[Il 14 marzo 1947, nella seduta pomeridiana, l'Assemblea Costituente prosegue la discussione generale delle «Disposizioni generali» del progetto di Costituzione della Repubblica italiana.]

Presidente Terracini. L'ordine del giorno reca: Seguito della discussione del progetto di Costituzione della Repubblica italiana.

È inscritto a parlare l'onorevole Rodinò. Essendo assente, si intende che vi abbia rinunziato.

È inscritto a parlare l'onorevole Russo Perez. Ne ha facoltà.

Russo Perez. Onorevoli colleghi, non ho preso la parola durante la discussione preliminare, perché era giusto che il nostro gruppo lasciasse il compito di esprimere il nostro pensiero sull'intero progetto di Costituzione a quei colleghi che hanno partecipato ai lavori preparatori; ed anche perché i sette articoli delle disposizioni generali contengono il piano programmatico di tutta la Costituzione: natura dello Stato, rapporti tra lo Stato colla creatura, dico di proposito «creatura»; col mondo esterno, colle altre nazioni (art. 3-4); col mondo dello spirito, la Chiesa (art. 5); col mondo del lavoro (art. 6-7). Aveva ragione l'onorevole Ruini quando parlava di architettonicità della Costituzione. C'è, infatti, dell'architettura, per lo meno in questa parte del progetto. Proprio così, non sarà quella di Michelangelo, sarà quella del Palladio; ma è sempre spirito cinquecentesco e mediterraneo.

Potrò così ugualmente esprimere il mio pensiero sull'intera Costituzione, sia pure brevemente, senza che l'ottimo presidente onorevole Terracini, del quale ogni giorno di più ammiriamo la preparazione e, sovrattutto, il garbo, sia costretto a richiamarmi all'ordine.

Ed ecco il mio pensiero:

L'esame degli articoli 1, 6, 7, seconda parte, pur prescindendo dalle considerazioni fatte dall'onorevole Orlando sulla seconda parte del progetto, ci convincerebbe (il significato di questo condizionale lo spiegherò più tardi) che questo progetto di Costituzione potrebbe (altro condizionale) costituire una pedana di lancio verso il totalitarismo.

Dall'articolo 1 si desume che l'Italia vuol essere una repubblica di lavoratori. Il progetto non dice così, ma è questa la dizione proposta dall'onorevole Togliatti, e l'attenuazione della formula è stata dallo stesso Togliatti subita, ma non abbandonata, come egli stesso ci ha detto.

Repubblica di lavoratori, come ce ne sono già tante nel mondo; e sappiamo da quale parte orientarci per scoprirne qualcuna.

Ricordo, per esempio, che un giorno il capo del Partito comunista, durante una riunione della Commissione dei trattati, disse che il regime jugoslavo è uno dei più civili e democratici del mondo.

Vi fu qualcuno che propose, invece del termine «lavoratori», il termine «cittadini»; e badate che, quando si passò alla votazione della proposta, essa ottenne la parità dei voti.

Adesso alcuni colleghi ripropongono «cittadini». Ebbene, colleghi, io respingo questo termine e accetto quello di «lavoratori», perché qui si vuole incidere nelle tavole del nuovo patto il segno di un orientamento nuovo: la rivendicazione dell'alta dignità del lavoro umano, rivendicazione che dev'essere il fondamento essenziale della Repubblica democratica italiana, conferendosi ai lavoratori il diritto di partecipazione effettiva, come dice il progetto, alla organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Sarebbe assurdo e antistorico, oltre che immorale, voler negare, e sarebbe puerile nascondere sotto un termine denicotinizzato questa ascesa delle masse lavoratrici, che vorrei dire magnifica, soprattutto se potessi comprendervi i ceti medi...

Una voce a sinistra. Sono lavoratori anche quelli.

Russo Perez. Senza dubbio, ma è difficile classificarli proletari.

Una voce a sinistra. Lo sono il più delle volte, anche se non si accorgono di esserlo.

Russo Perez. ...e se potessi escludere, dalla testa dei suoi battaglioni, alcuni pericolosi attivisti.

Vi sono molti oggi che ostentano uno sviscerato amore per la classe operaia, e mi sembrano simili a quel tale che, vedendo scendere la piena, si pose sull'argine in costume da bagno, dichiarando che i bagni di fiume fanno bene alla salute.

Ma non di noi può dirsi questo, che tutta la vita abbiamo riempito di questo anelito verso una migliore giustizia sociale e che alle masse lavoratrici abbiamo sempre detto e diciamo ancor oggi «avanti», per tante ragioni, ma soprattutto perché esse sono noi stessi.

Però la società non è composta soltanto di lavoratori. I pensionati, gli invalidi non sono lavoratori, eppure non si può negare ad essi la partecipazione alla vita del Paese.

Disse l'onorevole Ruini, nei lavori preparatori, che l'organizzazione politica, economica e sociale della Repubblica ha per fondamento essenziale l'apporto di tutti i lavoratori, il lavoro di tutti, non solo manuale, ma in ogni sua forma di espressione umana. L'onorevole Togliatti un giorno aggiunse che egli non aveva difficoltà, per sgombrare il terreno da ogni equivoco, che si dicesse «lavoratori del braccio e della mente». Io spero che vorrà confermarlo in questa più acustica sede e, soprattutto, nelle più stabili tavole di questo nuovo statuto che vogliamo dare al nostro Paese.

Per le considerazioni che ho fatte, ho proposto qualche emendamento agli articoli in esame. Innanzi tutto, l'Italia è una — aggiungerei «una» — Repubblica democratica. Come nella Costituzione francese: grammaticalmente e letterariamente suona meglio.

Ruini, Presidente della Commissione per la Costituzione. Sì; è un errore di stampa della vecchia edizione.

Russo Perez. Poi: La Repubblica italiana ha per fondamento — aggiungerei l'aggettivo «essenziale» — il lavoro e la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori — accetto la frase dell'onorevole Togliatti — del braccio e della mente... Il resto dell'articolo potrebbe rimanere immutato, salvo la formula che la sovranità non emana, ma risiede nel popolo ed è esercitata nelle forme di legge.

Nell'articolo 6, mi sembra mal detto «principî di umanità fra gli uomini», perché, se sono principî di umanità, non possono certo attuarsi fra le scimmie: è una ripetizione. Mi pare che basti dire «principî di umanità».

Ruini, Presidente della Commissione per la Costituzione. Gli uomini si erano dimenticati di essere umani.

Russo Perez. Questo è verissimo: è un'amara constatazione; ma non toglie valore al mio rilievo.

Questo articolo si ispira alla Costituzione russa e a quella francese. Come sostanza, mi sembra impeccabile, perché concede abbastanza alla nostra ideologia, la cristiana, contemplando prima i diritti della persona come individuo isolato e poi quelli della persona in funzione sociale. Si metta, ora, l'articolo 6 in relazione con l'articolo 7: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli d'ordine economico e sociale che limitano la libertà e l'eguaglianza degli individui e impediscono il completo sviluppo della persona umana». Che cosà significa ciò? Ce lo dice l'onorevole Togliatti — lavori preparatori della prima Sottocommissione, pagina 175 — il quale cita l'esempio della Costituzione sovietica, in cui si afferma che tutte le libertà devono essere esercitate nell'interesse dello sviluppo della società socialista. Ora, è certo — egli dice — che non si può introdurre una simile formulazione nello Stato italiano, dato che purtroppo, — il «purtroppo» è suo e non mio...

Una voce a sinistra. Lo sappiamo.

Russo Perez. ...dato che purtroppo l'Italia non ha ancora un ordinamento socialista. Ma si potrebbe adottare una formula in cui si dicesse — è sempre lui che parla — che tutte le libertà debbono essere esercitate in modo che siano coerenti allo sviluppo della società democratica.

Sarebbe come dire: libertà di marcia, con l'obbligo di andare a destra, cioè... a sinistra, o libertà di respirare... ma col naso chiuso!

Ruini, Presidente della Commissione per la Costituzione. No.

Russo Perez. Si tratta di un concetto di libertà diverso, come diceva l'onorevole Dossetti, dal concetto finora adottato. E l'onorevole Cevolotto disse testualmente — come vede, onorevole Ruini, non sono il solo a fare rilievi di questo genere — che, se alla libertà del progetto si desse una sola direzione obbligatoria, non si avrebbe più una Costituzione democratica. In tal caso — aggiunse con finezza l'onorevole Cevolotto — sarebbero lesi i diritti di libertà... del Partito comunista, che non potrebbe esercitarli per arrivare alle finalità dello Stato comunista. Ma l'onorevole Togliatti rispose che il Partito comunista potrebbe esercitare egualmente i suoi diritti, perché lo Stato comunista è uno Stato democratico.

E siamo al nocciolo della questione: lo Stato comunista è uno Stato democratico! Ricorderete che ho usato un condizionale, anzi due condizionali in principio, dei quali vi ho promesso la spiegazione. Ecco: dissi che la Costituzione ci farebbe pensare ad un avviamento al comunismo. Ci farebbe pensare non significa ci fa pensare. Dobbiamo confessare il vero: il testo, la lettera di questo codice non sono allarmanti; sarebbero accettabili. Ma, adombrata dall'onorevole Orlando, accennata dall'onorevole Croce, manifestata da me, vi è in molti di noi la preoccupazione assillante che esso potrebbe venire interpretato ed attuato con uno spirito nettamente totalitario.

Ma, si dirà, non è lecito attribuire la malafede all'avversario. Esatto. Però troppi episodi smentiscono le parole, perché alle parole si possa credere: Viminale, Emilia, Dongo; per citarne alcuni. (Commenti Interruzioni a sinistra).

Non posso né debbo addentrarmi nell'argomento. Primo, perché mi allontanerei dal tema. Secondo, perché si tratta di fatti storici, di fatti rivoluzionari. Rivoluzionari, e, quindi, non vanno giudicati con la logica e con la morale di tutti i giorni. Se Giovanni Amendola avesse avuto una mentalità rivoluzionaria, tante sventure sarebbero state evitate al nostro Paese. Storici: ed è la storia che dovrà giudicare di fatti compiuti da uomini i quali in momenti supremi, hanno avuto nelle loro mani le trame della storia. Ma quando un uomo, un cittadino, prende, dinanzi a certi episodi rivoluzionari e agli aspetti più discutibili di codesti episodi, un atteggiamento di sfida nei confronti del Paese... (Interruzioni a sinistra).

Li Causi. L'accenno a Dongo si riferisce all'uccisione di Mussolini?

Russo Perez. Vuol fare una sfida al Paese anche lei? Io parlo con un senso di misura e con un senso di equilibrio che lei, onorevole Li Causi, dovrebbe invidiarmi.

Li Causi. Ma la chiarezza? Io domando la chiarezza! L'accenno a Dongo si riferisce all'uccisione di Mussolini?

Presidente Terracini. Onorevole Li Causi, s'è già sentito bene quello che lei ha detto.

Russo Perez. Io dico che quando si parla di questi fatti nel modo come ne fu parlato, anzi scritto, dal giornale L'Unità, alcuni giorni fa, con quell'atteggiamento di sfida che oggi si mutua con poca fatica e con poco rischio l'onorevole Li Causi, e il Paese non reagisce o reagisce debolmente, vuol dire che il Paese è diventato sordo e grigio... (Interruzioni a sinistra).

Li Causi. È la frase di Mussolini! Lei è sordo e grigio.

Russo Perez. ...è sotto il peso di una coazione morale che equivale e supera la violenza fisica! Aggiungo che spesso anche i grandi attori commettono degli errori, come quando il capo del Partito comunista ha fatto, come poco fa ricordai, l'imprudente parallelo tra comunismo e democrazia.

Che importa dunque che egli venga a dirci che non ha conquistato i Comuni con le latte di petrolio o col manganello, come se tutte le violenze fossero fisiche ed a base di carburanti liquidi! Si pensi anche alle recenti proposte di legge jugulatorie della libertà, se pure non si tratti di una malvagia invenzione ai danni dell'onorevole De Gasperi!

Ecco perché, onorevole Togliatti, siamo scusabili se non vi prestiamo soverchia fede, quando, dall'alto del vostro sesto cerchio, con l'impeccabile vestito bleu, col tono cattedratico e mellifluo di un professore di teologia, affermate di essere il più fiero paladino della libertà. Ma, onorevole Togliatti, il sesto cerchio è proprio quello degli eresiarchi nell'inferno di Dante. (Rumori — Commenti).

Ora, poiché viviamo in questo clima, e dobbiamo preoccuparci della sorte e della libertà degli uomini che vivono in questo clima e lo Statuto deve interpretare i bisogni e le aspirazioni di questa gente, e poiché gli articoli criticati da me (come del resto gli articoli 31, 36, 37, 40, 41, 43) possono essere interpretati ed attuati in modo da non garantire ai cittadini il bene fondamentale della libertà, io propongo di sopprimere la seconda parte dell'articolo 7; vale a dire dovrebbero rimanere in piedi l'articolo 6, e la prima parte dell'articolo 7.

Del resto, quanto è detto nella seconda parte è anche espresso dall'articolo 6. Si dovrebbe sopprimere la parte che dice: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli d'ordine economico e sociale che limitano la libertà e l'eguaglianza degli individui e impediscono il completo sviluppo della persona umana».

Se voi rileggete l'articolo 6, vedrete che c'è quanto basta affinché il legislatore, che poi interpreterà ed attuerà lo Statuto, possa farlo tutelando tutti i diritti del lavoro ed insieme quelli del singolo.

Ho finito per quanto riguarda gli articoli 1, 6 e 7. Passiamo all'articolo 4. Di questo articolo 4 vi ha già parlato l'onorevole Bencivenga. Debbo premettere, affinché l'amico Li Causi si risparmi l'incauta fatica di interrompermi ancora, che io ho già dichiarato che sono fieramente contrario a tutte le guerre, e che nel 1937 avevo preparato una conferenza, in cui sostenevo che una guerra tra nazioni di eguale o simile livello di civiltà, deve essere per forza un cattivo affare sia per l'aggressore come per l'aggredito. Non potei fare questa conferenza perché gli amici con i quali mi consigliai, mi dissero che, se l'avessi fatta, probabilmente sarei andato a finire al confino. (Commenti).

Li Causi. Essere eroico non è un obbligo.

Russo Perez. Il confino non è un monopolio della Repubblica; esisteva al tempo del fascismo.

Una voce a sinistra. Prendiamo atto della buona intenzione.

Russo Perez. Il fatto che io chiedo, insieme all'onorevole Bencivenga (egli è un generale ed io sono un borghese), la soppressione di questo articolo, non deve far pensare che io sia favorevole all'idea di una guerra di conquista, o anche di riconquista.

Però l'articolo è strano e non so da dove sia nato. Ho cercato nei lavori preparatori, ma non sono riuscito a trovare la fonte; forse qualcuno ha pensato che c'era un articolo simile nella Costituzione francese ed ha creduto opportuno copiarlo.

Una voce a sinistra. C'è il Trattato di pace!

Russo Perez. «L'Italia rinuncia alla guerra come strumento di conquista». L'Italia, dunque, rinuncerebbe alla guerra, ma soltanto come strumento di conquista e di offesa alla libertà di altri popoli. Quindi bisognerebbe fare questo esame, che è molto difficile: guerre giuste e guerre ingiuste. Ci sono stati dei giuristi, a corto di occupazioni più serie, i quali hanno scritto perfino dei trattati, come il signor De la Prière e il signor Regout (Le droit de juste guerre), nei quali sono elencati i principî in base ai quali si dovrebbe subito riconoscere se una guerra è giusta o ingiusta.

Ma, nella pratica, la cosa non è così semplice. Per esempio, il collega Bencivenga ha ricordato il caso della Francia, nella cui Costituzione è scritto da tempo immemorabile che «La Francia rinuncia alle guerre di conquista». Però, sottilizzando, i giuristi e gli uomini d'arme francesi sono venuti alla conclusione che una guerra per la riconquista della Ruhr non sarebbe stata una guerra di conquista. E, se vogliamo allontanarci dalla storia ed avvicinarci ai tempi presenti, guardate un po': la guerra della Russia alla Finlandia è una guerra di difesa o una guerra di aggressione? E non è forse vero che, nel patto Ribbentrop-Molotov, si ritrova per lo meno una duplice e coeva volontà di aggressione?

E, se non vi piace parlare dell'est, parliamo dell'ovest. Pensate che l'America sostiene di essere stata una nazione aggredita; ma io vi prego di tornare indietro col pensiero e di ricordare quei carichi di armi che gli Stati Uniti di America mandavano, scortati dai loro aerei e dai loro caccia, alla belligerante Inghilterra. Io domanderei al signor Regout se la guerra che nacque da quegli invii di armi, che una nazione neutrale faceva ad una nazione belligerante, sia da considerarsi una giusta o un'ingiusta guerra, una guerra di aggressione o una guerra di difesa.

