commissione. Nessuno ne è soddisfatto; probabilmente neppure l'onorevole Ruini, che, per dovere di ufficio, penso, dovrà sostenerlo. Io non mi vi soffermo neppure.

Non mi pare che abbia migliore probabilità di successo il progetto radicale, inizialmente presentato alla seconda Sottocommissione e riportato in quest'Aula ultimamente, della seconda Camera a tipo corporativo.

Dalla esposizione, fatta pure con ingegno e dottrina dall'onorevole Codacci Pisanelli, questa seconda Camera è apparsa una cosa fredda e catalettica.

Uberti. Una cosa da venire.

Lussu. Anche prima che l'onorevole Codacci Pisanelli parlasse, così era apparsa. Ed io credo che solo per una pura questione di principio la Democrazia cristiana osi ancora farlo proprio. Da quello che ne sappiamo, pare che, voi stessi, onorevoli colleghi democristiani, andiate alla ricerca di un'altra formula, d'una formula di compromesso, di una formula eclettica, ma che non sosterrete fino all'ultimo questa seconda Camera così stranamente composta.

Io richiamo la vostra attenzione sulla proposta sostenuta dall'onorevole Rubilli l'altro giorno e da lui così brillantemente perorata. Tutta l'Assemblea ha seguito la sua esposizione con molto interesse. Fra tanti schemi, a molti, in quest'Aula, è apparso uno dei meno peggiori. Io ne parlo appunto perché quello schema, contenuto nell'ordine del giorno che l'onorevole Rubilli ha presentato, costituisce un pericolo. Secondo la sua proposta la seconda Camera, cioè il Senato, dovrebbe essere elettiva solo per tre quarti, mentre un quarto dovrebbe essere di nomina presidenziale. A me ed a parecchi altri questo progetto non è apparso migliore di altri. Innanzi tutto la seconda Camera, se la seconda Camera ci dovesse essere, non potrebbe essere che elettiva, sia con elezioni generali a suffragio universale, sia in altra forma, ma dovrebbe essere elettiva, perché la democrazia moderna non consente che vi siano rappresentanti puramente artificiosi e non reali ed effettivi. Una Camera, nella democrazia del XX secolo, non può essere, se vuole avere un qualsiasi valore od un qualsiasi prestigio, che elettiva. Questa nomina dall'alto poi, questa nomina presidenziale, non sarebbe altro che la nomina da parte del Governo, una specie quindi di sistema maggioritario per cui il Governo, cioè le forze politiche che hanno avuto il predominio alle elezioni generali a suffragio universale, avrebbe il diritto di aggiungere una sua esclusiva percentuale a quella già esistente. E, malgrado le buone intenzioni dell'onorevole Rubilli, questa percentuale sarebbe sempre fatta di uomini non già senza partito, o di uomini non di prima linea politica o di uomini senza marcato colore politico, ma sarebbe fatta di uomini politici a colore politico ben definito, sarebbe cioè una percentuale politica che traviserebbe le reali forze risultanti alle elezioni generali politiche. Sarebbe, in poche parole, il sistema spicciolo per cui il Governo potrebbe fare, in modo certo e a suo arbitrio, della seconda Camera, la sua maggioranza politica.

Ma il lato più grave della proposta Rubilli è quello per cui tre quarti della Camera sarebbero eletti col sistema del collegio uninominale, e più grave ancora il fatto che Togliatti — questo illustre, freddo e incorreggibile maestro di errori (Si ride) — ha dimostrato le sue simpatie per l'istituto del collegio uninominale. Io oso sperare che il collega Togliatti non voglia aggiungere ancora una perla luminosa alla sua collana già lunga. Questo collegio uninominale sarebbe il duplicato laico dell'articolo 7.

Collegio uninominale? Basta avere sentito le ultime espressioni idilliache in suo favore del collega Russo Perez, per capire di che natura esso sia. Io non avrei mai creduto, nel corso della ma vita di assistere alla rievocazione di questo collegio uninominale, che si riteneva fosse stato distrutto per sempre. Lo Stato e la società sono usciti dal fascismo e dalla guerra fascista in uno stato di corruzione, che sarebbe ben difficile immaginare maggiore. Ebbene, solo il collegio uninominale potrebbe darci la misura di una corruzione maggiore. La soppressione del collegio uninominale è stata un progresso per lo sviluppo della democrazia nazionale...

Mazza. Ce ne siamo accorti!

