[Il 3 giugno 1947 l'Assemblea Costituente prosegue la discussione generale del Titolo quinto della Parte seconda del progetto di Costituzione: «Le Regioni e i Comuni».]

Presidente Terracini. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del progetto di Costituzione della Repubblica italiana. Riprendiamo la discussione generale sul Titolo V, relativo alla Regione. Gli iscritti a parlare sono saliti a novantuno.

È iscritto a parlare l'onorevole Colitto. Ne ha facoltà.

Colitto. Insigne Presidente, onorevoli colleghi, io non credo di ingannarmi se affermo che gli oratori i quali prima di me, con competenza e con dottrina, hanno sottoposto al loro illuminato esame l'organizzazione politico-amministrativa dello Stato, si sono trovati d'accordo nel riconoscere la necessità di un maggiore decentramento, cioè a dire di un maggiore spostamento delle potestà deliberative dal centro alla periferia.

È intollerabile — si è giustamente detto — che per qualunque cosa si debbano chiedere lumi al centro: la periferia deve avere pur essa il senso della propria dignità, il senso della propria responsabilità. La periferia, del resto, è senza dubbio assai più del centro in grado di vedere quali soluzioni siano più adeguate ai vari problemi, nessuno potendo negare che meglio i problemi sono trattati e risolti da chi meglio li conosce. Il centro è sempre apparso un po' a tutti come una pompa assorbente delle energie locali, strumento deformatore delle varie questioni in un viluppo burocratico paralizzatore. Trasferendo le potestà deliberative, nel miglior modo possibile, dal centro alla periferia, si rendono anche più facili la educazione politica delle masse e la formazione di una nuova classe dirigente, e può aver luogo altresì una migliore utilizzazione degli ingegni, delle energie, delle personalità: si compie, insomma, opera squisitamente democratica. Di qui la necessità, da tutti sentita ed affermata, di spezzare le bardature del centralismo e di fare maggiore affidamento sulle forze locali.

Ma in qual modo?

A questo interrogativo il progetto di Costituzione, che costituisce indubbiamente una elaborazione di notevole rilievo, risponde che, se vogliamo veramente spezzare le bardature del centralismo, bisogna intensificare il decentramento burocratico, intensificare il decentramento autarchico, attuare un decentramento politico.

Avviciniamoci, onorevoli Colleghi, al progetto di Costituzione. Noi leggeremo in esso una più precisa risposta alla mia domanda. In qual modo? Il progetto risponde che, se si vuole spezzare le bardature del centralismo, bisogna: 1) attuare nei servizi, che dipendono dallo Stato, un ampio decentramento amministrativo, a seguito di che le province diventeranno circoscrizioni amministrative appunto di decentramento statale; 2) riconoscere e promuovere le autonomie locali, per cui lo Stato si dividerà in comuni, enti autonomi «nell'ambito dei principii fissati dalle leggi generali della Repubblica» ed in enti che ci vengono presentati con grande precisione scientifica, quali enti autarchici autonomi, rappresentativi degli interessi locali, dotati di autonomia finanziaria.

Nulla ora, onorevoli colleghi, da obiettare relativamente al proposito di intensificare il decentramento gerarchico o burocratico. Si porti pure quanto più è possibile, come si diceva una volta, il Governo alla porta degli amministrati. I miei rilievi attengono alla nuova organizzazione politico-amministrativa che si vorrebbe dare alla periferia del Paese.

Prima osservazione. Il progetto di Costituzione — come ho già detto — mira alla creazione di un ente, che si chiama Regione, ma contemporaneamente distrugge l'ente che si chiama provincia.