Li Causi. La guerra fascista e la guerra di liberazione: quale è giusta e quale ingiusta?

Una voce a destra. È una fissazione! (Commenti).

Russo Perez. Dica un poco, onorevole Li Causi: quando parla di guerra fascista, non potrebbe rivolgersi al suo portiere, se lo ha? Perché si rivolge a noi? Scelga migliori occasioni per parlare; lei non è felice nelle interruzioni: le lasci fare all'onorevole Togliatti. Ella si accende a freddo e dice corbellerie!

Scusi, onorevole Presidente: dovevo ribattere l'interruzione, per quanto fatta male a proposito.

In fondo, volevo dire questo: che per quanto teoricamente possa apparire facile discernere le guerre giuste dalle guerre ingiuste, praticamente tutte le guerre vinte sono giuste e tutte le guerre perdute sono ingiuste. Quindi, rinunciamo a questo articolo, tanto più che è ridicolo che noi, nazione disarmata, con un esercito ridotto soltanto ai limiti di una forza di polizia, senza navi da guerra, senza fortezze, senza bomba atomica, facciamo affermazioni del genere. Lasciamole fare alle nazioni satolle; noi possiamo farne a meno. Anche perché, onorevoli colleghi di questa Assemblea, in quell'ignobile «ordine» di pace, se voi lo rileggete articolo per articolo, troverete dieci volte la frase «l'Italia rinunzia», che non corrisponde a nessun atto di volontà del popolo italiano. «L'Italia rinunzia» dieci volte; «l'Italia riconosce» quattordici volte! Allora il Governo presieduto dall'onorevole De Gasperi ha creduto di firmare sotto l'imperio della coazione; accettare, allora, quella parola, «rinunzia», è stata una necessità; adesso sarebbe una viltà.

Quindi, io credo che questo articolo debba venir soppresso, o, se questa Assemblea sarà del parere che l'articolo va mantenuto, lo sostituirei con il seguente: «L'Italia condanna il ricorso alle armi nelle controversie tra le Nazioni e consente»... (il resto può andare nel testo attuale, e precisamente: consente, a condizione di reciprocità e di eguaglianza, le limitazioni di sovranità necessarie ad una organizzazione internazionale che assicuri la pace e la giustizia tra i popoli).

E veniamo brevemente all'articolo 5: pochi minuti ancora ed avrò finito.

Vi devo confessare che, quando ho letto per la prima volta nel progetto di Costituzione questo articolo: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Qualsiasi modificazione dei Patti, bilateralmente accettata, non richiede procedimento di revisione costituzionale», si trovarono un poco in conflitto la mia coscienza di giurista e di legislatore, per quanto modesto, e la mia coscienza di cattolico; perché mi domandavo come mai lo statuto della Repubblica italiana potesse contenere il riferimento ad un trattato di carattere internazionale.

Ma ho studiato meglio la questione ed ho attinto luce dai maggiori e adesso il dubbio è scomparso dall'animo mio. Certo, coloro che sono più esperti di me in materia di diritto costituzionale potranno escogitare una forma che faccia riuscire più accettabile ai colleghi dell'altra sponda questo riferimento della nostra Costituzione ai Patti Lateranensi, ma se anche l'articolo dovesse rimanere così, io lo accetterei senz'altro.

Pajetta Giancarlo. Allora ha chiesto consiglio al confessore, non ai giuristi!

Russo Perez. Se il confessore fosse stato più intelligente e, soprattutto, spiritualmente più elevato di voi, il che è facile, avrei fatto bene a chiedere consiglio a lui! (Approvazioni a destra).

L'onorevole Ruini ha detto testualmente: L'affermazione dell'articolo 5 non significa inserire nello statuto i Patti Lateranensi, ma dare ad essi una speciale posizione costituzionale. Mi sembra che abbia detto così e di aver trascritto esattamente il suo pensiero. Non so se sia pienamente accettabile questa proposizione, ma credo, anzi so, che alcuni membri autorevoli di questa Assemblea stanno elaborando delle proposte di emendamento all'articolo 5. Io credo che nella sostanza siamo tutti d'accordo, perché anche l'onorevole Togliatti, nei lavori preparatori, ha detto autorevolmente che il suo Partito non ha nulla in contrario a che anche la firma della Repubblica italiana sia apposta in calce al Concordato ed ai Patti Lateranensi.

Quindi, in fondo, si tratta di una questione di forma: se debba o non debba nel nostro statuto farsi un riferimento esplicito ai Patti Lateranensi. Ed allora io voglio ragionare non come un giurista, ma come un uomo della strada...

Una voce dall'estrema sinistra. Come un uomo qualunque.

Russo Perez. Come un uomo qualunque, e me ne onoro. E dico questo: il Concordato ed i Patti Lateranensi da un canto riguardano i rapporti fra uno Stato sovrano e un altro Stato sovrano. E anche in ciò i patti hanno dei caratteri peculiari, perché questo altro Stato sovrano è circondato da tutte le parti dallo Stato italiano, abitato da italiani, in terra italiana. Ma la considerazione da fare, di molto maggior valore, è un'altra. I Patti Lateranensi non stabiliscono soltanto i rapporti fra uno Stato sovrano e un altro Stato sovrano, ma i rapporti fra uno Stato sovrano e la Chiesa Cattolica Apostolica Romana, che è cosa ben diversa.

Questo Istituto, rispettabile per tutti, per noi di origine divina, si irradia e vive in tutte le contrade d'Italia per mezzo delle sue Chiese, i rintocchi delle cui campane si fanno sentire anche nel latifondo siciliano, nei più remoti villaggi. E poi c'è una folla, una miriade di ambasciatori, consoli, addetti di ambasciata, vescovi, parroci, sacerdoti che portano la parola della Chiesa in tutte le contrade d'Italia. E con questi rappresentanti di quest'altra Potenza spirituale la grande maggioranza dei cittadini italiani ha giornalmente dei rapporti intimi, dei rapporti spirituali, sia pure come quelli a cui alludeva poco fa il collega dell'opposizione, per cui da questi ambasciatori del mondo dello spirito, e, per noi, del mondo della Verità, ci vengono giornalmente dei consigli, degli ammonimenti, che noi qualche volta consideriamo, e sono, delle direttive di vita e di azione.

Orbene, di questo fatto assolutamente peculiare, ineguagliabile, che rappresenta tanta parte della vita della nazione, è possibile che lo Stato, nella sua Carta fondamentale, non debba tener conto, chiarendo in che modo devono essere regolati i suoi rapporti con questo ente spirituale e sovrano che siede e vive nel suo stesso territorio?

Questo è il mio pensiero. Cosicché io concludo col dire che, per mezzo di questo articolo del progetto di Costituzione, noi, Stato, con indifferenza, la Chiesa, con dolore, consentiamo agli amici dell'altra sponda di professare liberamente la religione che vogliono, e anche di non professarne alcuna; ma consentano essi senza rammarico a noi cattolici che, nell'orbita dello Stato sovrano, attraverso il riferimento costituzionale all'inviolabilità dei Patti Lateranensi, possiamo vedere riaffermato il nostro filiale ossequio alla Chiesa Cattolica Apostolica Romana. (Applausi a destra e al centro).

Presidente Terracini. È iscritto a parlare l'onorevole Bruni. Ne ha facoltà.

Bruni. Il capitolo delle disposizioni generali enuncia dei principî, consacra dei valori, fissa delle direttive, quasi tutte da dirsi fondamentali per la vita del nostro popolo.

L'eguaglianza dei diritti, di cui all'articolo 7; gli obblighi che la Repubblica s'impegna di assumere verso ogni cittadino, di cui all'articolo 6; il respiro che è chiamata ad avere sul più vasto campo internazionale la difesa degli stessi valori umani, di cui agli articoli 3 e 4, costituiscono un insieme di direttive profondamente vitali per la civiltà di ogni Nazione.

Come è stato da altri rilevato, rappresenta una caratteristica della nostra Carta il secondo comma dell'articolo 1, dove si proclama che «La Repubblica italiana ha per fondamento il lavoro e la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese». La corrente dei cristiano-sociali, che io rappresento in questa Assemblea, sa apprezzare appieno questo comma, avendo sempre proclamato il principio della sovranità del lavoro nei rapporti sociali, e avendo esplicitamente espressa, sin dal loro programma del 1941, l'esigenza che l'esercizio dei diritti politici fosse legato al possesso di un «titolo di lavoro».

Sennonché essi hanno sempre tenuto a precisare come al «lavoro» non intendessero attribuire un valore esclusivamente economico e di semplice soddisfacimento di bisogni materiali, ma soprattutto il valore di mezzo della propria elevazione morale ed intellettuale e di strumento di concreto servigio verso i propri simili.

Solo se inteso in tal modo, quale concreto legame sociale, che in sé attua il primato dello spirituale ed è distintivo dell'amore fraterno e della solidarietà tra gli uomini, il lavoro può essere assurto all'onore di costituire il fondamento di una Repubblica. Non altrimenti. Il fondamento, il mezzo, e certamente non il fine, come ho detto, del viver civile.

Se è vero che all'uomo non è concesso — in via ordinaria — di poter dare una dimostrazione reale del suo attaccamento al mondo dei valori spirituali al di fuori del proprio lavoro, è anche vero che deve essere il mondo di quei valori a finalizzare l'opera umana.

Ho sentito affermare da alcuni che questo capitolo delle Disposizioni generali può sostituire sufficientemente bene quel preambolo che manca nel nostro progetto di Costituzione. Dissento dal loro parere, appunto perché non vedo in esso elencati tutti quei valori di libertà, di giustizia, di solidarietà, che normalmente non fanno difetto nei preamboli delle Costituzioni di altri popoli.

È in ogni modo da lamentare che la nostra Costituzione manchi di questo preambolo, e, di conseguenza, anche di un preciso riferimento alle condizioni storiche che l'hanno vista nascere, sì da apparire un documento pressoché estemporaneo.

Come, per esempio, non ricordare che questa Costituzione è la prima che si dà il popolo italiano; e che, con tale documento — per la prima volta nella sua storia — il popolo è stato in grado di affermare pienamente la sua sovranità?

Come non ricordare che questa Costituzione è scritta col sangue e col dolore degli italiani, dopo l'avventura totalitaria e le terribili vicende della guerra, dopo tanti anni di regime monarchico, dopo molti decenni di lotte sociali?

Io penso che alcuni degli articoli che ora fanno parte del capitolo in questione potranno convenientemente essere inclusi nel preambolo, che potrà, inoltre, accogliere altri principî e disposizioni che ora si trovano disseminati nei diversi Titoli.

In questa Assemblea ho udito esprimere il timore, che le disposizioni, che di solito compaiono nei preamboli, possano rivestire un carattere meno impegnativo di quelle contenute altrove. Crederei di far torto ai costituzionalisti di professione se condividessi tale parere. I costituenti francesi, ad ogni modo, non la pensarono così. Direi che la pensarono in modo totalmente diverso.

Gli articoli che ordinariamente compaiono nei preamboli hanno certamente un carattere più generale; senza dubbio appartengono ad una categoria più universale di quella alla quale gli altri appartengono; ma dovrebbe essere anche noto come essi costituiscano i cardini basilari di tutta la Costituzione, sui quali tutta la Costituzione si regge; la fonte stessa della sua ispirazione; e, in altre parole, la sua anima, il suo indirizzo fondamentale, il binario sul quale tutti gli altri articoli dovranno camminare.

Per tutte queste considerazioni, sono da giudicarsi le disposizioni le più impegnative, non le meno impegnative; le più chiare, non le più oscure.

Il preambolo non si è fatto non perché non ci abbia pensato alcuno a farlo, o perché non si è ritenuto conveniente farlo, ma perché si è avuto paura di assumere quegli impegni solenni e precisi che la redazione di esso importava. Ciò che sino ad ora ha impedito questa redazione è stata la incapacità nei Settantacinque di interpretare l'anima unitaria, e cioè, quel minimo denominatore comune spirituale che, al di sopra di tutte le particolari ideologie, pur esiste nel popolo italiano ed al quale giovedì scorso bellamente accennò l'onorevole Moro.

Il non averlo saputo mettere convenientemente in luce, questo comune denominatore, il non essersi impegnati più esplicitamente su di esso, non solo rappresenta un grave difetto formale del progetto — (il che sarebbe il meno) — ma un grave difetto di sostanza che non depone favorevolmente per l'avvenire della nostra democrazia. Infatti, sulla democrazia esistono ancora in Italia delle gravi riserve.

Non posso essere d'accordo con coloro che si sono accomodati troppo facilmente al carattere eccessivamente empirico e frammentario che presenta il progetto, e non ritengono valga la pena compiere un ulteriore sforzo per correggerlo.

Come mi pare abbia notato l'onorevole Togliatti nel suo ultimo discorso, sarebbe profondamente errato confondere lo spirito ed il metodo della democrazia con il carattere empirico del compromesso.

Come pare sia opinione diffusa in Italia, lo spirito dell'autentico metodo democratico non deve essere individuato in un accostamento tutto esteriore di una corrente spirituale o sociale con l'altra. Se così fosse, la democrazia dovrebbe raffigurarsi ad un mosaico di ideologie, o peggio, ad un sistema di monadi, ciascuna chiusa in se stessa, senza che una possa comunicare con l'altra.

La democrazia non è questo. La democrazia crea una situazione spirituale per tutti. È un regime di comunione tra gli uomini, che posseggono convinzioni diverse circa l'ultimo destino dell'uomo, ma che nella Città temporale vogliono compiere un'opera comune, che non pregiudichi questo destino, che, anzi, lo favorisca. Esiste un «credo civico pratico», come lo chiama uno scrittore cattolico francese, che ci deve unire tutti, non perché siamo «cattolici» o «marxisti», ma perché siamo «uomini». Pretendere di far adottare dallo Stato nella sua totalità l'ideologia cattolica o marxista, significherebbe introdurre nella vita politica degli elementi di turbamento, che la politica, di sua natura, non può sopportare.

Esistono delle verità e dei valori che tutti gli uomini non possono non riconoscere e che lo Stato, organo del bene comune, deve, perciò riconoscere. Di fronte a questi valori lo Stato non può essere agnostico; una Costituzione non può chiudersi nell'agnosticismo.

I francesi, e con essi i popoli più evoluti, hanno definito «laico» lo Stato che così si regola, per contrapporlo allo stato «confessionale» che, esorbitando dalla sua missione, volesse farsi il carabiniere e il paladino di un determinato sistema filosofico e teologico.

È questa divenuta ormai una conquista della scienza politica e del mondo moderno. Ogni ulteriore esitazione di fronte ad essa declasserebbe la civiltà italiana. E così, quasi senza volerlo, sono arrivato alle soglie dell'articolo 5, e le varco ed entro nella «zona infiammata» (come se ben ricordo, l'ha chiamata l'onorevole Orlando) dei rapporti tra la Chiesa cattolica e lo Stato italiano, sperando di non bruciare.

Onorevoli colleghi, le garanzie, atte ad assicurare la libertà di coscienza, di culto e di religione, non potranno essere stimate giammai eccessive da coloro che, come voi, sanno apprezzare il valore della spontaneità dello spirito nella ricerca della verità e l'importanza che assume il rispetto dei diritti naturali dell'uomo in ogni conquista spirituale, politica ed economico-sociale. Voi non ignorate neppure, onorevoli colleghi, come il diritto di usufruire di tali garanzie, appartenga all'uomo in se stesso, indipendentemente dal particolare credo religioso o filosofico da lui professato, e indipendentemente che egli ne possegga uno, o meno.

Noi tutti, in questa Assemblea, nessuno escluso, ci dobbiamo, innanzi tutto, preoccupare del bene politico spirituale del nostro popolo, come del primo e più importante capitolo del bene politico generale.

Ma qual è il bene politico spirituale di tutto il nostro popolo?

Né in Italia, né altrove esiste più unità confessionale.

Esiste una pluralità di famiglie religiose e filosofiche. Non è più possibile, dato che fosse consigliabile, unificare politicamente gli italiani all'ombra di un determinato credo religioso.

È invece possibile unificarli sulla base del rispetto delle regole della morale naturale e dei diritti naturali dell'uomo, sulla base, come ho detto, di un credo civico pratico, morale e politico, su precise disposizioni costituzionali e legislative che prescindono da qualsiasi giustificazione teologica e filosofica. Ripeto: qui evidentemente non si tratta di un semplice compromesso imposto dalle attuali condizioni della società.

Si tratta, piuttosto, di identificare un principio e di tracciare una linea di condotta politica da valere in tutti i tempi ed in tutte le situazioni, che sono tenute a rispettare tanto le maggioranze quanto le minoranze religiose.