Lussu. ...in Italia. Il suo ripristino, anche solo per la seconda Camera, sarebbe un infallibile regresso.

«Ce ne siamo accorti»! Ma non è affatto vero quello che si diceva dopo l'altra guerra e quello che si dice oggi, che la crisi di allora è la crisi di oggi, per cui è difficile costituire un Governo di maggioranza stabile; non è affatto vero che quella crisi, che poi ci portò al fascismo ed alla guerra, sia la ragione della soppressione del collegio uninominale. Così la possono pensare alcuni rispettabili colleghi, i quali concepiscono la politica come una specie di scienza matematica; ma la crisi dell'altro dopoguerra e questa crisi non derivano affatto dal collegio uninominale: i fattori sono infinitamente più complessi e più seri, fra i quali, non ultima, l'arretratezza della nostra capacità di vita democratica, questa nostra difficile capacità di subordinare gli interessi individuali e di categoria agli interessi generali del Paese. E questo è democrazia. Col collegio uninominale non si sarebbe evitata affatto la crisi ed avremmo avuto una più meschina vita politica.

Quest'Assemblea annovera molti giovani colleghi, preparati più di quanto noi stessi e l'opinione pubblica non ritenessimo; ma essi sono troppo giovani e ignorano quale sia stato il livello di bassa corruzione toccante gli elettori e gli eletti del collegio uninominale. Meno, naturalmente, nelle regioni del Nord, dove la democrazia aveva ed ha più vaste basi che non nel collegio elettorale; di più nel Sud dove la vita politica era un meschino mondo concentrico, gravitante attorno al fatto elettorale, in cui il deputato era un eroe...

Porzio. Ma nessun eroe! Erano delle persone elevate. Che significa questo?

Lussu. Collega Porzio, poiché ci divide questa concezione sul collegio uninominale...

Porzio. Sì, ma senza gratuite offese!

Lussu. No, è esperienza di vita politica.

Porzio. No.

Lussu. È maturazione di coscienza politica...

Porzio. Posso fare l'elenco dei collegi uninominali del Sud!

Presidente Terracini. Onorevole Porzio, è una questione controversa.

Porzio. Sì, ma non è tollerabile più questo eterno Nord e Sud!

Presidente Terracini. La prego, onorevole Porzio, non interrompa.

Porzio. Noi non abbiamo inventato Mussolini, non abbiamo eretto cappelle votive!

Presidente Terracini. Onorevole Porzio, se vuole la parola, la chieda, altrimenti devo pregarla di tacere.

Lussu. Consiglio il collega Porzio, per la buona conservazione della sua salute, ad uscire, perché devo dirne di più grosse.

Porzio. Ed io interromperò! (Si ride).

Lussu. Comunque, io non sarò addolorato dalle sue interruzioni.

Nel mezzogiorno, dicevo, il deputato eletto a collegio uninominale era una specie di eroe da melodramma dalla cui voce dipendevano gli attori, i cori, l'orchestra, il pubblico. È del Sud che io parlo, di cui ho una viva e profonda esperienza.

Io, ancora giovanissimo, quasi ragazzo, ho visto il deputato del collegio uninominale entrare al palazzo di Prefettura, dal prefetto, seguito da uno stuolo di elettori clienti i quali per il loro numero, provenienti da differenti villaggi...

Mazza. Anche adesso.

Lussu. ...occupavano non solo l'anticamera, ma le scale e la piazza.

Mancini. Questo avviene anche con la proporzionale.

Mazza. È la stessa cosa.

Lussu. Ho conosciuto, ancora giovanissimo, dei deputati a collegio uninominale ricevere dei telegrammi dai loro elettori, dai quali erano invitati a giocare una quaterna secca o un ambo alla ruota di Roma. Ho conosciuto dei deputati a collegio uninominale i quali, così come oggi noi perdiamo il tempo correndo da un Ministero all'altro, correvano da un negozio all'altro della capitale per comprare scarpe o liquori per le nozze prossime dei loro elettori. E persino ho conosciuto un deputato a collegio uninominale ricevere la richiesta dagli elettori del suo collegio perché acquistasse un ordigno speciale per i fuochi artificiali della festa del Santo patrono. Ed ho conosciuto un deputato a collegio uninominale, qui dentro, che dopo che il Governo aveva posto il voto di fiducia, parlò chiedendo la strada per il suo villaggio e subordinò la concessione del voto favorevole alla costruzione di questa strada.