Ora a me pare evidente che, se, a seguito della costituzione delle Regioni, dovranno essere trasportati nel capoluogo della stessa tutti, o in gran parte, gli attuali uffici provinciali, si attuerà una forma non di decentramento, ma di accentramento, con inconvenienti che è superfluo indicare. A ciò solo in parte si ovvierebbe facendo della provincia una circoscrizione amministrativa di decentramento, non solo statale ma anche regionale, perché non è a dubitare che innumeri pratiche, che attualmente possono essere disbrigate nel capoluogo della provincia, cioè alla periferia, dovrebbero essere disbrigate, una volta costituite le Regioni, nel capoluogo della Regione, cioè al centro. L'articolo 120 del progetto dispone che «la Regione esercita normalmente le sue funzioni amministrative a mezzo di uffici nelle circoscrizioni provinciali». «Normalmente» dunque. Restano le eccezioni. Ora per queste almeno non parmi dubbio che bisogna nella proposta riforma vedere la fonte — sembra strano, ma è così — non di un decentramento, ma di un accentramento, che da tutti gli interessati — è inutile sottolinearlo — sarebbe quanto mai deprecato.

Seconda osservazione. La Regione ci viene presentata come un ente autarchico. Si vuole evidentemente con essa realizzare quella forma di decentramento amministrativo che va appunto sotto il nome di decentramento autarchico. Ma dire autarchia senza precisare il campo in cui essa si manifesta ed opera, è come parlare di un contenente senza specificare il contenuto.

Ora, io sono profondamente convinto che nel pensiero dei redattori del progetto è il proposito, creando la Regione, di dar vita ad un ente il quale alla periferia svolga una rilevante attività autonoma nel campo economico sociale.

Un ente, che non avesse la possibilità di svolgere una rilevante attività politico-amministrativa autonoma, proprio non avrebbe ragione di essere. Potrò, ora, essere in errore ma io vedo enormemente limitate, per le Regioni, le possibilità pratiche di una attività rilevante, che sia veramente autonoma, nel campo economico-sociale.

I più importanti lavori pubblici, infatti, ed i più importanti servizi pubblici non possono, soprattutto nelle attuali condizioni d'Italia, essere compiuti o gestiti se non secondo piani nazionali e non con vedute limitate a singole Regioni.

Già l'onorevole Einaudi, in una delle scorse sedute, fece rilievi importantissimi, dimostrando come sia assurdo lasciare alla ristretta attività amministrativa delle Regioni affidate l'agricoltura, le foreste, le acque pubbliche, l'energia elettrica. Alle parole dell'illustre uomo desidero aggiungere qualche cosa. L'aggiungerò a proposito delle strade. Voi sapete come nel campo delle opere pubbliche le strade, nelle amministrazioni provinciali, avevano una importanza preminente. Può dirsi, anzi, che il campo delle strade era il più vasto dell'attività provinciale. Ma tale importanza ebbe a diminuire allorquando, con la legge 17 maggio 1928, n. 1094, ebbe luogo l'istituzione dell'Azienda autonoma statale della strada, per cui molte delle strade, che prima erano provinciali, passarono allo Stato ed altre, di secondaria importanza, ai comuni.

Ci troviamo di fronte ad un'altra forma di decentramento, il decentramento istituzionale, che si ha, come è noto, quando si dà vita ad enti (parastatali) e ad aziende per la gestione di servizi di portata nazionale che diversamente sarebbero gestiti dallo Stato.

Bisogna resistere contro il moltiplicarsi di tali enti, a questa specie di entomania, che non possiamo negare ci sia; bisogna resistere, perché...

Ruini, Presidente della Commissione per la Costituzione. È ottima l'Azienda della strada!

Colitto. E chi ne dubita? Mi lasci dire... perché ci troviamo spesso di fronte a false attuazioni di decentramento.

Ruini, Presidente della Commissione per la Costituzione. No, l'Azienda della strada è ottima.

Colitto. D'accordo. Lo sto dicendo. Vi sono, infatti, dei casi in cui è necessario dar vita ad aziende o ad enti di estensione nazionale per la gestione di determinati servizi.

Quale conseguenza intendo trarre da ciò? Questa: che l'istituzione dell'ente Regione non può né sostituire né ridurre di molto il ricorso al decentramento istituzionale su basi nazionali. Si può essere certi, ad esempio, che, se alcune strade, passate allo Stato, dovessero essere attribuite alla Regione, si verificherebbe per esse un sicuro peggioramento. Ed anche nei casi in cui, per la natura specifica dell'opera, questa può essere limitata ad una Regione (ad esempio in materia di bonifiche), ben poco potrà farsi senza l'intervento economico e disciplinatore dello Stato.