Non si tratta di un compromesso; si tratta di un metodo consigliato dalla natura stessa del vivere politico e dalla stessa natura dell'atto per cui ogni uomo si accosta alla verità. È bene che l'unità politica non si tenti di cementare dall'alto di un sistema di verità rivelate, e cioè con un movimento discendente, ma sibbene con un movimento ascendente, che parta dalla chiarezza delle verità naturali come il processo più educativo e più formativo dello spirito umano.

L'unità politica non può avere per base che la chiarezza di queste verità naturali, che costituiscono come l'ideologia di tutti, l'ideologia comune a tutta la Nazione; l'ideologia per eccellenza, del vivere democratico.

Ma questo patrimonio comune non deve essere più misconosciuto dagli italiani, e dev'essere positivamente e rigorosamente difeso dalla legge.

Anche sotto tale aspetto si vedrà se la democrazia italiana sarà in grado di funzionare. Non è possibile conservare e garantire dalla disgregazione le società umane senza prestare ossequio a questo minimo di patrimonio comune che — se veramente rispettato, — ci mette nella condizione di dare alla vita sociale un abbrivo che, per rispondere a ragione, con ciò stesso può dirsi di positivo e vitale orientamento religioso.

Il nostro progetto di Costituzione rivela un cospicuo orientamento vitalmente religioso in molti articoli, e nella misura che questi articoli costituiscono una difesa della libertà e della dignità della persona e nella misura che assicurano la solidarietà e la giustizia sociale.

Per questo il nostro progetto di Costituzione, nonostante le sue contraddizioni, lacune ed incertezze, denuncia un orientamento religioso molto più deciso dello Statuto albertino, nonostante il primo articolo di questo Statuto. Perché, come voi ben sapete, onorevoli colleghi, c'è una religiosità, e, vorrei dire, un cristianesimo apocrifo che è quello dei Governi clericali, paternalistici, assoluti, che lasciano sussistere tranquillamente le più grosse ingiustizie sociali; e c'è una religiosità ed un cristianesimo autentico, che è quello dello sforzo costante ed eroico verso la libera ricerca della verità e della giustizia.

È pertanto su questa base spirituale, che può chiamarsi bensì laica, ma non laicista, che potrà trovare la sua piena applicazione il principio dell'unità e del pluralismo spirituale in campo politico, che solo è in condizione di garantire il pieno rispetto della libertà di coscienza, di culto e di religione ad ogni cittadino.

Evidentemente non si può parlare di queste libertà dove esiste una «religione di Stato» e dove esiste «l'ateismo di Stato». Qui, evidentemente, non si tratta di affermarsi sul principio della «tolleranza religiosa» e della «tolleranza filosofica», che per me equivarrebbe a professare l'indifferentismo religioso e filosofico; qui si tratta dell'adozione — in via di principio — del metodo della «tolleranza civica».

Quando mi appello a questa tolleranza, mi appello al «rispetto del segreto delle anime, che è il segreto di Dio».

Aggiungerò — per calmare delle coscienze — che essa è una virtù cristiana per eccellenza.

La tolleranza «riposa sul più profondo fondamento della vita cristiana, sulla credenza inconcussa alla eguaglianza dell'uomo, ai diritti inalienabili di ciascuno allo sviluppo della sua vita, alla libertà di parole e di azione, al libero perseguimento della sua felicità». Un manifesto del 1942 dei più grandi scrittori cattolici europei rifugiati negli Stati Uniti d'America, affermava, tra l'altro, che «è lo stesso cristianesimo che pone le basi della tolleranza civile in materia religiosa».

Senza compiere un tentativo di sovvertire l'ordine politico, che anch'esso è una parte dell'ordine divino, non ci è lecito, dirò usando una terminologia teologica, comportarci come cattolici quando ci troviamo sul terreno politico; siamo, invece, tenuti a comportarci sempre da cattolici, distinguendo, in tal modo, senza separarlo, l'ordine politico dall'ordine religioso.

Quando ci troviamo sul terreno politico, l'unico modo di salvare l'essenza del cristianesimo, e cioè la carità e lo spirito di fratellanza, non è quello di instaurare una legislazione d'eccezione e di privilegio nei riguardi della propria Chiesa; è invece quello d'instaurare un regime fondato su basi di eguaglianza.

L'onorevole Togliatti, nel suo discorso di risposta alle dichiarazioni del Governo, accennando al problema delle relazioni tra Chiesa e Stato in polemica con la Democrazia cristiana, se ben ricordo, pare insinuasse come la qualifica di «cristiano» costituisse un impedimento alla tolleranza civica. Non so se un tale rimprovero potesse riguardare questo o quel cristiano o alcuni degli onorevoli colleghi democristiani; ma è certo che non riguarda la natura e l'essenza del cristianesimo. La maggioranza cattolica del nostro Paese accetterà questa disciplina civica, se fosse illuminata, sapendo di ubbidire allo spirito stesso del Vangelo, e conscia di contribuire efficacemente all'unità nazionale, all'amicizia politica di tutti gli italiani, sempre necessaria, ma nelle attuali circostanze necessarissima, essendo in corso l'ardua opera della ricostruzione. Naturalmente la società italiana, in quanto composta in maggioranza di cattolici, conserverà la sua fisionomia spirituale, ma non in virtù di una giurisdizione confessionale dello Stato, ma in virtù del numero e dello spirito della maggioranza dei suoi membri e delle forme democratiche che permettono e garantiscono pienamente l'espressione pubblica dei sentimenti religiosi.

Gli articoli del progetto di Costituzione, che furono specificamente elaborati con questo spirito, sono l'articolo 7 che dice: «I cittadini, senza distinzione di sesso, di razza e lingua, di condizioni sociali, di opinioni religiose e politiche, sono eguali di fronte alla legge», e l'articolo 14 che suona così: «Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa, in qualsiasi forma individuale o associata, di farne propaganda e di esercitare in privato ed in pubblico atti di culto, purché non si tratti di principî o riti contrari all'ordine pubblico o al buon costume.» ed infine l'articolo 15, che dice: «Il carattere ecclesiastico ed il fine di religione o di culto d'una associazione od istituzione, non possono essere causa di speciali limitazioni legislative né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, per la sua capacità giuridica, per ogni sua forma di attività».

Sono dell'opinione che sono questi articoli a fissare la linea fondamentale della politica religiosa dello Stato italiano, e perciò non posso giustificare le ragioni che hanno indotto i Settantacinque a posporli all'articolo 5, che invece si riferisce ad un determinato problema di questa politica.

La prima cosa che si nota gettando lo sguardo sull'articolo 5, è la presenza di un'esplicita menzione della Chiesa cattolica. Pur facendo mie le critiche di metodo rivolte a questo articolo dall'onorevole Calamandrei, non è tale menzione che in se stessa mi scandalizza, perché bisogna ricordare che una menzione nella nostra Carta pur meritava la Chiesa cattolica, che è la Chiesa della quasi totalità del popolo italiano.

E neanche voglio discutere la tesi, che non manca di giustificazioni, di coloro che stimano pleonastico tutto l'articolo 5, rispetto agli articoli 7 e 14.

Nel suo primo comma l'articolo 5 dice: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani».

Tale sentenza, che è di Leone XIII, sé non erro, a parte l'osservazione che sulla sua presenza nel testo costituzionale ne fece l'onorevole Calamandrei e che io non posso non condividere, noto che, ad ogni modo, rispecchia fedelmente lo spirito della costituzione dello Stato che si vuol costruire decentrato, senza pretese monopolistiche né in campo nazionale né in campo internazionale, rispettoso delle autonomie degli altri gruppi sociali, e che dà alla sua sovranità un significato ed un valore analogico, come si conviene ad uno Stato realmente democratico.

Colpiscono, al contrario, la sostanza della politica religiosa del nostro Stato le critiche mosse al secondo comma dell'articolo 5, cioè quella sostanza che si trova precisata negli articoli 7 e 14.

Nel 1929 le relazioni tra la Chiesa cattolica ed il nostro Stato furono precisate nei Patti lateranensi, con un Trattato e un Concordato. A proposito del Trattato, c'è da osservare che non ci troviamo di fronte ad un trattato concluso con una qualsiasi potenza straniera, avente carattere di pura natura politica. Il Trattato del 1929, da cui sorse lo Stato della Città del Vaticano, ha riflessi anche religiosi e fortemente incide sulla pace religiosa del Paese, anche se solo riguardato nei suoi effetti territoriali.

Come è noto, il Trattato, anche sotto tali aspetti, chiudeva un lungo periodo di lotta tra la Santa Sede e lo Stato italiano, che pochissimi oggi in Italia avrebbero il cattivo gusto di riaprire. Sennonché il Trattato non riguarda esclusivamente questioni territoriali e non contiene soltanto clausole finanziarie. Nei Patti, evidentemente, non sono contenute soltanto delle cose definitivamente sorpassate per forza di eventi, come l'articolo 8 del Trattato che punisce le offese e le ingiurie fatte al Sommo Pontefice, come quelle fatte al re; come l'articolo 21, che equipara i cardinali ai principi del sangue, e come l'articolo 26 con il quale il Pontefice riconosce la dinastia di Casa Savoia; tutto ciò naturalmente non ci commuove più perché è stato cancellato dai Patti. Ma è un fatto che devono essere cancellate anche quelle parole. Il trattato si apre, come sapete, con la seguente dichiarazione: «L'Italia riconosce e riafferma il principio consacrato nell'articolo 1 dello Statuto del Regno 4 marzo 1848 pel quale la religione cattolica, apostolica e romana è la sola religione dello Stato». Tale affermazione consacra chiaramente il carattere confessionale dello Stato italiano, in evidentissima contraddizione con gli articoli 7 e 14 del progetto di Costituzione.

Il Concordato, poi, deve essere giudicato come un tipico documento del passato regime. Esso presenta due aspetti fondamentalmente contrastanti con lo spirito e la lettera del progetto di Costituzione. Innanzi tutto rappresenta un parto della mentalità giusnaturalista, propria dei governi clericali, paternalistici ed assoluti, che tende a restringere la libertà della Chiesa, e aggiogarla al carro della «ragion di Stato».

Questa mentalità ha sortito l'articolo 2 del Concordato, che dice: «Tanto la Santa Sede quanto i Vescovi possono pubblicare liberamente ed anche affiggere nell'interno ed alle porte esterne degli edifici destinati al culto o ad uffici del loro ministero, le istruzioni, ordinanze, lettere pastorali, bollettini diocesani ed altri atti riguardanti il governo spirituale dei fedeli...», ecc.

Ecco a che cosa si riduceva la libertà di stampa per la Chiesa cattolica!

L'ingerenza poi dello Stato nella nomina dei vescovi e dei parroci, è consacrata negli articoli 19, 20, 21.

Tale aspetto del Concordato contrasta con la natura dei limiti che lo Stato democratico si riconosce e con le autonomie che esso intende garantire agli altri gruppi sociali, e si mette in antitesi con lo stesso primo comma dell'articolo 5 che riconosce tali autonomie con una certa prosopopea fuor di luogo in una Costituzione. La Chiesa cattolica, come del resto le altre Chiese, dev'essere lasciata pienamente libera nella sua amministrazione interna e nella nomina dei suoi Vescovi e parroci.

In secondo luogo, il Concordato del 1929 — se la logica non è una semplice opinione e se le parole devono essere intese nel significato che tutti loro attribuiscono — ribadisce il carattere confessionale dello Stato italiano ed anch'esso si mette in conflitto aperto ed evidente con gli articoli 7 e 14 del progetto di Costituzione, che affermano il principio della indiscriminabilità politica e sociale, in base ad un criterio religioso, e l'eguaglianza dei diritti.

Questo principio mi pare offeso dall'articolo 5 del Concordato che suona così:

«Nessun ecclesiastico può essere assunto o rimanere in un impiego od ufficio dello Stato italiano o di enti pubblici dipendenti dal medesimo senza il nulla osta dell'ordinario diocesano.

«La revoca del nulla osta priva l'ecclesiastico della capacità di continuare ad esercitare l'impiego o l'ufficio assunto.

«In ogni caso i sacerdoti apostati o irretiti da censura non potranno essere assunti né conservati in un insegnamento, in un ufficio od in un impiego, nei quali siano a contatto immediato col pubblico».

E dell'articolo 36, che dice: «L'Italia considera fondamento e coronamento dell'istruzione pubblica l'insegnamento della dottrina cristiana secondo la forma ricevuta dalla tradizione cattolica...», ecc.

Di fronte a tale testo, il più modesto dei ragionatori arguisce, mi pare, come segue.

Se «cattolico» deve essere l'indirizzo della scuola statale, come potranno insegnarvi i maestri che non condividono questo indirizzo e dove quei genitori, che parimenti non lo condividono, potranno mandare a scuola i loro figliuoli?

Se tale deve essere l'indirizzo della scuola statale, viene praticamente distrutta la distinzione tra scuola confessionale e non confessionale, e distrutta, con essa, la libertà di insegnamento che la nostra Costituzione sancisce.

L'onorevole La Pira, per giustificare, per inquadrare, come disse lui, l'inclusione dei Patti lateranensi nella Carta costituzionale, si è appoggiato alla teoria del cosiddetto pluralismo sociale e giuridico, tanto caro agli scrittori e ai politici cattolici di Francia.

A questo pluralismo s'appellò anche, nel suo discorso, l'onorevole Tupini. Ma, onorevoli La Pira e Tupini, siete stati degli incauti; la dottrina del pluralismo sociale e giuridico, alla quale anche i cristiani sociali si ispirano, costituisce un'aperta condanna della posizione da voi abbracciata nei riguardi delle relazioni tra Chiesa cattolica e Stato italico.

La teoria in questione ammette sì, come si esprime un autore che l'onorevole Tupini citò, statuti giuridici diversi per le diverse chiese e famiglie spirituali conformi alla natura di ciascuna, ma sopra una base civica eguale per tutti.

Non discuto le vostre rette intenzioni; ma mi dovreste dimostrare come qualmente l'articolo 1 dello Statuto albertino, che ritroviamo nel Trattato, e l'articolo 5 e 36 del Concordato rappresentino un esempio di parità civica da prendere a modello.

I cattolici francesi dell'M.R.P., che sono seguaci della dottrina del pluralismo sociale e giuridico, la pensano proprio come i cattolici del Partito cristiano sociale, ed hanno conseguentemente definito laico lo Stato che essi vogliono costruire.

Qui, onorevoli colleghi, è in contrasto non certo una diversa concezione dell'uomo o una diversa concezione religiosa, ma una diversa concezione della politica.

Si tratta di cercare l'accordo sopra una direttiva politica, non proprio sopra una idea specificamente religiosa, il che esorbiterebbe dal nostro campo, da quello di questa Assemblea, dalla natura stessa di un testo costituzionale.

Si tratta di decidere se lo Stato debba sì o no definirsi in base a un determinato credo religioso, se il nostro Stato dovrà essere sì o no confessionale, se cioè dovrà, sì o no, in definitiva, invadere il campo della Chiesa o la Chiesa invadere il suo campo o come si sia confondersi, sì o no, con la Chiesa.

Quando lo Stato dichiara la sua religione, con ciò stesso si qualifica non in forza di una sua determinata natura, ma in base alla natura della Chiesa; e in tal caso quale valore attribuire, onorevoli colleghi, alle parole del primo comma: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani»? Come mettere questo primo comma dell'articolo 5 d'accordo col secondo comma, che si riallaccia al primo articolo dello Statuto albertino?

Rimanendo tali contraddizioni e non potendosi, d'altra parte, sopprimere la diversità di natura dello Stato e della Chiesa per volontà umana o in seguito a solonica sentenza, come la storia ci insegna, i rapporti tra l'uno e l'altro di fatto si determinerebbero come una lotta di ingerenze, egualmente esiziale per la Chiesa e per lo Stato.

Ciò che questa Repubblica non può volere che avvenga, perch'essa vuol garantire ogni libertà e non offenderne nessuna e difendere ogni suo diritto, senza offendere l'altrui.

Non è che mi faccia dunque paura la firma di Mussolini apposta ai Patti lateranensi, se la firma di Mussolini non vi avesse lasciato niente dello spirito e dei procedimenti del fascismo.

Ma purtroppo non è così.

Questi documenti così come furono stilati, poterono essere uno strumento di pacificazione e forse lo furono veramente tra la Chiesa e lo Stato fascista o, meglio, un semplice modus vivendi tra i due poteri; ma nego che possano continuare ad essere, in tutte le loro assunzioni, uno strumento di pacificazione tra la Chiesa e lo Stato democratico e repubblicano, che, per sua natura, non può volere un semplice modus vivendi, un accordo basato sul do ut des, ripugnando alla sua stessa natura ogni sorta di compromesso, di accomodamento, di empirica negoziazione in fatto di libertà e di garanzie.