Togliatti non insista su questo collegio uninominale, che è la corruzione certa della coscienza politica del Mezzogiorno e delle Isole.

Io capisco che ci sono dei correttivi, ed uno ne è l'istituto autonomistico, per cui molti problemi vanno discussi e risolti sul posto, ma questo istituto è stato così manipolato durante la sua discussione che è molto tenue e stentato. La gran parte dei problemi, per la continuità dei rapporti che legano la periferia col centro, si risolveranno qui, per cui il deputato a collegio uninominale sarebbe uno strumento (non l'onorevole Porzio, che è un asso...).

Porzio. Ma che asso!

Lussu. ...uno strumento di una vita fatta di meschinità, di questioni e favori personali, di un'attività costante cui sfugge sempre il problema centrale, che per la democrazia è l'interesse generale.

Io mi auguro che questa Assemblea fatta più saggia dall'esame obiettivo e sereno dei vari progetti che abbiamo esaminato, rinunzi non soltanto al collegio uninominale (il collegio uninominale non deve più ritornare in Italia se vogliamo elevare le nostra coscienza politica nazionale) ma arrivi anche a sopprimere definitivamente la seconda Camera.

Io credo che è un errore quello che molti colleghi democratici pensano: che con le due Camere la democrazia sia più corretta, più moderna, più onesta e più seria.

Io credo agli istituti parlamentari, perché credo alla democrazia.

Ma non credo affatto che la democrazia sia compendiata esclusivamente nell'istituto parlamentare: la democrazia vive non solo al Parlamento, ma vive vieppiù alla periferia, alla base, nella coscienza dei cittadini anzitutto, nell'educazione dei cittadini, nella moralità del popolo, nella moralità politica. Rivive nelle Camere del lavoro, nelle cooperative, nei sindacati, nei comuni, anche nei villaggi più lontani, rivive in qualunque parte i cittadini vivano la loro vita collettiva e partecipino consapevolmente alla vita dello Stato.

È a questa forma di democrazia alla base che devono andare gli sforzi e i desideri dell'Assemblea Costituente! (Applausi).

Presidente Terracini. Gli onorevoli Giannini, Adonnino, De Filpo, Cairo, Bernamonti, Buffoni, iscritti a parlare, sono assenti.

Gli onorevoli Minio, Laconi e Fuschini hanno dichiarato di rinunziare.

Onorevoli colleghi, restano per domani iscritti a parlare due deputati, e poi i relatori.

Considero pertanto che tutti coloro che non hanno preso la parola al momento in cui ho fatto l'appello del loro nome, abbiano rinunziato a parlare.

Domani parleranno ancora gli onorevoli Nitti e Sforza e poi darò la parola ai relatori, cosicché per domani sera avremo terminato questa discussione generale e mercoledì passeremo allo svolgimento degli emendamenti.

Fuschini. Sarebbero dovuti decadere anche gli altri iscritti.

Presidente Terracini. Onorevole Fuschini, suppongo che lei non voglia dire che ho evitato oggi di far decadere, per obbligo di Regolamento, un notevole numero di colleghi. Ho fatto l'appello di 26 nomi.

Fuschini. Avrebbe potuto farlo di 28, onorevole Presidente.

Presidente Terracini. Hanno parlato due colleghi; 24 non hanno risposto, o hanno dichiarato di rinunziare alla parola. Per oggi è sufficiente.

Comunque, ella sa che può presentare un ordine del giorno da svolgersi entro i 20 minuti regolamentari. Questo dico anche per gli altri colleghi che volessero portare almeno in questa maniera il loro contributo alla nostra discussione. Si tenga tuttavia presente che l'ordine del giorno, per poter essere svolto, deve essere presentato prima della chiusura d'ella discussione.


 

[1] Il testo della relazione Ruini a cui fa riferimento l'onorevole Russo Perez è il seguente: «Alcuni pochi, ed io sono fra essi, ritenevano che, senza arrivare alla identificazione americana con il capo del governo, fosse da ammettere la designazione del Capo dello Stato da parte del popolo, per dargli una maggiore autonomia e per stabilire un potere più durevole e più saldo, in mezzo alle fluttuazioni di forze e di partiti, che non consentono facilmente decise prevalenze e sicurezza di governi».

 

PrecedenteSuccessiva

Home

 

 

A cura di Fabrizio Calzaretti