Uberti. E perché? Se ne ha i mezzi.

Colitto. L'onorevole Uberti deve avere la bontà di seguirmi, perché...

Ruini, Presidente della Commissione per la Costituzione. Ha torto l'onorevole Uberti.

Colitto. ...perché egli già si vuole occupare della Regione quale ente dotato di una autonomia finanziaria. Non mancherò di occuparmene. Abbia la bontà di seguirmi.

Io non starò qui, signori, a ripetere quel che di solito in modo generico si afferma e cioè che per lo sviluppo ed il progresso delle attività economiche occorrono il più ampio respiro e la più vasta zona di espansione; io guardo, invece, alla realtà palpitante, e questa mi dice che, specie nell'attuale situazione dell'Italia, la Regione non può prescindere da organizzazioni economico-amministrative di opere pubbliche e di pubblici servizi di portata nazionale. Qualora se ne prescindesse, molte Regioni subirebbero un sicuro regresso: certo che si accentuerebbe la distanza nel campo economico e nel campo sociale attualmente esistente fra Regione e Regione.

Ora, se questo è, bisogna riconoscere che in sostanza i compiti amministrativi della Regione, quali sono indicati negli articoli 109 e 110 del progetto, richiamati dal successivo articolo 112, non sono e non possono essere più estesi, né più efficienti, di quelli che attualmente sono assegnati all'ente provincia dal testo unico del 1925 e da altre leggi speciali. E vale allora la pena di sopprimere la provincia per creare la Regione? Per me proprio non ne vale la pena, se nel campo amministrativo i poteri dell'una non sono, non possono essere, su per giù, che i poteri dell'altra.

Terza osservazione. La situazione, onorevoli colleghi, si complica, se all'Assemblea, alla quale ho l'onore di parlare, parrà opportuno accogliere il grido di dolore che si leva da ogni parte d'Italia per le province, accogliere il voto, che da tutte le province d'Italia si è levato, che nel nuovo ordinamento della Repubblica italiana sia conservata la provincia quale ente autarchico.

Parliamo con franchezza. Se si vuole creare l'ente Regione, bisognerebbe abolire l'ente provincia. È noto che il provvedimento col quale venne estesa al territorio nazionale la legge Rattazzi del 1859, a seguito di che l'Italia fu coperta, d'improvviso, dalla veste amministrativa delle province, ebbe questo significato storico: segnare — respingendo i progetti regionalistici — la conversione di un problema politico (quello del vecchio federalismo) in un problema amministrativo.

Si vuole ora operare la conversione del problema amministrativo in problema politico ed istituire le Regioni? Allora bisogna sopprimere la provincia.

Ma chi avrà questo coraggio? Chi saprà resistere alle sollecitazioni, alle premure e — sarei per dire — alle minacce che ci vengono da ogni parte d'Italia?

Ho qui sotto gli occhi un ordine del giorno del Sindacato dipendenti di una Amministrazione provinciale. Sentite. Si legge in esso: «Solo chi non conosce la vita e l'attività che esplica questa Amministrazione provinciale può pensare alla sua soppressione. Pensate, onorevoli costituenti, ciò che avvenne a Caserta, quando il regime, che ancora dominava la nostra Patria, abolì quella provincia. Oltre che chiudersi in lutto, i cittadini di quel capoluogo bruciarono gli emblemi del fascismo e ne maledirono il capo!» (Commenti).

Nessuno di noi, penso, vorrà essere oggetto di maledizioni né essere bruciato neppure in effigie. Anche perché, onorevoli colleghi, bisogna riconoscere due cose: che la provincia, la quale ha ormai un secolo quasi di vita, è stata, bene o male, un elemento essenziale della nostra organizzazione amministrativa e politica, e che fra le province esistono ormai tali differenze, per cui non è opportuno che ne siano soppressi i confini.

Resti pure, quindi, la provincia.