Onorevoli colleghi, bisogna decidersi! O fare lo Stato confessionale, con tutte le sue logiche conseguenze, come esplicitamente lo vogliono i Patti lateranensi, e, in tal caso, bisognerebbe, modificare sensibilmente gli articoli 7 e 14, o fare lo Stato aconfessionale, come lo vogliono gli articoli 7 e 14, ed allora bisogna sopprimere o modificare il secondo comma dell'articolo 5.

Onorevoli colleghi, non si può tenere il piede in due staffe; o prendere o lasciare! Qui non è soltanto questione di logica, ma di elementare onestà. Ed è alla vostra onestà, ch'io, in definitiva, mi appello, sicuro di non essere deluso.

La legislazione italiana sui rapporti tra Stato e Chiesa non può continuare a dibattersi — come da un secolo a questa parte s'è dibattuta — in una continua contraddizione, in un continuo compromesso tra vecchio e nuovo, che turba la pace della Nazione.

Poiché né i principî della logica, né quelli dell'onestà possono giustificare l'inclusione sic et simpliciter di quel Patto nel testo costituzionale, questa inclusione acquista il valore di un mero atto di forza, suggerito, se si vuole, dalla diffidenza verso questo regime democratico; insomma, nella migliore delle versioni, non può apportare che un eccesso di garanzia, inintelligente e dannoso alla Chiesa e allo Stato, perché è con la preoccupazione di salvaguardare i diritti dell'una e dell'altro, ch'io parlo.

È pertanto doloroso constatare come un Paese cattolico a così grande maggioranza, mostri così poca fede nei procedimenti democratici, da ritenerli insufficienti a garantire alla Chiesa cattolica la libertà della sua spirituale missione.

Questo gesto di sfiducia verso la democrazia si converte in un gesto di sfiducia verso i cattolici italiani che non si stimano capaci di garantire la loro Chiesa, in regime di libere istituzioni.

Si comprende, perciò, la mia ribellione come democratico e come cattolico. Che se poi coloro che hanno voluto tale inclusione, in aperta contraddizione con l'articolo 14, che pur hanno avallato con la loro firma, hanno realmente inteso di fare dello Stato italiano uno Stato confessionale, più sinceramente mi sarei atteso da loro che il primo comma dell'articolo 5 riproducesse il primo articolo del Trattato, che a sua volta riproduce il primo articolo dello Statuto albertino, che, com'è noto, consacra, apertis verbis, il carattere confessionale dello Stato italiano.

Questo articolo, come tutti sanno, si trova celato nel secondo comma dell'articolo 5 del progetto di Costituzione.

Ma io mi domando come mai, in considerazione della sua decisiva importanza in materia, esso non sia stato piuttosto chiamato ad occupare il 1° comma dell'articolo 5, eliminando, così, quella bruttura giuridica, rilevata dall'onorevole Calamandrei, che presenta l'attuale dizione del primo comma.

Perché, per non dire altro, questa assoluta mancanza di chiarezza?

Perché complicare i termini di un problema di così grande importanza?

Questo problema non tocca forse ciò che gli italiani, cattolici e non cattolici, hanno più caro della vita?

Perché una così scarsa sensibilità dei problemi spirituali?

Perché s'è voluto scherzare proprio con questo problema?

Quali i motivi che hanno potuto spingere a compiere un gesto così profondamente antigiuridico, impolitico ed ingiusto?

Si è data, con ciò, l'impressione, tutt'altro che simpatica, di aver voluto far passare dalla finestra ciò che forse non sarebbe passato dalla porta; o, ciò che sarebbe molto più grave, non si aveva il coraggio di far passare dalla porta.

La Chiesa cattolica, onorevoli colleghi democristiani, e mi rivolgo specialmente a voi, ma non soltanto a voi, non può passare dalla finestra! Deve passare dalla porta! E non dalla porta del confessionalismo, divenuta ormai porta di servizio, ma dalla porta, ch'è padronale per tutti, della democrazia.

Non con questi mezzucci, che suonano sfiducia verso la democrazia, si difendono, nel migliore e più efficace dei modi, le vere libertà della Chiesa; ma rafforzando lo spirito stesso della democrazia e le istituzioni democratiche.

La difesa della libertà della Chiesa, se posta in termini di democrazia, troverebbe l'appoggio di tutto il popolo senza distinzione di credo; mentre, se posta al di fuori di questi termini, getta l'amarezza anche nel cuore di molti cattolici, ai quali se il comma passerà tale e quale in questa Assemblea, com'è passato nella Commissione dei 75, non resterebbe davvero che augurarsi una cosa: che sia la Santa Sede stessa (come del resto saggiamente ha fatto in analoghe occasioni) a prendere l'iniziativa della necessaria ed improrogabile revisione, per non mettere il Governo italiano in gravi difficoltà.

Ma è nostro preciso dovere, di cui siamo debitori verso la gerarchia cattolica, verso i cattolici e verso tutto il popolo italiano, di non attendere questa iniziativa, ora che la possiamo prendere noi costituenti, mentre siamo nell'esercizio del nostro mandato.

La permanenza dei Patti lateranensi nella Costituzione, rilevò già l'onorevole Basso, provocherà purtroppo un appello all'O.N.U., appello le cui ripercussioni, morali e politiche, potranno non essere simpatiche per il nostro Paese.

Tale permanenza farà entrare in funzione quell'odiosissimo articolo 15 della seconda parte del nostra Trattato di pace, che suona così:

«L'Italia prenderà tutte le misure necessarie per assicurare a tutte le persone rientranti nella sua giurisdizione, senza distinzione di razza, di sesso, di lingua o di religione, il godimento dei diritti dell'uomo e della libertà fondamentale, ivi compresa la libertà di espressione del pensiero, la libertà di stampa e di pubblicazione, la libertà del culto, la libertà di opinione e di riunione».

Ciò costituirebbe il peggiore dei mali che ci potrebbe capitare; peggiore della perdita della flotta, peggiore della perdita di Trieste e delle Colonie.

Già l'onorevole De Gasperi nel ricevere, durante il suo viaggio negli Stati Uniti d'America, una Commissione del «Consiglio federale della Chiesa di Cristo», poté saggiare gli umori di quelle potenti comunità che esplicitamente lo interrogarono attorno all'introduzione del Concordato nella Costituzione. Stando a ciò che riferì in data 21 gennaio l'«Associated Press», l'onorevole De Gasperi rispose all'interpellante reverendo Anthony che «non credeva che i termini del Concordato sarebbero stati inclusi nella Costituzione».

Dunque i «termini» no, ma il Concordato sì; tutto il Concordato, il Concordato di peso sì, come è avvenuto di fatto. Ma chi ci raccapezza niente?

Queste parole di «colore oscuro» dell'onorevole De Gasperi dimostrano, per lo meno, il suo imbarazzo di fronte a così precisa richiesta del reverendo Anthony, ed anch'esse vengono a giustificare pienamente le mie richieste e la conseguente mia proposta di emendamento.

La battaglia, per la difesa della missione spirituale della Chiesa, bisogna portarla — o amici democristiani — decisamente sul terreno della più schietta democrazia.

Bisogna abbandonare i vecchi metodi di difesa, buoni, forse, e giusti per altri tempi, ma che nel nostro tempo si sono mostrati dappertutto inefficaci, e rischiano di offendere la giustizia.

Soltanto sopra una base, chiaramente espressa, che non ammetta politiche discriminazioni, neanche formali, tra maggioranza cattolica e minoranze acattoliche, la religione della maggioranza potrà ricevere le migliori e più concrete garanzie di libertà.

Che cosa temete, o amici democristiani, dall'adozione sincera e totale di questo metodo? Che in regime democratico non ci sia posto per una conveniente manifestazione pubblica della vostra, di tanti altri che risiedono in tutti i settori di questa Assemblea, e della mia religione?

Voi non potete temere questo; e se lo temete, a maggior ragione dovreste temere dell'efficacia di alcune forme giuridiche, irritanti e contraddittorie, che avete avuto il grande, ma non altrettanto encomiabile coraggio (perdonatemi il rilievo) di proporre e di difendere a spada tratta, e che non assicurano affatto la pace religiosa, come per avventura potreste credere, nel nostro Paese, che ha tanto bisogno di unità e di amicizia politica per risorgere.

Se mai, lasciate pure che altri settori dell'Assemblea continuino a tenere questa linea di condotta; e che non voi, che parlate a nome della democrazia e del cristianesimo, ma altri, compiano certi tentativi, che offendono lo spirito dell'una e dell'altro.

Infatti la vocazione del «cattolico» non è certamente quella di coltivare una mentalità da «parrocchiano»; di sua natura essa si dirige verso l'universale, e di tutto ciò che è genuinamente universale, come sono i diritti naturali dell'uomo e la libertà; e di questi valori si nutre e potenzia.

Le libertà democratiche, il costume e il metodo democratico, appartengono di diritto anche all'anima del cristianesimo.

Sul terreno politico, chi realizza il rispetto dell'uomo e l'umana fratellanza predicati dal Vangelo è lo spirito ed il metodo democratico. Non potete ferire la democrazia senza ferire l'anima cristiana!

L'includere di peso, senza alcuna discriminazione e riserva, i Patti Lateranensi nel testo costituzionale, rappresenta un tentativo di inserire un corpo estraneo nel corpo della nostra democrazia; costituisce un tentativo di ferire a morte la nostra «giovinetta Repubblica».

Del resto, l'amico onorevole La Pira ha ammesso anche lui che in questi Patti ci possa essere qualche punto che non va, e che sarà revisionato. Benone! Frattanto noi siamo chiamati a prendere posizione, conformemente alle sue ammissioni, per quanto ci concerne...

L'onorevole La Pira, egli lo ha detto espressamente, non vuole lo stato confessionale. Benone! Ma i Patti dichiarano lo stato confessionale. Frattanto noi abbiamo il dovere — dato che si voglia insistere nel mantenere la menzione dei Patti nella Carta costituzionale — di dichiarare che non vogliamo lo Stato confessionale. E ciò per andare d'accordo con la nostra coscienza e con l'oratore ufficiale della Democrazia cristiana; il che ci fa sempre piacere.

Dopo avere espresso, con la massima sincerità, il mio pensiero circa l'inclusione dei Patti lateranensi nel Testo costituzionale, d'altra parte mi rendo conto delle difficoltà contingenti che, in seno a questa Assemblea e fuori di essa incontrerebbe una proposta che mirasse ad abolirne interamente la menzione.

Una proposta di tal genere, onorevoli colleghi delle sinistre, potrebbe far sorgere il sospetto che si abbia l'intenzione di sbarazzarsi non di alcuni, ma di tutti gli articoli dei Patti, e non soltanto in sede di Carta costituzionale.

Noi non possiamo far sorgere tale sospetto. Tale sospetto se è fondamentalmente ingiustificato, bisogna, però, convenire che è in qualche modo alimentato da notevoli correnti anticlericali e niente affatto democratiche esistenti nel Paese.

C'è anche chi ritiene che gli articoli 7 e 14 siano sufficientemente chiari ed impegnativi per garantire la libertà religiosa sia della maggioranza cattolica che delle minoranze cattoliche.

Con l'inclusione, poi, nella Costituzione, degli articoli contro il divorzio e per la libertà d'insegnamento ed altri, i cattolici si sarebbero potuti ritenere sufficientemente garantiti.

Ma io non voglio qui discutere questa rispettabile opinione, e desidero invece osservare che mentre l'inclusione dei Patti, se fatta di peso e senza discriminazione, può suscitare un dissidio fondamentale tra i due poteri, che non conviene a nessuno minimizzare, una menzione la ritengo però politicamente opportuna, oggi come oggi, in una qualsiasi parte del testo, in considerazione dell'attuale schieramento delle forze. Basta che ne sia deliberatamente determinata la portata.

Si tratta, se si vuole, di una menzione ad abundantiam, che forse potrebbe offendere la sensibilità giuridica di alcuni ed anche la mia, ma è una menzione di cui i politici possono capire la grande opportunità, in quanto calma eventuali apprensioni (del resto non del tutto ingiustificate, come ho detto) e facilita la futura buona comprensione e la reciproca fiducia tra le parti, che è tanto necessaria per governare il Paese.

Ma se la menzione non potrà essere evitata per le esposte considerazioni, ritengo che, comunque, debba venir neutralizzata di quella parte di preoccupazioni, che essa desta a numerosi colleghi, con una esplicita dichiarazione che metta in rilievo come il secondo comma dell'articolo 5 non può, in ogni modo, entrare in conflitto, con il carattere aconfessionale dello Stato e con quanto è sanzionato negli articoli 7 e 14. Il secondo comma, emendato in tal senso, suonerebbe così:

«I loro rapporti sono regolati dai Patti lateranensi, in quanto non entrino in conflitto con il carattere aconfessionale dello Stato e con il principio della uguaglianza dei diritti di cui agli articoli 7, 14 e 15 della presente Costituzione».

Con il mio emendamento la revisione dei Patti lateranensi — e soltanto la revisione — è dichiarata aperta costituzionalmente.

Il futuro legislatore ed uomo di Stato non si troverà più in imbarazzo se applicare l'articolo 5 o gli articoli 7 e 14.

Lo Stato italiano con ciò prende una posizione di massima e precisa una sua linea direttiva da valere nella revisione dei Patti, che dovrà essere negoziata tra le parti, esplicitamente indicando questa linea nei principî contenuti negli articoli 7 e 14 che sanciscono il carattere aconfessionale dello Stato italiano e la parità dei diritti di tutti i cittadini, indipendentemente dal credo religioso da ciascuno professato.

Questa mi pare essere la sola via della sincerità, dell'onore, della saggezza politica.

Gli onorevoli colleghi democristiani non possono negare ragionevolmente il loro appoggio al mio emendamento senza farci sorgere il sospetto che la loro votazione a favore degli articoli 7 e 14 non sia stata sincera; senza farci sorgere il sospetto che si voglia giocare con l'articolo 5 per eludere, almeno in parte, ciò che si dice negli articoli 7, 14 e 15. (Commenti al centro).

Ma io ritengo che essi non abbiamo mai avuto intenzione di giocare; ritengo, piuttosto, che essi non si siano accorti della flagrante contraddizione esistente fra questi articoli, o che abbiano bisogno di un incoraggiamento per superare una posizione in cui li han posti, senza loro colpa, certe contingenze storiche e ambientali di cui loro sono le prime vittime, e che io non credo opportuno, qui, di enumerare.

Non so se vorrete accettare da me tale incoraggiamento, onorevoli colleghi democristiani; io rappresento, in questa Assemblea, una vox clamans in deserto, senza efficace forza politica. (Commenti). Ma io mi rivolgo a voi ugualmente perché conosco i miracoli che sa compiere il sentimento della fraternità cristiana, che non può giammai separarci, e che ci fa abbracciare tutti gli uomini, indipendentemente dalla famiglia religiosa e politica alla quale appartengono. Perciò vi prego di accettare se non la formula, almeno lo spirito, del mio emendamento, che mira ad allontanare ogni ombra di dubbio sulle vostre intenzioni, che certamente rifuggono dal voler mortificare una sola anima, che è pellegrina in questa nostra Repubblica.

Al gruppo liberale, che in sede di Commissione dei Settantacinque ha affiancato la democrazia cristiana, rivolgo lo stesso appello.

I liberali, che hanno una così magnifica tradizione di amore alla libertà, sono in grado di apprezzare in tutto il suo valore la portata del mio emendamento.

E ai compagni delle sinistre, con i quali condivido la tormentosa ansia per la giustizia sociale, che hanno votato, sdegnati, contro il secondo comma dell'articolo 5, con il mio emendamento ho la coscienza di offrire l'occasione di dimostrare sensibilmente come non sia nelle loro intenzioni di turbare la pace religiosa in Italia. Il mio emendamento, se chiede loro un sacrificio di forma, salva però, esplicitamente, la sostanza che deve essere da tutti salvata, dalla destra, dal centro, dalle sinistre.

A nessuna delle parti conviene stravincere.

Intendiamoci bene! Nessuno più di me è convinto che il mio emendamento rappresenti una vera bruttura dal punto di vista giuridico.

Io l'ho presentato nella supposizione che si voglia mantenere in piedi l'impalcatura dell'articolo 5, mentre dichiaro che sarei pronto a ritirarlo qualora si giudicasse preferibile includere la menzione dei Patti, per esempio, tra le «disposizioni finali e transitorie», in attesa della loro revisione, o qualora, in altra parte qualsiasi del testo, la loro menzione fosse comunque fatta, con quelle cautele che sono nello spirito del mio emendamento.