Ma allora? Quali compiti alla Regione, ente autarchico, saranno assegnati, distinti e diversi dai compiti, che ha o che saranno assegnati alla provincia, ente autarchico?

All'interrogativo il progetto di Costituzione naturalmente non risponde, perché il progetto è stato redatto sul presupposto della scomparsa della provincia quale ente autarchico.

Nella relazione elaboratissima dell'onorevole Ruini sono scritte queste parole: «Il comune, unità primordiale, la Regione zona intermedia e indispensabile fra la Nazione e i comuni». E non so, per la verità, quale risposta potrà dare la Commissione allorquando si porrà il problema. A mio modesto avviso, potrà rispondere in un solo modo. Questo. Se si vuole conservare l'ente provincia come ente autarchico non è possibile dar vita alla Regione. La Commissione, che è formata di insigni e sottili giuristi, non può dimenticare che l'imperativo per eccellenza in questa materia è di evitare la moltiplicazione degli enti, perché una delle maggiori calamità, in materia di riforme, è il sistema, per dirla con una vecchia formula filosofica, dell'ente che crea l'interesse e la funzione, invece di essere esso il prodotto della accertata esistenza di interessi concreti e definiti. Questi interessi concreti e definiti mancano. Niente Regioni, quindi, restando la provincia. Se al di sopra della provincia fosse posta la Regione, si avrebbe una nuova moltiplicazione di burocrazia nella Regione, senza diminuzione della centrale, e la funzione politico-amministrativa del Governo regionale sarebbe senza dubbio sentita e giudicata, dagli appartenenti alla Regione solo come un inutile, un opaco, un ritardatore diaframma frapposto lungo la via già lenta ed interminabile delle pratiche amministrative.

Quarta osservazione. La Regione ci viene presentata oltre che quale ente autarchico, anche quale ente autonomo. Quando parliamo di autonomia ci poniamo senz'altro nel campo normativo, perché l'autonomia è, come è noto, la facoltà che alcuni enti hanno di organizzarsi giuridicamente e di crearsi un proprio diritto.

A proposito dell'autonomia regionale io non devo fare altro che riallacciarmi a quello che ho detto considerando la Regione come ente autarchico. Ho rilevato innanzi che l'attività amministrativa regionale non può non essere in massima parte collegata con le organizzazioni nazionali di pubbliche opere e di pubblici servizi. Che cosa da ciò deriva? Deriva che anche in quelle materie, nelle quali potranno attribuirsi compiti amministrativi propri alla Regione, non vi è possibilità di una attività legislativa, che non sia collegata con l'attività legislativa dello Stato. L'onorevole Ruini scrive nella sua relazione che «il campo lasciato alla legislazione regionale è per ogni aspetto vigilato e contenuto». Io dico che addirittura non vi è possibilità di un'attività legislativa, che non sia collegata con l'attività legislativa dello Stato. E, se questo si afferma per le materie nelle quali possono attribuirsi compiti amministrativi propri alle Regioni, che cosa bisogna dire per la materia di carattere generale, che normalmente forma oggetto di disciplina legislativa? Tutta l'autonomia della Regione si riduce così a poco più di una facoltà regolamentare. Dirò di più. Per alcune materie forse neanche una potestà regolamentare può essere consentita. L'onorevole Einaudi nei giorni scorsi vi ha parlato di questa impossibilità per la disciplina del credito, dell'assicurazione e del risparmio. Io mi permetto di richiamare la vostra attenzione, a questo proposito, sull'igiene e sulla sanità pubblica. L'argomento, voi lo sapete, va collegato col riordinamento, che s'impone, di tutto il nostro sistema di amministrazione sanitaria. Vi è la grave questione della organizzazione delle mutue e del loro coordinamento con l'istituto della condotta medica. È noto come, in periodo fascista, il sistema delle mutue produsse moltiplicazioni di spese, eccessiva burocrazia e scarsa soddisfazione degli assistiti. Il problema continua ad esistere e nessuno si può illudere di sopprimerlo con dei tratti di penna. D'altra parte, da decenni i comuni reclamano per le proprie finanze un alleggerimento delle spese di sanità e di spedalità. Siamo anche qui di fronte a un complesso di problemi, che si collegano ad esigenze di riorganizzazione generale di un ramo della pubblica amministrazione. Ed allora come possono le Regioni, ciascuna per conto suo, dettare in materia norme, sia pure soltanto, per ripetere le parole dell'articolo 111 del progetto, di integrazione e di attuazione? Non basta. Da un lato questa autonomia si riduce a una ristretta potestà regolamentare, e dall'altro questa potestà regolamentare può dar vita ad inconvenienti, che non bisogna sottovalutare. Ecco. Io sono perfettamente convinto che, pure essendo ristretto il campo di azione, la produzione legislativa sarà abbondantissima.