Onorevoli colleghi, dobbiamo vincere questa battaglia della sincerità e dell'onore! Essa è forse la più dura e, certo per me, la più dolorosa a combattere. Ma è certo la più significativa, perché puntualizza la vera essenza dell'umanesimo cristiano di cui sono seguace, e più di ogni altra scopre quello che deve essere il genuino volto della democrazia e della Repubblica.

Nel chiudere il mio discorso mi assale il dubbio di aver troppo drammatizzato il problema. In tal caso io dovrei chiedervi perdono. Voi mi risponderete che anche su questo benedetto articolo 5 non esistono due trincee l'una contro l'altra armata, e che tutto andrà a posto, perché gli animi sono tutti volonterosi, e tutti pronti ad accordarsi.

In tal caso, cancellate pure, dalla vostra memoria, le mie parole sciocche e vane, per tema che esse vi abbiano potuto offendere e possano intralciare la vostra opera di pacificazione della giustizia. (Vivi applausi a sinistra).

Presidente Terracini. È iscritto a parlare l'onorevole Marchesi. Ne ha facoltà.

Marchesi. Signor Presidente, onorevoli colleghi, entro senza preamboli nella zona ardente, come ha detto l'oratore che mi ha preceduto, dell'articolo 5, col proposito di trattenervi il meno possibile in questo inferno. Sul secondo comma dell'articolo 5 ha già lucidamente l'onorevole Togliatti espresso il pensiero del nostro gruppo. A me non resta che aggiungere alcune rapide osservazioni con l'animo di chi questo articolo ha visto nascere, senza avere alcuna responsabilità nella sua genitura. Tale comma, da alcuni autorevoli membri di questa Assemblea, è stato considerato e si considera come una indebita e incauta intrusione; io continuerò a credere che sia dovuto, piuttosto, a mancanza di buona intesa, e di fiducia. Ma a tale mancanza di fiducia confido si possa riparare in quest'Assemblea, dove le nostre dichiarazioni hanno più di solennità decisiva e di pubblicità. E spero, come ho sempre sperato, che la democrazia cristiana (questo grande partito politico, che, fra i suoi compiti principali, ha certamente quello di preparare migliori condizioni di convivenza e di coesistenza fra lo Stato e la Chiesa) ci venga incontro nel trovare tale accordo; accordo auspicato dall'onorevole Orlando, dall'onorevole Togliatti, dal presidente nella nostra Commissione dei 75; accordo che noi abbiamo invano, senza fortuna, tentato di raggiungere in quella prima Sottocommissione, dove pure qualche volta ha regnato una così amichevole e sorridente discordia.

I colleghi della prima Sottocommissione sanno che nessuno di noi ha mai pensato, ha mai sognato di chiedere la denunzia dei Patti lateranensi.

Nostro proposito era ed è che la Costituzione, che stiamo per dare alla Repubblica italiana, non sia impegnata fin da principio da norme, le quali continueranno a vivere fino a che le circostanze e la saggezza delle parti insieme lo permetteranno.

Ma i colleghi democristiani hanno voluto che questi Patti entrassero nel tessuto organico e vitale della Costituzione della prima Repubblica italiana.

Onorevoli colleghi, la Chiesa con varietà di aspetti ha sempre proceduto con la civiltà del mondo della quale è stata largamente partecipe; ed ha badato a che l'orologio della storia non suonasse nei suoi riguardi ore troppo avanzate; e, quando questo è avveduto, ha saputo attendere e ricavare dalla forza e dall'autorità sua secolare la possibilità di riconoscimenti e di conciliazioni.

Nel febbraio del 1929 una conciliazione concludeva uno dei periodi più inquieti della vita politica italiana.

La legge delle guarentigie era servita a consolidare uno Stato attuale: l'Italia unificata con Roma capitale; ed a mostrare al mondo cattolico la indipendenza spirituale della Chiesa.

Quella legge non aveva in sé germi di longevità, perché non aveva capacità di sviluppi. Il dissidio non poteva essere sanato che mediante una legge di conciliazione, la quale nell'interno componesse la pace religiosa, e d'altra parte potesse eliminare ogni possibilità di umiliante intervento di potenze straniere nelle cose italiane.

Nel campo politico quella delle guarantigie fu una provvida legge nazionale, nel campo ideologico fu una legge della borghesia colta, la quale aveva da custodire un passato di due secoli.

Intanto nuove forze si profilavano verso l'avvenire, in quell'800 che fu certamente uno dei più grandi e forse il più grande secolo della storia umana, perché tutti contenne in sé i germi del futuro.

Le classi lavoratrici si avanzavano verso la loro emancipazione, e la borghesia, compresa la borghesia colta, e vorrei dire anche quella massonica, cominciarono a guardare con altro animo verso la Chiesa di Roma.

Già nell'anno 1887 in tutti gli ambienti politici romani si parlava di una legge di conciliazione. I Ministri di allora, Crispi Ministro dell'interno e Zanardelli Ministro Guardasigilli, a Giovanni Bovio che li interrogava, rispondevano riaffermando la nota formula: sovranità dello Stato e libertà della Chiesa. Una formula che cominciava già ad invecchiare dinanzi alle esigenze crescenti di rapporti diretti ed immediati fra lo Stato e la Chiesa.

Noi sapevamo di già, e l'onorevole Orlando ce l'ha ricordato, che la storia del Concordato non comincia a Roma nel 1926 per concludersi nel 1929, protagonista Mussolini, ma era cominciata a Parigi nel 1919, protagonista Vittorio Emanuele Orlando.

Nitti. Era cominciata nel 1917.

Marchesi. Ringrazio l'onorevole Nitti della rettifica. Nel 1917 dunque, dicevo, ebbe a protagonista l'onorevole Orlando.

Voci. Nel 1917 c'era anche Nitti.

Presidente Terracini. Onorevole Marchesi, non si soffermi alle interruzioni. La sostanza della sua argomentazione rimane inalterata, anche se vi è una differenza di due anni.

Marchesi. Ad ogni modo se l'onorevole Orlando o l'onorevole Nitti non poterono precedere Mussolini, questo fu dovuto alle inquiete acque della politica italiana che impedirono — a quanto si afferma — una serena soluzione della questione romana. E così si dovettero aspettare dieci o dodici anni perché si potesse giungere a quella soluzione.

Di fronte alla Chiesa stava il Governo fascista, l'unico Governo con il quale la Santa Sede potesse trattare; e i Patti furono sottoscritti e la pace religiosa fu conclusa. Il fascismo non tardò ad annunciare ai quattro venti il trionfo della propria saggezza.

E in questa medesima aula, nel maggio del 1929, il capo del Governo, con quel suo fraseggiare fra l'altezzoso e il minaccioso, che finiva spesso con una volgarità, affermava: «Lo stato fascista rivendica in pieno il suo carattere di eticità. È cattolico, ma è fascista, anzi soprattutto, esclusivamente, essenzialmente fascista. Il cattolicesimo lo integra, ma nessuno pensi, sotto la specie filosofica o metafisica, di cambiarci le carte in tavola».

Nel giorno del Corpus Domini, il Pontefice, nel messaggio inviato al cardinale segretario di Stato, precisava argutissimamente: «Stato cattolico, si dice e si ripete, ma stato fascista. Ne prendiamo atto, senza speciali difficoltà, anzi volentieri, giacché ciò vuole indubbiamente dire che lo stato fascista, tanto nell'ordine delle idee e delle dottrine, quanto nell'ordine della pratica azione, nulla vuole ammettere che non si accordi con la dottrina e con la pratica cattolica, senza di che stato cattolico non sarebbe né potrebbe essere».

Di fronte ai fascismo violatore di ogni coscienza e di ogni libertà, la Chiesa cattolica affermava la propria supremazia morale e sopra i deliri di una scomposta tirannia, poneva la stabilità e l'altezza del suo insegnamento religioso.

Ma, onorevoli colleghi, io mi domando: oggi è la stessa cosa? Interpretando il primo articolo del Trattato, quel primo famoso articolo del Trattato, per il quale la religione cattolica apostolica e romana è la sola religione dello Stato, voi, onorevoli colleghi della democrazia cristiana, giungereste alle medesime conclusioni di allora, del 1929? Oggi, in cui l'onorevole La Pira, ferventissima anima cattolica, nel quattordicesimo articolo della sua relazione, propone che ogni cittadino abbia la libertà di esprimere con ogni mezzo le proprie opinioni e i propri pensieri, oggi noi siamo certamente in una diversa situazione.

E voi, se non avete diaboliche riserve mentali — e il diavolo non può venire a patti con voi in nessun modo — vi trovate con noi sulla medesima linea della libertà.

Già la modificabilità dei Patti lateranensi era affermata nell'articolo 44 del Concordato, il quale diceva: «Se in avvenire sorgesse qualche difficoltà sulla interpretazione del presente Concordato, la Santa Sede e l'Italia procederanno di comune intelligenza ad una amichevole soluzione». Si parla di interpretazione, ma noi sappiamo, e la Chiesa sa, e voi sapete, che interpretare significa spesso creare, e l'interprete è spesso un ricreatore. D'altra parte la parola del Pontefice su questo punto conferma la nostra opinione: «Qualche particolare divergenza o dissenso — scriveva il Pontefice al Cardinal Gasparri — in tanta varietà di cose quante contiene il Concordato, altrettanto è inevitabile che rimediabile e componibile». Componibile, dice il testo pontificio. E a qualche elemento di nuova composizione, se non ricordo male, mi pare che assentissero nella prima Sottocommissione — sebbene con lievissimo battere di ciglio — parecchi colleghi della democrazia cristiana; per esempio, riguardo a quel famigerato articolo 5 del Concordato, col quale lo Stato, riconoscendo la incapacità giuridica degli ex-religiosi cattolici, viene ad urtare coll'articolo 7 della nostra Costituzione che contiene una così nobile affermazione di eguaglianza giuridica per tutti i cittadini. E ricordo l'osservazione di uno dei nostri egregi e stimati colleghi di Commissione, il quale diceva: «Se un qualche articolo del Concordato non dovesse corrispondere più ad una vasta parte dell'opinione pubblica, ebbene, il Governo italiano faccia presente alla Santa Sede l'opportunità di una soppressione o di una modificazione. La Santa Sede, non rifiuterà certamente di trattare coi rappresentanti del Governo italiano». Già: ma voi con la inserzione dell'articolo 5, date alla Santa Sede il diritto di non trattare, il diritto di chiudere le porte in faccia ai rappresentanti del Governo italiano; e di chiuderle in nome e in onore della Costituzione della prima Repubblica.

Nella seduta dell'11 dicembre l'onorevole Dossetti — non dispiaccia al collega se faccio il suo nome — conveniva che al riconoscimento costituzionale dei Patti in vigore si possa opporre una serie di obiezioni tecniche, quali, ad esempio l'opportunità di alcune affermazioni; opportunità affermata esplicitamente dall'onorevole Moro con uno spirito di larga democrazia.

Egli diceva: «essere intenzione della democrazia cristiana portare il suo contributo perché siano operati nel Concordato quei ritocchi che valgano a rendere i termini della pace religiosa perfettamente aderenti allo spirito liberale e democratico della nostra Costituzione». Ed allora, perché incuneare quei Patti nella nostra Costituzione, se già riconoscete che quel cuneo va levigato?

L'onorevole La Pira, il quale si è fatto mistico anche della realtà concreta, osservava in quel discorso che abbiamo ascoltato con vivo interesse, che i Patti lateranensi esistono, sono una realtà concreta, e bisogna pertanto riconoscerli. Ma, onorevoli colleghi, non tutto quello che esiste si può e si deve riconoscere. La Costituzione deve contenere quelle norme che hanno validità oggi e più ne avranno domani; non quelle che sono già bisognose di cancellatura e di correzione, come voi stessi avete riconosciuto.

Un'altra ragione adduceva l'onorevole Dossetti per sostenere la necessità d'inserire quei Patti, questa: «Quando, sotto il velame di esplicite dichiarazioni di rispetto ci si rifiuta a questo riconoscimento in nome di pretese difficoltà tecniche, i democristiani hanno ragione di sospettare che tale atteggiamento nasconda qualche cosa di più che una semplice ragione di essere, e che ci sia una ragione politica, e che non si voglia dare quella garanzia che i democristiani considerano fondamentale e che chiedono venga affermata nella Costituzione».

Dunque, come dicevo prima: mancanza di fiducia, dunque sospetto che il risorto e rinnovato Parlamento italiano possa riportare, ora, quelle condizioni di inquietudini e di agitazioni politiche che impedirono allora, prima del fascismo, la soluzione della questione romana. Ma, pensare in questo modo, onorevoli colleghi, significa impugnare la validità ed il fondamento popolare e nazionale dei Patti lateranensi; significa non riconoscere che la situazione è mutata oggi; ed è culminata in quello che, con un arguto motteggio, l'onorevole Orlando chiamava il triumvirato; un triumvirato che non è quello di Grasso, Pompeo e Cesare, dei tre capi di esercito e finanzieri che mettevano insieme le proprie forze personali di contro all'autorità del Senato di Roma; che non è un triumvirato De Gasperi, Togliatti e Nenni; ma un Comitato di tre Partiti, il quale si è costituito per effetto di una lotta combattuta insieme, con le armi alla mano, contro l'oppressore; e per effetto di un solenne ed imponente responso popolare.

Ma, che cosa vogliamo noi comunisti? La revoca dei Patti Lateranensi? Sarebbe una stoltezza ed una colpa. Vogliamo la loro modificazione? Nemmeno. A modificarli penseranno, quando sarà opportuno (e credo che l'ora non debba tardare) le due parti interessate.

Noi vogliamo che questi Patti Lateranensi non entrino nell'ossatura e non divengano parte organica del nuovo Stato; vogliamo che essi abbiano vigore come gli altri trattati, con quel senso di speciale osservanza che devono avere per noi italiani.

Questa discussione non l'abbiamo voluta noi. Voi l'avete voluta: nessuno di voi poteva immaginare che sarebbe rimasto avvolto nel silenzio il tentativo di inserire quei Patti nella Costituzione repubblicana d'Italia.

Con quei Patti, certamente una nuova storia è incominciata nei rapporti fra la Chiesa e lo Stato italiano. Noi vogliamo che quella storia non si arresti; noi vogliamo che quei Patti siano mantenuti, anzi, siano resi più validi in un'aria più limpida di libertà e di sincerità. Di sincerità, colleghi democristiani. Credeteci: sarà meglio per tutti. Da questi banchi nessuna offesa potrà venire alle anime religiose ed ai principî della solidarietà umana, nessuna offesa.

Io comprendo un liberalismo anticomunista; non comprendo un cristianesimo anticomunista. Capisco il liberale, il quale afferma che la libertà economica è fattore essenziale, indispensabile di progresso sociale ed individuale; non comprendo il cristiano ed il cattolico, il quale affermi che senza la professione di quella determinata religione positiva, non si possa vivere onestamente, e generosamente.

Una voce a destra: Nessuno lo nega! (Commenti al centro).

Marchesi. Voi dite: nessuno lo nega. Ma è certo un problema grave questo per voi: «come si possa vivere cristianamente, senza professare il Cristo». Mistero angoscioso; ma quel mistero accettatelo, come lo accettava il sommo dottore della Chiesa.

Fra questi nostri banchi voi trovate i cristiani professanti; gli altri, quanti viviamo nel buio, ma viviamo onestamente, siamo i cristiani partecipanti.

Adopero parole tomistiche.

Non ponete, onorevoli colleghi, barriere fra il comunismo ed il cristianesimo. Mi rivolgo a voi che avete dottrina e coscienza. Non ponete barriere fra il comunismo ed il cristianesimo.

Da molti pulpiti si sente dire: essi, i comunisti, sono i nemici della civiltà. Un giorno, non so quanto lontano, da quei medesimi pulpiti si dirà: essi avevano ragione! (Applausi a sinistra, Commenti a destra).

Ricordate, onorevoli colleghi, le magnanime parole che un francese, il marchese Melchior de Vogüé scriveva allora nel 1889, allorché un pellegrinaggio francese di quattromila operai venne al cospetto di Leone XIII. «Mi pareva, egli scriveva, che fossero entrati allora per la prima volta in San Pietro i rappresentanti del nuovo potere sociale, i nuovi pretendenti all'impero, i soggetti del potere, entrati, come una volta gli antichi imperatori Carlo Magno, Oddone e Barbarossa, per ricevere dal Pontefice la consacrazione e la investitura».

E la riceveranno, onorevoli colleghi democristiani, la riceveranno mercé l'opera dei vostri migliori, la consacrazione e la investitura, i lavoratori dell'Italia e del mondo. Soggetti del potere, i lavoratori. Appunto: e ha ragione l'onorevole Togliatti quando propone di scrivere nel primo articolo della Costituzione quelle due semplici e grandi parole, che non sono parole comuniste, che potrebbero e dovrebbero essere parole piene di profondo sentimento cattolico: Repubblica di lavoratori. Sì, Repubblica democratica di lavoratori; sarà questo il nuovo grande titolo di nobiltà che noi potremo dare al popolo italiano. (Vivi applausi a sinistra Congratulazioni).

(La seduta, sospesa alle 18.25, è ripresa alle 18.45).

Presidente Terracini. È iscritto a parlare l'onorevole Rossi Paolo. Ne ha facoltà.

Rossi Paolo. Onorevoli colleghi, nelle disposizioni generali del Progetto manca stranamente una dichiarazione che è scritta invece a capo di quasi tutte le Costituzioni: l'affermazione dell'unità e della indivisibilità della Repubblica; e ciò mentre si introduce l'autonomia regionale e si pone per la prima volta in termini concreti ed attuali un problema sostanzialmente nuovo.

So bene che, confinata in un lontano inciso dell'articolo 106, la frase «Repubblica una e indivisibile» esiste nel progetto, ma noi dobbiamo dichiarare subito che quella modesta forma incidentale non ci basta e non ci assicura. Appunto perché l'ordinamento regionale, sul quale avremo naturalmente anche la nostra parola da dire, non possa mai nel futuro intendersi in senso indipendentista, federalista o quasi federalista, riteniamo che l'affermazione dell'unità e indivisibilità della Repubblica debba trovar posto nelle disposizioni generali e precisamente nell'articolo 1. Laddove si dice: «L'Italia è Repubblica democratica», sarà bene proclamare solennemente, di fronte al serpeggiare e talora all'esplodere di disintegratrici forze anti unitarie, che l'Italia è Repubblica democratica una e indivisibile, indivisibile nella solidarietà della sua economia, che sarà tanto più florida, nei suoi fini politici, che saranno tanto più facilmente raggiunti, nella sua indipendenza, che sarà tanto più sicura, quanto più e meglio il Paese, amministrativamente decentrato e snello, si manterrà nazionalmente unitario e compatto.

Per rispondere subito ad un'affermazione fresca dell'onorevole Marchesi, mi sembra quasi superfluo di dichiarare che il nostro gruppo accetterà la formula: «Repubblica democratica dei lavoratori». E come potrebbe essere diversamente, se siamo fieri di intitolarci appunto «Partito Socialista dei Lavoratori Italiani»? Questa formula, prima di essere un'affermazione politica, è il riconoscimento di una imponente, di una immanente, di una massiccia verità storica. L'Italia è un Paese di lavoratori, dove tutto si è fatto e si farà con il lavoro. Nulla con preziose materie prime vendute dall'estero, nulla con fortunate guerre di conquista, nulla attraverso mantenute posizioni egemoniche. Tutto per mezzo del lavoro, e soltanto col lavoro, dal pane che abbiamo sempre misuratamente mangiato, alla gloria senza confini della nostra civiltà artistica. Con la formula «Repubblica di lavoratori» si vogliono riaffermare, insieme, il carattere pacifico della Repubblica, l'illimitata fiducia nelle risorse del lavoro, l'obbligo di ogni cittadino di prestare l'opera sua per la causa comune.

Ma, sia ben chiaro, per rispondere alle preoccupazioni manifestate da alcuni oratori, dall'onorevole Crispo ieri, dall'onorevole Russo Perez poco fa, che i concetti «lavoro» e «lavoratori» sono intesi da noi nel senso più ampio, nel senso più umano. Non è la Repubblica degli operai e dei contadini quella che concepiamo, né quella degli operai e dei contadini più i tecnici e i professionisti; ma una Repubblica nella quale abbiano cittadinanza anche le attività non meramente economiche, una Repubblica, colleghi democratici cristiani e colleghi liberali, in cui ci sia posto per tutti i cittadini partecipanti utilmente alla vita nazionale.

Talune critiche, e non del tutto infondate, sono state mosse agli articoli 6 e 7 per la imprecisione del loro contenuto, soprattutto per gli impegni che viene ad assumere la Repubblica senza che le siano dati, contemporaneamente, dalla Carta costituzionale, i mezzi per assolverli degnamente. Noi non siamo così ingenui da non comprendere la serietà dell'argomento, ma pensiamo che gli articoli debbono rimanere sostanzialmente come sono e dove sono e ci opporremo a che siano trasferiti in eventuali preamboli. Vogliamo che il legislatore li abbia fissi davanti agli occhi, quali scopi e condizioni della sua attività.

E sono adesso alla zona infiammata della Costituzione. Ma, colleghi della democrazia cristiana, è privilegio di coloro che si sentono, almeno su un punto, puri di cuore, incedere immuni per ignes. E affronto, senza timore, la strada di questo fuoco.

Risuonava qui l'altra sera la parola meditata di Benedetto Croce che interruppe — non per caso, ma per costruire un ponte fra il passato e l'avvenire — il suo diuturno lavoro di filosofo e di storico; risuonava la parola di Benedetto Croce, rappresentante di quel pensiero liberale che dal 1870 al 1915 diede all'Italia una struttura unitaria ed un volto civile. Egli ci esortava, con la sobria sua critica all'articolo 5 del progetto, a non insistere in quel confessionalismo apertamente professato nello Statuto del 1848, scomparso di fatto e di diritto nel 1870 con la breccia di Porta Pia e con la legge delle Guarentigie, e tornato a galla, sotto il segno del più scettico e cinico opportunismo, ad opera della dittatura fascista. Confessionalismo che si radica tuttavia nel nostro Progetto, come ci hanno dimostrato ampiamente, da opposti punti di vista, il liberale onorevole Crispo e il neo-gallicano e forse giansenista...

Bruni. Cattolico.

Rossi Paolo. ...anche i giansenisti sono cattolici, onorevole Bruni. E come ci ha dimostrato, meglio di tutti, nella sua infuocata orazione, con argomenti a contrariis, l'onorevole Riccio democristiano.

Il Partito socialista dei lavoratori, che si vanta di riaffermare, onorare, e difendere quanto c'è di vivo e di eterno nello spinto liberale, ritiene invece che indispensabile presupposto della nostra Costituzione debba essere l'intrinseca laicità. Niente di più lontano da noi dell'anticlericalismo vecchio e rinascente. Se si fa accusa a qualche partito di sinistra di sostenere taluni giornali a grande tiratura che io non leggo, non per timore della scomunica del Santo Uffizio, ma perché francamente mi dispiacciono e mi offendono, spero che sia ben chiaro che il nostro gruppo politico non ha con essi radici comuni. L'anticlericalismo del vecchio Partito socialista era rappresentato da quelle correnti borghesi e massoniche... (Interruzioni).

Tonello. Era rappresentato dal popolo lavoratore. (Commenti).

Rossi Paolo. Ci saranno stati anche degli operai anticlericali e certamente il nostro amico e compagno Tonello è un operaio nel senso più nobile della parola; ma lasciami dire, amico e compagno Tonello, lasciami dire questo: che il vero, il grossolano, l'incorreggibile anticlericale della brutta maniera nel nostro vecchio partito, l'uomo incapace per trivialità dell'animo a intendere comunque l'esigenza religiosa, l'esigenza dello spirito, fu proprio il promotore, il sottoscrittore dei Patti Lateranensi, Benito Mussolini. (Commenti Interruzioni).

Tonello. Non importa.

Rossi Paolo. Nella coscienza dell'amico Tonello i sentimenti anticlericali sono ancora vivi; non lo sono più nella mia. Non essere, amico Tonello, clericale verso di me pretendendo che io la pensi esattamente come te e non costringermi ad essere confessionale nell'anticlericalismo. (Commenti Interruzioni).

Tonello. Tuo padre era anticlericale e anche socialista. (Commenti).

Rossi Paolo. Vi sono nel nostro gruppo degli amici e dei compagni illustri che, senza frequentare i sacramenti, hanno fatto con spirito religioso il pellegrinaggio di Port Royal e tutti, se mi permette l'amico Tonello, rispettiamo quanto ha di saggio e di buono la morale cattolica...

Tonello. Cristiana, sì, cattolica no.

Rossi Paolo. ...che ha nutrito di sé la tradizione, e la dottrina cristiana, che ha alimentato di sé la nostra storia ed il nostro carattere.

Né si può certo parlare in altro senso di avversione o di contrasto specifico col clero italiano.

Taluno si è doluto — e non del tutto a torto — anche in quest'Aula, che parroci e curati abbiano turbato la coscienza dei fedeli, giovandosi di mezzi religiosi per fini politici, confondendo così il divino coll'umano, il cielo colla democrazia cristiana e l'inferno col partito comunista.

In realtà, salvo le eccezioni di quello spirito che chiamerò, per intenderci, cremonese, la condotta del clero italiano durante le persecuzioni antiebraiche, la lotta partigiana e l'occupazione tedesca, è stata tale, da fare superare, in parte, l'antico vallo e sostituirlo con un legame di solidarietà e di simpatia; solidarietà e simpatia, che noi, sensibili ai valori di questa natura, riaffermiamo di buon grado.

E qui vi domando il permesso di una digressione personale: vorrei esprimere il mio rispetto di laico verso la religione cattolica e la mia gratitudine per l'indicibile conforto tratto nel ventennio fascista non già dall'opera politica della Curia romana o del cardinale Gasparri, ma dagli scritti immortali dei Padri e dei Dottori della Chiesa, esaltatori della libertà...

Tonello. Specialmente quando si tratta di strappare i voti (Commenti).

Rossi Paolo. ...da Ignazio Antiocheno, esposto volontariamente nella lotta contro il fascismo di allora, che si chiamava cesarismo, ai denti delle fiere, per essere, come frumento del Signore, macinato e fatto farina più pura, a Tommaso d'Aquino, ricordato testé dal dotto collega onorevole Marchesi, teorizzatore del diritto all'insurrezione (Interruzione dell'onorevole Tonello).

Presidente Terracini. Onorevole Tonello, la prego di non interrompere!

Rossi Paolo. La revisione completa, sostanziale dell'articolo 5, se non, come avremmo desiderato, l'introduzione di un'affermazione laica nell'articolo 1 della Costituzione, non corrisponde ad un'istanza anticlericale.

La revisione, ad onta della difesa d'ufficio del nostro illustre e caro Presidente onorevole Ruini, del quale dirò che mi pare inesatto e sgarbato averlo chiamato il Licurgo del confusionismo italiano, ma che mi pare lecito chiamare il S. Giuseppe di questa Costituzione, perché, per molti articoli, la sua paternità è puramente putativa, così come d'ufficio mi sono parse le sue difese, la revisione, ad onta di quella autorevole difesa d'ufficio, è necessaria.

È necessaria sotto un profilo completamente diverso, ed anzi in un certo senso opposto, ai motivi del vecchio clericalismo. È necessaria la revisione proprio per mantenere quella pace religiosa a cui tutti aspiriamo, e che sarebbe per l'appunto compromessa dal passaggio sic et simpliciter dal Concordato fascista nella nostra Carta costituzionale. È necessaria per impedire la rinascita di quel sentimento inutile e pericoloso che si chiama anti-clericalismo.

Ho assistito ad un interessante dibattito poco fa tra l'onorevole Marchesi e l'onorevole Nitti. L'onorevole Marchesi attribuiva il primo atto di nascita del Concordato e dei Patti Lateranensi ad Orlando, Parigi 1919. L'onorevole Nitti insorgeva dicendo: no, Nitti, Roma 1917. Mi sia lecito introdurmi nel contrasto per dire: non Orlando Parigi 1919, non Roma Nitti 1917, ma Vienna 1914-15, Francesco Giuseppe e la Cancelleria austriaca!

Si esaltano i Patti Lateranensi come una magnifica conquista dello Stato italiano. Ebbene diciamo qui quello che durante la dittatura fascista era pericoloso dire pubblicamente: fra gli scopi di guerra degli imperi centrali vi era appunto la ricostituzione di un piccolo stato teocratico temporale in Roma.

E Francesco Ruffini, esaminando i Trattati Lateranensi e paragonandoli articolo per articolo, virgola per virgola, col progetto austro-germanico, trovò che il Concordato del 1929 non è diverso da quello che sarebbe stato imposto all'Italia sconfitta, per sua umiliazione, dai due Kaiser.

Sarà certo deplorevole per voi, colleghi democristiani, ma sembra anche a me deplorevole il pullulare di libelli antireligiosi per tutta la penisola. Se con debole maggioranza, né potrebbe essere altrimenti, l'Assemblea votasse quegli articoli che danno tono confessionale al documento e che sono, in buona sostanza, i medesimi che lasciarono morire lontano dalla sua cattedra Ernesto Buonaiuti e avrebbero messo in un tremendo imbarazzo il vostro stesso antesignano don Romolo Murri, allora l'Assemblea creerebbe in Italia un decennio di lotta religiosa, inutile, demoralizzante, capace da sola di stremare il Paese (Applausi a sinistra), che ha bisogno invece di conservare intatte ed unite le proprie forze, per ascendere l'erta travagliata della sua rinascita.

Ve lo ha accennato con grande autorità l'onorevole Nitti; vero è che l'onorevole Nitti passa per un profeta di sciagure. Ma ve lo ha fatto capire anche con la voce dell'antica saggezza, Vittorio Emanuele Orlando, al quale non si potrebbe certo rimproverare di essere un pessimista che veda tutto nero.

Intendiamoci: noi non vogliamo, come il vecchio cattolico Odilon Barrot ricordato nella discussione dall'amico onorevole Lussu, che la legge sia atea. Noi prendiamo atto volentieri che gli italiani sono naturaliter christiani e, con il Guizot e il Lamartine, intendiamo che la legge segua e interpreti questa natura cristiana del popolo italiano, introducendo nelle leggi umane quanto più si può del senso originariamente cristiano della giustizia. E volutamente io dico «cristiano» della giustizia, perché noi non siamo dei socialisti cosiddetti scientifici, per cui il valore umano giustizia possa fare a meno del valore trascendente carità.

Ma non possiamo nemmeno lontanamente pensare che, mentre tutto il mondo attende con ansia nata dal tormento il trapasso da una concezione liberistica a una concezione solidaristica dello Stato, il nuovo Stato italiano segni, per una parte di tanto rilievo, il regresso dallo Stato liberale al vecchio Stato teocratico. Non con diverso nome, infatti, si dovrebbe chiamare lo Stato che l'onorevole La Pira — mi dispiace che non ci sia questo collega che non si può avvicinare senza subire il fascino della sua nobile personalità di studioso e di asceta — ci ha fatto intravvedere, nel suo importante e, direi, grave discorso politico.

Non sono fra coloro che hanno trovato fuori di luogo il gesto ineffabile del divino olocausto con cui l'amico onorevole La Pira ha chiuso ispiratamente le sue nobili parole. Tutt'altro. Quel gesto solenne, nato spontaneamente da un fervente cristiano, vi assicuro che mi ha toccato. Ma esso ha costituito per me un'illuminazione politica: quello Stato che l'onorevole La Pira ed i suoi amici propugnano è uno Stato sicuramente confessionale, uno Stato sotto il segno della Croce.

Io accetto con deferenza quel segno, ma bisogna, anche preoccuparsi delle minoranze non cattoliche in Italia.

In questo, o amici, è vero quello che Kant ha detto: la dignità e la libertà di un uomo sono la dignità e la libertà di tutti gli uomini. Debbo, perciò, insistere ancora un momento nel richiamare all'Assemblea alcuni principî fondamentali.

Essi sono ancora quelli fatti valere in un secolo di polemiche da tutti gli uomini politici e pensatori illuminati del nostro Paese: Non giova allo Stato l'etichetta confessionale, né giova alla Chiesa la protezione del braccio secolare.

Ci fu un momento, nella storia contemporanea della Chiesa cattolica italiana, in cui essa apparve — e fu veramente — grande. È a quel momento che si deve il rifiorire del senso religioso, a quel momento che si deve l'elezione dei 207 Deputati democratici cristiani, a quel momento di contrapposizione, di lotta, di libertà. Non certo ad altro momento in cui un gruppo di Vescovi concordatari si recò per le vie di Roma ad offrire la croce pastorale per la guerra di Abissinia!

Stato laico non vuol dire menomamente Stato ateo, e nemmeno, nel nostro modo di pensare, Stato areligioso. «Essere laico, scriveva il Lavisse — e noi concordiamo — non significa limitare il pensiero umano all'orizzonte visibile, né interdire all'uomo l'idea della perpetua ricerca di Dio; significa rivendicare per la vita presente tutto lo sforzo degli uomini». Per noi laicità significa soltanto posizione dei valori religiosi nella loro sede naturale, senza la pericolosa e corruttrice contaminazione con i poteri dello Stato. Lasciatemi esprimere, parafrasando il detto lapidario di un grande e sincero cattolico, il Montlosier, il nostro esatto pensiero: noi non siamo atei e vogliamo professare pubblicamente la nostra fede in Dio; non siamo anarchici e vogliamo da onesti cittadini obbedire alle leggi dello Stato. Ciò che non vogliamo è una legge che ci obblighi a credere in Dio con la minaccia dei carabinieri (o con la perdita della nostra cattedra, se siamo sacerdoti) e un Dio che ci obblighi ad obbedire alle leggi con la minaccia dell'inferno. Noi contiamo, nella nostra proposta per la revisione dell'articolo 5, sulla completa e naturale solidarietà di tutta la sinistra e di quei liberali che non vogliono rinnegare la loro eredità.