Una volta costituiti gli organismi regionali con i relativi parlamenti, essi saranno fatalmente portati a moltiplicare le leggi, a regolare di nuovo con norme speciali quello che al centro è stato regolato con norme generali, a disciplinare a modo proprio al sud quello che è stato disciplinato a modo proprio al nord, a fare a Campobasso quello che è stato fatto a Benevento, anche non essendovene bisogno.

Ora vi è un'esigenza molto modesta, ma molto sentita non solo e non tanto dagli uomini di legge, quanto dall'uomo comune, dal professionista, dal commerciante, dall'industriale. L'esigenza è questa: ridurre al minimo possibile le disposizioni legislative, porre un argine alla farragine delle leggi, evitare il sistema — per dirla con Dante — «dei troppo sottili provvedimenti», per cui «a mezzo novembre non giunge quel che tu di ottobre fili».

È perciò che tante volte si è parlato di snellezza nelle future legislazioni regionali. Io non lo credo. Sono profondamente convinto invece, che si accresceranno i mali che si vorrebbero evitare. Si avrà, a mio avviso, un prolisso farraginoso complesso di norme, che può anche avere i suoi riflessi negativi sulla formazione di una coscienza giuridica nazionale, di quella coscienza la quale, come senso della legalità, dell'altezza e della maestà della legge, è forse il solo fondamento di una vera educazione politica (Approvazioni a destra).

Quinta osservazione. L'ente Regione ci viene presentato anche come rappresentativo, su basi elettive, degli interessi locali.

Per questo il progetto di Costituzione prevede la formazione, su basi elettive, di un Consiglio regionale in ogni Regione.

Avremo, quindi, in Italia, tutta una serie di piccoli parlamenti. E, poiché il sistema elettorale è quello proporzionalistico, si verificherà, in dimensioni più ridotte, in ciascuno di essi, quanto si verifica nella nostra così ben costrutta Assemblea. Ne risulterà una carta geografica dell'Italia, nella quale le varie regioni appariranno con colorazioni diverse e con le più varie gradazioni di colori. Io non dico che questo è un male: può essere anche un bene. Perché, per esempio, se in un parlamento regionale si avrà la prevalenza d'un partito più accentuata di quella che si abbia nell'assemblea nazionale, potranno essere evitati di più gli equivoci, potrà farsi di meno ricorso ai compromessi. Ma non è questo, o colleghi, il punto che interessa. Non è il funzionamento interno dei parlamenti regionali quello che interessa. Quello che interessa è vedere quale peso ciascun parlamento regionale avrà sul governo centrale, ed accertare fino a qual punto il governo centrale potrà realizzare l'armonia fra le azioni e le richieste delle varie Regioni, nell'interesse superiore, economico e morale, della Nazione.

Troppe sono presentemente le cause che possono spingere le Regioni ad esacerbare le loro gelosie, le loro invidie, i loro egoismi, e, quindi, a combattersi fra di loro e, persino, a rivoltarsi contro lo Stato. Ora chi può con coscienza, parlando col cuore alla mano, dire la parola definitiva, la parola che non ammette dubbi, che non lascia perplessità?

Sesta osservazione. La Regione ci viene indicata anche, finalmente, come ente dotato di «autonomia finanziaria».