Ho sentito — domando perdono se riferisco un discorso di corridoio — sussurrare di un compromesso fra democristiani e comunisti. Ma quando, l'altra sera, io vedevo l'onorevole Togliatti, con gli occhi acuti dietro le lenti, l'accento vagamente piemontese, mi pareva in questa luce di acquario, in questa penombra, di vedergli spuntare la barba a collare del Conte di Cavour; e penso che egli voterà — anche per non tradire i manifesti che lo pongono tra Cavour e Mazzini — appunto come egli sa, nel suo vivo senso della storia, che voterebbero oggi Mazzini e Cavour. Ma noi nutriamo qui l'audace speranza di persuadere anche i democratici cristiani. Crediamo — e dobbiamo crederlo — sia sincera l'affermazione, certo autorizzata, di Igino Giordani nel Popolo dell'11 marzo: «Sabato l'onorevole Nitti, parlando alla Costituente, lesse il primo articolo della Costituzione francese, e calcò, con ovvia intenzione, sull'aggettivo «laïque» (laica), scoprendo una particolare preoccupazione, ribadita ieri dall'onorevole Nenni. A noi essa pare più che eccessiva, poco fondata, perché la Repubblica italiana è laica quant'altra mai...

«Se laico designa distinzione dei due poteri, nella sovranità di ciascuno entro la propria sfera, il regime italiano è laico in una maniera degna della sapienza giuridica degli italiani».

Orbene, se la Repubblica vuole essere laica, secondo la vostra stessa intenzione, aiutateci a togliere dal Progetto le affermazioni e le norme che ne fanno chiaramente una Costituzione confessionale.

L'onorevole Tupini ha invocato il nome e l'autorità di un uomo politico francese — di secondo piano, a dire la verità — di Duverger de Hauranne; ma se l'onorevole Tupini accoglie il pensiero di quell'uomo politico cattolico, deve accettarlo per intero. Ebbene, nella discussione del 1816 alla Camera francese, il de Hauranne sostenne ciò che noi oggi vogliamo: la libertà e l'indipendenza dello Stato da ogni ombra di soggezione religiosa.

Si è rinunciato, da un forte gruppo di Deputati, a chiedere la inclusione, nell'articolo 1° della Costituzione, di quella dichiarazione di laicità che con voto unanime dei cattolici francesi è stata premessa alla Carta costituzionale della quarta Repubblica.

È vero che la Francia cattolica ha tutta una grande tradizione ultramontanista e gallicana, mentre l'Italia è posta sotto la vasta ombra di San Pietro. Ebbene, anche con il vostro concorso, onorevoli colleghi democristiani, e nel supremo interesse dei più veri ed alti valori religiosi, facciamo in modo che quella vasta ombra protegga e conforti il cuore dei cattolici italiani, ma lasci indipendente e al sole, nella pienezza della sua vitale, sovrana, libertà e dignità, lo Stato italiano. (Applausi a sinistra Congratulazioni).

Presidente Terracini. È iscritto a parlare l'onorevole Jacini. Ne ha facoltà.

Jacini. Onorevoli colleghi, l'ardente questione implicita nell'articolo 5 del nostro progetto di Costituzione, ha trovato alimento in una discussione vivace, sotto i più diversi aspetti: giuridico, politico, tattico, sentimentale, e, se me lo consente l'amico e compagno d'esilio onorevole Marchesi, anche sotto l'aspetto della più sacra ed edificante eloquenza quaresimale.

Io mi propongo di portare una pietruzza a questo edificio che deve poi essere, in fondo, l'edificio della pace religiosa d'Italia, da un punto di vista quasi esclusivamente storico; poiché i venti anni che il regime fascista, espellendomi da quest'Aula, mi ha concesso di dedicare agli studi, li ho consacrati posso dire esclusivamente a questo problema dei rapporti fra Chiesa e Stato nel nostro Risorgimento; pur sono in grado di recare un modestissimo contributo al riguardo, né credo poter essere sospettato di intolleranza clericale o di reazionarismo, se penso che il mio nome riecheggia una tradizione cattolico-liberale congiunta ad una delle più liberali soluzioni proposte alla questione romana, e se penso che i miei, dirò così, debutti negli studi religiosi furono fatti in quel cenacolo dal Rinnovamento milanese, che non passava certamente per una torre dell'ortodossia ecclesiastica di quei tempi.

E non ritengo neppure che i nostri fratelli separati, delle altre confessioni religiose, vorranno vedere nella mia parola alcuno spunto di intolleranza, se ricorderanno aver io dedicato una parte dei miei studi proprio alla biografia di un loro fratello, il riformatore toscano dell'800, Piero Guicciardini; con un lavoro che ha avuto questa singolare fortuna, di essere elogiato contemporaneamente dall'Osservatore Romano e dalla Rivista valdese. Il che dimostra, se non altro, lo spirito di oggettività al quale ho cercato di attenermi.

Questi precedenti miei, se da una parte mi permettono di credere che le mie parole saranno ascoltate con benevolenza, dall'altra mi fanno però temere di non essere il più sicuro interprete della decisa e disciplinata corrente del mio Gruppo; onde, a buoni conti, dichiaro di parlare a titolo personale, per qualsiasi dato che io potessi citare od argomento che potessi svolgere.

Mi sembra che non siasi incisa sufficientemente la distinzione fra i quattro aspetti della questione religiosa, dei rapporti fra Chiesa e Stato, quali risultano dal nostro articolo 5, e quali sono regolati dagli stessi Patti Lateranensi.

Si è parlato qui da alcuni — per esempio dall'onorevole Crispo, il quale ha alluso alla legislazione matrimoniale riferendosi ai tribunali dello Stato del Vaticano — come se tali rapporti fra Chiesa e Stato in Italia fossero regolati dal Trattato del Laterano. Il che non è: il Trattato del Laterano è un Trattato diplomatico che si informa direttamente al diritto internazionale e si riferisce alle relazioni fra lo Stato italiano e la Santa Sede. Vi è poi il Concordato, che riguarda i rapporti fra Stato e Chiesa in Italia, rapporti di carattere pubblico esterno, ma non di carattere internazionale.

In terzo luogo deve considerarsi la posizione dei culti acattolici, che sono regolati da una legge interna dello Stato italiano. E vi sono infine i bisogni, i desideri, le aspirazioni, le tendenze, i diritti dei cittadini italiani, in quanto cattolici, i quali costituiscono materia di legislazione interna, in cui la Santa Sede non interviene, se non come spettatrice benevola, non certo come parte in causa.

Quando noi domandiamo la difesa della famiglia o del vincolo matrimoniale o la libertà della scuola, non lo facciamo in omaggio ad alcuna potenza straniera, e neppure ad alcuna potenza italiana, lo facciamo in omaggio alla nostra coscienza di liberi cittadini italiani.

Mi sembra che questi quattro aspetti debbano essere tenuti molto distinti e che occorra esaminarli particolarmente, anche sotto il punto di vista storico.

Anzitutto il Trattato: Il Trattato Lateranense dell'11 febbraio 1929 elimina il famoso dissidio, iniziatosi molto prima del 20 settembre 1870; sancisce definitivamente l'unità d'Italia, pone fine alla questione Romana.

L'Italia, nel suo millenario processo di unificazione, si era sempre trovata davanti a questo ostacolo, di uno Stato, situato al centro della penisola e diverso da tutti gli altri, perché appannaggio temporale di una potenza spirituale, base nazionale di un potere internazionale, il quale potere, a sua volta, aveva per altri aspetti, influenza su tutto il resto della penisola.

Questo fatto (è inutile che lo stiamo a discutere) la polemica anticlericale laicista ce lo ha dipinto sempre come una tremenda disgrazia per il nostro Paese.

Noi cattolici pensiamo invece che fosse un grande privilegio ed onore quello di avere, in casa nostra, la sede del più alto potere del mondo. Noi abbiamo sempre pensato che, dopo l'Impero romano, l'Italia è stata grande appunto grazie alla irradiazione di questo potere. Ma, comunque lo si volesse discutere e giudicare, il fatto esisteva e rappresentava un ostacolo alla compiuta unità territoriale del Paese; è questa una circostanza innegabile che era giuocoforza prendere in considerazione e cercare di risolvere.

Il Trattato Lateranense ha risolto il problema con un atto bilaterale, mentre tutti siamo d'accordo — la storia l'ha dimostrato — che non poteva esserlo con un atto unilaterale, per quanto sapientemente redatto, come la legge delle guarentigie.

Lo ha risolto con un atto bilaterale, in un momento storico particolare. Questo atto reca una firma odiosa, ma esso non è, nella sua soluzione pratica, diverso da quello che sarebbe stato se fosse stato trattato in un altro clima.

Evidentemente, nella formulazione dell'atto stesso si può sostenere che un tale divario esista. È certo che se l'onorevole Orlando avesse avuto la ventura di concludere un accordo con la Santa Sede, non avrebbe creato un vero e proprio Stato della Città del Vaticano. Lo avrebbe chiamato diversamente, perché non era nelle nostre tradizioni liberali ammettere in seno allo Stato italiano neppure un pollice di territorio che non appartenesse alla sovranità dell'Italia.

Ma, in linea di fatto, questo Stato Vaticano che tutti i giuristi sono concordi nel qualificare sui generis è molto minore, come perimetro, di quella parte di territorio italiano che il Governo liberale di Giovanni Lanza, invadendo lo Stato pontificio, aveva lasciato a disposizione della Santa Sede; esso non comprende infatti neppure quella città leonina che il Cardinale Antonelli pregò personalmente il generale Cadorna di occupare, pochi giorni dopo la breccia di Porta Pia.

Quindi, come risultato pratico, il Trattato del Laterano effettivamente conclude, e felicemente chiude, il lungo travaglio della nostra unità e della nostra indipendenza, e lascia a noi tutto il vantaggio e tutto il vanto di albergare nel nostro seno la più alta potenza spirituale del mondo senza sottoporci ad alcuno degli inconvenienti che nei passati secoli si potevano temere come derivanti da un tale circostanza.

Sotto questo punto di vista, pertanto, ritengo che nessun Governo futuro della Repubblica Italiana vorrà porre in dubbio, né scuotere alla base questo patto, che garantisce all'Italia una posizione di prestigio in Europa e nel mondo senza rappresentare per l'unità della Patria il più lieve e più lontano pericolo.

Quelle difficoltà che sono state affacciate da alcuni come incongruenze derivanti dalla incorporazione di questo trattato in seno alla costituzione Repubblicana mi sembrano, me lo permette l'onorevole Crispo, di scarsa importanza, perché se è vero, ad esempio, che non vi sarà più un potere regio tenuto a registrare le onorificenze araldiche concesse dalla Santa Sede, ciò vuol dire che la Santa Sede si troverà semplicemente, rispetto al Governo italiano, nelle condizioni di tutti gli altri Stati, i quali conferiscono titoli nobiliari che per valere in Italia devono essere sottoposti all'omologazione del nostro Governo. È questione sulla quale ci si può intendere e di così scarso rilievo, che mi duole che alcuno vi si sia soffermato.

Quanto al riconoscimento ufficiale della Repubblica italiana da parte della Santa Sede, ho proprio sott'occhio un numero degli Acta apostolicae sedis del 28 gennaio 1947; esso riporta il decreto 26 novembre 1946 della Sacra Congregazione dei Riti che sostituisce a tutti gli effetti la preghiera pro-repubblica alla preghiera pro-rege prescritta dal Concordato; il che significa il più ampio e completo riconoscimento del nuovo stato di cose da parte della Suprema autorità ecclesiastica.

E veniamo al Concordato. Il Concordato costituisce un fatto ben altrimenti complesso: esso fa nascere una questione che ho sentito or ora riaffacciare dall'onorevole Rossi e riecheggiare nelle parole di molti altri colleghi; la questione cioè, se un regime di accordi concordatari sia preferibile alla separazione amichevole tra Chiesa e Stato, alla neutralità assoluta dello Stato, alla religione considerata come cosa privata: Privatsache, secondo la formula giuridica tedesca.

Orbene a me sembra il caso di considerare una siffatta questione con uno spirito di estremo realismo. Io posso arrivare a concedere — e appunto per questo ho fatto appello alla mia responsabilità personale perché non voglio impegnare che me stesso — posso arrivare a concedere, in linea teorica e dottrinale, la superiorità d'una amichevole e rispettosa separazione dei poteri, di una libertà di coscienza non garantita né vincolata da alcun accordo fra Chiesa e Stato; di una Chiesa inquadrata semplicemente nel diritto comune; posso ritenere che ciò rappresenti qualche cosa di desiderabile, anche perché offrirebbe alla Chiesa stessa enormi possibilità di sviluppo. Ricordo a questo proposito di avere conosciuto ai tempi della mia gioventù uno dei nostri più illustri giurisdizionalisti, il senatore Carlo Piola Daverio; ottimo cattolico, ma giurisdizionalista feroce, egli temeva una cosa sola: che la Chiesa in Italia venisse trattata come cosa privata; perché, diceva, da quel momento, la Chiesa sarà onnipotente e ci schiaccerà tutti.

Si può anche pensare così; ma la questione, in Italia e nel mondo occidentale, non si pone in questi termini.

Non vi è mai stata, non vi è, e presumibilmente non vi sarà mai, la possibilità di separazione assoluta tra i due poteri, in un Paese dell'occidente europeo e in Italia in modo speciale. Non vi è mai stata e non vi sarà mai, perché l'europeo non è divisibile. La Chiesa si può combattere; la Chiesa si può perseguitare; con la Chiesa si può patteggiare; ma la Chiesa non si può ignorare; è questo un dato di fatto che diciannove secoli di storia confermano. Bisogna, cari amici, spogliarsi dagli schemi della storia ufficiale, quale ci è stata propinata dai nostri buoni maestri anticlericali di un tempo. Questi, sulla scorta di quella mente acutissima ma unilaterale che fu Giuseppe Ferrari, ci rappresentavano tutta la Storia d'Italia come un progressivo affermarsi del laicismo contro il potere ecclesiastico, come un progressivo liberarsi dello Stato italiano, della vita civile italiana, dal dominio e dall'oppressione della Chiesa: essi arrivavano persino a vedere una vittoria dello spirito laico in quella che era una mostruosa deviazione dell'autorità ecclesiastica; nella Legazia Apostolica di Sicilia, nel Tribunale ecclesiastico della monarchia, nel Re legato a latere perpetuo del Papa, il cui ritratto era posto, come ancora l'ho visto io, in cornu Evangelii sulla cattedra episcopale nella Cappella palatina di Palermo.

L'enorme sopruso diventava nel loro ingenuo racconto una affermazione di laicismo e di libertà di pensiero.

Non avete bisogno di credere a me. Faccio appello alla memoria cara e venerata d'un uomo, che era una grande autorità in questo campo: alla memoria di Francesco Ruffini — che molti di voi avranno certamente conosciuto — grande maestro, di scuola liberale, il quale ha scritto un mirabile libro sulla libertà religiosa — storia della idea — che si conclude proprio dimostrando come la libertà di coscienza, il laicismo, lo Stato neutro non siano mai esistiti in Italia, anzi in Europa; e come le coscienza religiosa individuale non abbia trionfato se non in momenti fuggevolissimi, di provvisorio equilibrio tra i due poteri.

La storia, dopo l'affermazione superbamente privatistica del primissimo Cristianesimo, all'epoca dei martiri, si riduce tutta qui: il potere civile, il potere delle Corone, con argomentazioni teologiche, servendosi di propri teologi, cerca di strappare alla Curia il maggior numero possibile di prerogative ecclesiastiche; la Curia a sua volta resiste a tale pretesa, e quando si impersona in Papi geniali ed ardimentosi arriva all'affermazione d'un superpotere civile della Santa Sede, al tentativo di attribuire a questa una assoluta supremazia anche in materia civile.

Ma in tutto questo, che ha a che fare il pensiero laico, la libertà di coscienza, la liberazione del pensiero umano dalle pastoie del clericalismo?

Teologi da una parte, teologi dall'altra (sono ecclesiastici, per la maggior parte, gli eroi del così detto libero pensiero, da Giordano Bruno a Paolo Sarpi); Corone da una parte, Tiara dall'altra; contesa che va dalle lotte medioevali delle investiture alle lotte giurisdizionalistiche della Rinascenza, alle controversie della Riforma.

Liberazione del pensiero laico, nel periodo dello Riforma? Ma, amici miei, la Riforma è Lutero che invoca il braccio secolare per soffocare nel sangue la rivolta dei contadini; è Calvino che istituisce a Ginevra una delle più perfette teocrazie che la storia ricordi; è Enrico VIII, che non si accontenta di tagliare la testa a Tommaso Moro, ma perseguita con squisite torture tutti gli aderenti alle confessioni evangeliche difformi dalla sua. E giù giù si arriva fino allo Stato Patria dei principi assoluti del XVII secolo, a quella dei Sommi illuministi, ai Tannucci, ai Pombal.

Molti di voi avranno letto le interessantissime memorie d'uno di quegli avventurieri del XVIII secolo, che sono passati un po' per tutte le strade, le memorie del conte Gorani, di recente pubblicate dal nostro collega ed amico senatore Casati. Quest'uomo, spregiudicatissimo, si trovava in Portogallo all'epoca della persecuzione antigesuitica del marchese di Pombal, persecuzione non sanguinaria, ma a modo suo veramente feroce; e attraverso le pagine dei suoi ricordi ne sentiamo tutto l'orrore. Questa persecuzione si è estesa da un capo all'altro d'Europa e ha indotto alcuni degli spiriti più illuminati del secolo, da Caterina di Russia a Federico il Grande, a dare asilo nei propri Stati ai gesuiti, che erano in quel momento i soli rappresentanti di una libera coscienza religiosa.

Tutto questo dimostra che di laicità, di libertà di pensiero, di separazione amichevole dei poteri non si può certamente parlare prima della Rivoluzione francese. Ci troviamo allora di fronte alla prima grande affermazione dei diritti di coscienza dell'uomo, e quasi contemporaneamente al celebre emendamento della Costituzione di Washington.

Ma la libertà di coscienza e di culto, proclamata alla Rivoluzione francese, è stata uno sprazzo di luce senza domani, luce soffocata dapprima nel sangue della persecuzione, poi dall'oppressione del cesarismo napoleonico malamente camuffata da Concordato. Invece la Costituzione nord-americana è un fatto più notevole, perché ha dato luogo alla mirabile libertà religiosa tuttora vigente negli Stati Uniti. Ma andiamo a vedere come è nato quell'emendamento. Allora negli Stati Uniti i cattolici non esistevano o quasi: i pochi erano oppressi, perseguitati. Si trattava di difendere le confessioni congregazionaliste, le confessioni della sinistra protestante contro i ritorni offensivi di quelle Chiese stabilite, che avevano spinto i primi Puritani a varcare l'Oceano. È in vista di questa difesa che venne redatto il famoso emendamento della Costituzione di Washington, il quale garantisce una libertà religiosa, che peraltro è ben lungi dall'essere completa. Non penso infatti che per ora e molti anni ancora un cattolico possa ad esempio aspirare a diventare Presidente della Repubblica stellata. E in altri paesi d'Europa, dove lo stesso spirito vige in paesi civilissimi come la Svezia, la Danimarca, oggi ancora, un cattolico non può diventare membro del Governo. In Danimarca non può nemmeno diventare giudice. Ho visitato la Svezia, paese di estrema libertà, e vi so dire che il culto cattolico oggi, non per intolleranza della popolazione, ma certo in omaggio alle tradizioni, vi viene ancora celebrato in forma quasi clandestina, perché effettivamente là vige ancora la vecchia tradizione, la quale è bensì liberale nei confronti delle varie confessioni evangeliche, ma non lo è affatto nei confronti della religione cattolica.

L'avversione al cattolicesimo è tuttora molto effettiva in alcuni paesi d'Europa, né certo vorremmo vederla trapiantata nel nostro paese.

Ciò premesso arriviamo — e mi ci fermo pochissimo — al Risorgimento nostro, da cui lo Statuto Albertino e la presente Costituzione traggono la loro origine.

Nel Risorgimento, tre sono gli atteggiamenti di fronte al problema dei rapporti fra Chiesa e Stato. Il primo, fuggevolissimo, è l'atteggiamento giobertiano, neoguelfo, che sogna un'Italia confederata sotto l'egida del Pontificato romano. Voi sapete quale rapida meteora sia stato il pensiero federale giobertiano in Italia. Il secondo, il pensiero mazziniano, che logicamente elimina il conflitto fra Chiesa e Stato, in quanto sogna una demoteocrazia che riassorbe i due poteri in una sintesi superiore. Non ho bisogno di fare appello a chi mi può essere maestro in fatto di cultura mazziniana per affermare che Mazzini non ha mai accettato la separazione tra la Chiesa e lo Stato: egli non intendeva la Chiesa nel senso tradizionale della Chiesa Cattolica, ma la concepiva strettamente connessa al potere civile nello Stato repubblicano.

Terza mediatrice fra le due, la concezione cavouriana che si riassume nella formula: «libera Chiesa in libero Stato», formula che come sapete, non è di Cavour e neppure del Montalambert, ma è di Agostino Cochin, che però era molto amico del Montalambert, concezione desunta dunque dal cattolicesimo liberale, ma che Cavour sentì in modo tutto particolare.

Questa formula non si è mai realizzata in Italia, perché troppo viva e troppo forte era fra noi la tradizione giurisdizionalistica e perché gli uomini non possono tagliare la loro anima in due e lasciar fuori dalla propria sensibilità un problema che tutto li assorbe.

Ci furono, nel nostro Risorgimento, due soli fuggevolissimi momenti in cui sembrò che la formula cavouriana potesse integralmente realizzarsi. Il primo di questi momenti si presentò nell'ultimo anno di vita del grande ministro, all'epoca della missione Passaglia; il secondo, sei anni più tardi, nei pochi mesi di governo di Bettino Ricasoli, allorché venne compilata quella legge sulla libertà della Chiesa che non ottenne neppure l'onore della discussione parlamentare. In quei due soli momenti, si tentò la separazione amichevole dei poteri e la sottomissione della Chiesa al diritto comune. L'uno e l'altro furono tentativi infelici che urtarono, più che con il malvolere degli uomini, con la irriducibilità delle cose.

La stessa legge delle Guarentigie, a parte il carattere unilaterale che la rendeva impropria a risolvere la questione romana, resta pur sempre un monumento di sapienza giuridica, eppure anch'essa pecca — come ho dimostrato in un mio lavoro — per la imperfetta conciliazione delle tradizioni liberali cavouriane con le tradizioni giusnaturalistiche, particolarmente della scuola giuridica napoletana; i due filoni si possono seguire attraverso tutto lo svolgimento della discussione parlamentare.

Così nacque il dissidio, che tanto ha tormentato le coscienze, ma che ha permesso ai cattolici italiani di formarsi sulla parziale astensione della vita pubblica, una salda coscienza politica. Questo dissidio, già praticamente scontato prima della guerra del 1914, svalutato nel corso di essa dal patriottico contegno dell'episcopato e del clero e dalle note dichiarazioni del cardinale Gasparri, giunse nell'ora voluta dalla Provvidenza, alla sua soluzione normale; la quale ebbe la disgrazia di essere opera di un uomo, che cercando in essa il soddisfacimento della propria sfrenata ambizione e un'arma di dominazione sui cattolici italiani, la svalutò subito nell'atto stesso in cui la sanciva; forse, però, di fronte alla storia, egli ebbe questo merito: che, non essendo legato alle tradizioni risorgimentali, alle antiche formule delle quali vi ho parlato, poté concludere con un tratto di penna ciò che ad altri sarebbe costato una lunga e faticosa elaborazione. Ciò debbo lealmente ammettere, come lo ammetterà la storia futura.

Sta però di fatto che questo Concordato in regime fascista non è stato mai integralmente praticato, se non nelle sue parti deteriori, e che, se esso reca clausole che possono dispiacere ad una coscienza democratica, contiene anche parecchie tracce di vecchio giurisdizionalismo, che possono spiacere ad una coscienza liberamente cattolica. Talché se un giorno mai si penserà, d'accordo fra i due poteri, di modificarlo, non saranno certo in numero maggiore le rivendicazioni dello Stato di quelle che non saranno le rivendicazioni della Chiesa. Il Concordato stabilisce ad esempio un giuramento per i vescovi, il quale, o non significa nulla o significa ciò che significava nei vecchi concordati: l'asservimento della Chiesa al potere regio. Il Concordato abolisce formalmente il placet e l'exequatur, ma introduce quella tale clausola dell'intesa preventiva, con questo bel risultato: che lo Stato non ha più nemmeno bisogno di assumersi la responsabilità di negare una libertà ecclesiastica, perché può ottenere egualmente il suo scopo, attraverso intese segrete con l'altro potere, senza portare la questione davanti alla opinione pubblica. E via dicendo; molte sono le clausole che potrebbero essere opportunamente rivedute, in senso favorevole alla Chiesa. Non parliamo delle clausole patrimoniali, del divieto ai sacerdoti di occuparsi di politica. (Commenti a sinistra). Voi vi lagnate che già se ne occupino; ma vi sono paesi d'Europa, dove i sacerdoti possono legittimamente adire alle più alte cariche dello Stato, entrare nella Camera, prendere parte al governo, perché sono cittadini come tutti gli altri. E io non vedo perché il Concordato glielo debba vietare.

Una voce a sinistra. Ragione di più, allora!

Jacini. Quindi dico, non è con uno spirito di intolleranza e di clericalismo che noi chiediamo la conservazione dei Patti del Laterano; la chiediamo da un punto di vista storico, perché riteniamo che solo in questo modo si possa garantire la pace religiosa. Solo in questo modo, perché — come credo di avervi dimostrato — non abbiamo esempi finora che si sia potuto altrimenti stabilire la pace religiosa. Non mi direte che questa — con tutto il rispetto per quei settori della Camera (Accenna a sinistra) — specie per quanto riguarda la religione cattolica, viga oggi in Russia! In Russia, Pietro il Grande abolì il Patriarcato per assicurarsi attraverso il Santo Sinodo un più docile strumento ai suoi voleri; Stalin ha abolito il Santo Sinodo ed ha restaurato il Patriarcato, per creare uno strumento ancora più docile ai suoi voleri. (Commenti a sinistra).

Credo però di avervi soverchiamente affaticati a questo riguardo e non vorrei prolungare il mio ragionamento.

Tutto quello che vi ho detto non significa affatto che ogni singola disposizione del Concordato venga, nemmeno per trasparenza, come diceva l'onorevole Calamandrei, incorporata e fatta propria dalla Costituzione.

Dal testo dell'articolo 5 emerge che noi facciamo riferimento ai Patti Lateranensi, soprattutto come ad una fonte della norma giuridica sancita dalla Costituzione. Se le norme in parola facessero singolarmente parte integrante della Costituzione, non basterebbe un accordo bilaterale per modificarle, né tanto meno si potrebbe dire che possono eventualmente modificarsi senza richiedere un procedimento di revisione costituzionale; rimane quindi aperta la porta ad una revisione per via di semplici accordi bilateralmente concordati, mentre il principio di una separazione amichevole, onesta, rispettosa, come è nel desiderio di tutti, è proprio sancita dal primo comma dell'articolo 5, laddove si dice che «Lo Stato e la Chiesa Cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani».

Chiedeva l'onorevole Della Seta: Ma come «indipendenti e sovrani»? Si tratta di un ordine interno o di un ordine esterno? Io rispondo: di entrambi. Ogni potere è indipendente e sovrano nella propria sfera, nel proprio foro interno; ma è altresì sovrano e quindi indipendente dall'altro potere, sempre che si mantenga nell'ambito della rispettiva competenza. Ritengo che quel tanto di separazione, che è possibile conseguire allo stato storico degli atti, non lo si possa conseguire se non attraverso il patto che viene sottoposto al nostro esame.

Passo ad un altro argomento: quello delle confessioni religiose acattoliche. Come ho detto, io sono, non solo personalmente amico di molti evangelici ed israeliti, ma anche sollecito, come studioso della libertà, degli interessi degli altri culti. Dirò di più: la circostanza che essi raggruppano una infima minoranza della popolazione italiana rappresenta ai miei occhi una ragione di più per rispettarne la libertà (Approvazioni) ed aggiungo che se ciò può dirsi delle confessioni evangeliche, a tanta maggior ragione vale per quegli israeliti, vittime sanguinanti di una persecuzione senza nome, che ha infierito in tanta parte d'Europa contro di loro (Approvazioni). Perciò il nostro spirito non può essere che informato a sensi di amichevole comprensione verso i loro desideri. Io ho letto con grande attenzione i vari reclami che mi sono stati sottoposti, da parte dei rappresentanti sia delle confessioni evangeliche e sia della religione ebraica. C'è un punto nel quale dò loro torto, ed è quando essi ci chiedono di rinunciare ai Patti Lateranensi. Che cosa interessano a loro i Patti Lateranensi? Essi riguardano esclusivamente i rapporti fra i cattolici e lo Stato italiano. Gli acattolici hanno titolo e diritto di chiedere la più completa parità di trattamento e la più completa libertà attraverso la legge. Riconosco che, non già le disposizioni della legge 24 giugno 1929, ma il titolo di essa, in cui si parla di «culti ammessi» rappresenti una offesa alla libertà dei culti medesimi. Non ammessi, né tollerati: devono essere culti legittimamente svolgentisi nell'ambito della libertà nello Stato democratico italiano. E allora, potranno essi chiedere la revisione di quelle parti di detta legge che non sembrino loro conformi alla libertà: dall'esame dei singoli punti vedo che non sono molti quelli che danno luogo a reclami a questo riguardo. C'è di più; l'articolo del quale parliamo prevede che queste modifiche debbano essere fatte d'accordo con le rispettive rappresentanze; il che significa che, se non proprio dei concordati, saranno dei modus vivendi stipulati singolarmente con le rappresentanze delle singole confessioni. E, quanto alla limitazione, che non abbiano ad urtare contro la moralità e il buon costume, credo che sarebbe fare offesa ai vari culti ritenere che essi possano ribellarsi contro una disposizione di tal genere; ritengo dunque che l'assetto dei rapporti tra lo Stato italiano e i culti dissidenti dal cattolico, nonché la perfetta libertà degli aderenti a questi culti siano completamente nelle loro mani e che essi possono farli valere legalmente, nel che troveranno in noi l'appoggio e l'aiuto più completo. (Approvazioni al centro).

Rimarrebbe ora a trattare — ma non temete, non lo farò — l'ultima parte del mio discorso, cioè quella che si riferisce alla legislazione interna e a quanto noi chiediamo a soddisfazione dei nostri particolari bisogni di cittadini italiani cattolici.

Tali argomenti sono contemplati dai vari articoli: uguaglianza perfetta dei cittadini, articolo 7; libertà di riunione, articolo 12; libertà di associazione, articoli 13 e 15; difesa della famiglia, articoli 23 e 24; posizione dei figli legittimi e illegittimi, libertà della scuola, libertà di lavoro, ecc.; tutte cose che i miei colleghi tratteranno molto meglio di me e sulle quali non mi soffermo.

Mi basti dire che queste libertà non le chiediamo come mandatari di alcuna potenza, neppure della suprema autorità ecclesiastica; le chiediamo semplicemente come soddisfacimento di nostri legittimi diritti, in qualità di cittadini italiani, allo Stato italiano cui apparteniamo.

Onorevoli colleghi, io ho finito; ed è contrario alla mia indole terminare i discorsi con formule reboanti. L'illustre Maestro, anche se temibile avversario, Benedetto Croce, ha terminato il suo rievocando i versi del Veni Creator; egli ha così invocato lo Spirito Santo sui nostri lavori, come i potenziali rivoluzionari francesi dell'89 lo invocarono attraverso la Messa dello Spirito Santo che precedette l'apertura degli Stati Generali. Il nostro amico La Pira, con un gesto di grande e semplice spontaneità, che l'Assemblea ha nobilmente rispettato, ha chiuso il suo dire col segno della Croce. Io non sono né un grande alfiere del pensiero scientifico, né un grande alfiere della fede religiosa: la fiammella della mia fede è così tenue, che temerei di spegnerla se l'agitassi come una fiaccola. Mi accontento quindi di terminare con un pensiero terra terra. Vi sarà forse qualcuno fra noi che proporrà di porre tutto l'atto costituzionale sotto la invocazione di Dio, così come l'hanno posto molti altri Paesi che si costituivano a libertà.

Io non so se l'Assemblea accetterà tale proposta, ma dico che una pattuizione, fatta in buona fede tra uomini di buona fede, si pone sempre da sé sotto la protezione di Dio; e questa io invoco sui lavori della nostra Costituzione. (Vivissimi applausi al centro e a destra Moltissime congratulazioni).

 

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A cura di Fabrizio Calzaretti