Autonomia finanziaria? Si domanda l'insigne onorevole Ruini. E subito aggiunge che «non è agevole a congegnarsi». Cinque parole, Signori, e non proprio di colore oscuro.

Ora per me basterebbero queste cinque parole a fare fermare tutti sulla soglia del regionalismo, pieni di dubbi e di perplessità.

A questo proposito giova rileggere l'articolo 113. L'articolo 113 è redatto così: «Alle Regioni sono assegnati tributi propri e quote di tributi erariali». Ma in che modo saranno assegnate queste quote di tributi erariali?

Ambrosini. Mediante une legge costituzionale, alla quale il progetto rinvia.

Colitto. È esatto. Ma l'articolo 113 determina così «il modo». Dispone: «in modo che le Regioni meno provviste di mezzi possano provvedere alle spese necessarie per adempiere alle loro funzioni essenziali».

Ah no, signori!

Le regioni vogliono non soltanto vivere, non soltanto vegetare, ma progredire.

Con questa norma le Regioni povere resteranno eternamente povere e quelle che sono state in passato neglette, o si considerano neglette, resteranno in eterno abbandonate e neglette. Ah no! Le zone neglette e povere protestano e si ribellano. Niente Regioni! Ma come? In un momento nel quale si stanno rivedendo valori e posizioni, invece di restare ed affermarci più che mai al centro della vita nazionale, con tutta la forza del nostro diritto, per ottenere alfine dallo Stato quanto è necessario per risollevarci, noi tranquillamente ci ritiriamo, per così dire, sotto la tenda? Nel momento in cui noi poniamo allo Stato il nostro problema di vita, quando è giunto il momento in cui sembra che lo Stato voglia impegnarsi a fondo a vantaggio nostro, vogliamo allora noi tirarci in disparte? Questa è follia! E ci dovremmo tirare in disparte non solo per non avere nulla, ma unicamente per prepararci a subire nuovi oneri finanziari? Perché questa è la sola cosa certa, signori, che, con la costituzione delle Regioni aumenteranno gli oneri finanziari non fosse altro che per provvedere ai nuovi organi e servizi regionali. Non so quanti milioni si sono spesi solo per impiantare il parlamento siciliano. Chi pagherà allegramente questi milioni?

Settima osservazione. Come vedete, io non ho sottolineato per affatto le esigenze di alta idealità, cui hanno fatto appello altri oratori in questa Assemblea. Perché sono anche io profondamente convinto che gli Italiani hanno il culto della Patria una e indivisibile, quale ci fu tramandata dai nostri padri, e tale culto è nelle nostre coscienze e non nelle circoscrizioni territoriali. Io penso, anzi — ed in questo aderisco a quanto diceva l'onorevole Cicerone, parlando della Sicilia — che, se le Regioni di confine, a popolazione mista, non fossero state offese da forme esasperate di centralismo, e si fossero, invece, ad esse accordate autonomie, comprendenti la facoltà di legiferare su materie di interesse locale, molti dei problemi più gravi della rinascita e della vita italiana, quelli delle nostre frontiere, non esisterebbero o non sarebbero almeno posti con la gravità con cui sono posti. I separatismi locali non devono essere combattuti con forme, sia pure attenuate, di accentramento. Lo debbono essere, invece, con intelligenti concessioni, facendo alle aspirazioni locali per quanto più è possibile buon viso, perché, in tal caso, una volta soddisfatte quelle aspirazioni, i movimenti disgregatori non avrebbero più seguito nelle popolazioni, e l'integrità del Paese ne risulterebbe fortemente rinsaldata. Non bisogna, però, esagerare sottovalutando certi rilievi. In un quadro di interdipendenza e di solidarietà nazionale è proprio da escludere nel modo più assoluto che il sentimento unitario non sarà destinato ad affievolirsi, ove ciascuna Regione si proponga, in certo senso, di isolarsi? Una volta costituite le Regioni è assolutamente da escludersi che esse non si disarticoleranno da quello che è l'organismo nazionale, cui sono fisiologicamente incorporate, spezzandosi quella tradizione unitaria che vanta quattro secoli di storia, quanti ne corrono da Niccolò Machiavelli ai nostri giorni? È da escludere nella maniera più assoluta? Io posso anche dire di sì. Ma l'interrogativo resta, ed è un tremendo, pauroso interrogativo. Perché, o colleghi, è evidente che il giorno in cui la unità della Patria, da cui dipendono la sua indipendenza e la libertà dei cittadini, si perdesse di vista, si convertirebbero, senz'altro, in strumenti di disgregazione e di tirannia quelli che oggi noi vogliamo foggiare come strumenti di democrazia e di libertà.

Bisogna, a mio avviso, procedere a gradi con cautela, con prudenza, con circospezione. «Trattasi — si legge nella relazione — di una innovazione, che può avere portata decisiva per la storia del Paese». Il problema è quindi delicatissimo. La sua soluzione, perciò, va graduata nel tempo, perché siano evitate scosse ad un Paese che esce da un periodo quasi secolare di vigoroso centralismo. Esso esige, da parte di tutti gli uomini responsabili, nervi a posto, fantasia imbrigliata, serietà, lealtà, misura. Tutto quello che si deve fare deve poggiare su basi solide ed essere ordinato in modo che sorga sano, proceda vigoroso, si affermi perfetto.

Ma non vi è già in Italia una Regione, la quale è un ente autonomo, autarchico, rappresentante su basi elettive degli interessi locali e dotato di autonomia finanziaria: la Sicilia? Perché non possiamo ora noi attendere questo esperimento siciliano prima di estendere a tutto il territorio nazionale l'ordinamento regionale? Voi saprete bene che vi fu un periodo (il periodo romano, in cui l'Italia era un'unità politica) in cui alla Sicilia fu assegnato uno stato giuridico speciale. Ebbene quello stato giuridico speciale fu causa per la Sicilia di decadenza politica, di immiserimento, di corruzione. Certo, il passato non è il presente ed il presente non è l'avvenire. Ma perché, se questo ci dice il passato, non dovremmo attendere l'esito dell'esperimento? Da esso potrebbe venir fuori tanto materiale di critica e di condanna da sconcertare, e definitivamente, ogni più acceso regionalista.

Questo è a dire sopratutto dopo le critiche impressionanti che l'onorevole Einaudi ebbe a fare nei giorni scorsi agli articoli 36, 38 e 40 dello Statuto siciliano. Mi dispiace che tocchi proprio alla Sicilia, che è stata tanto provata, di fare le spese di questo esperimento. Ma poiché il destino ha voluto così, attendiamo che l'esperimento sia fatto. Ne verranno certamente benefici per la verità e per la comunità degli uomini.

Onorevoli colleghi, ho parlato con la maggiore serenità, facendomi guidare soltanto della mia coscienza e del vivo desiderio di non recare danno al Paese, che mi ha dato l'onore di entrare in questa insigne Assemblea.

Io sono del Molise, ed il Molise trovasi indubbiamente tra le Regioni d'Italia in una condizione particolare. Con i suoi poggi ridenti, la chiarità luminosa del cielo, le sue strade, che corrono sui tracciati romani, coi profili corrucciati dei suoi vecchi castelli, con i suoi abitanti tenacemente laboriosi, il Molise è il Molise, cioè a dire una entità a sé stante, separata e distinta dalle altre: separata e distinta dagli Abruzzi, così come gli Abruzzi hanno lealmente e signorilmente riconosciuto; separata e distinta dalla provincia di Benevento, come nel loro intimo non possono non riconoscere i colleghi di quella industre terra, e dalla provincia di Avellino, come esplicitamente risulta dagli emendamenti proposti dai rappresentanti della verde Irpinia. Tale è stata riconosciuta anche di recente, allorquando è stata costituita la unione interregionale delle Camere di commercio per la Campania e il Molise, quando fu costituito il compartimento della viabilità per la Campania e per il Molise, quando la direzione centrale dell'Istituto di assistenza per le malattie dei lavoratori e la Commissione centrale dell'industria hanno voluto che il Molise avesse i propri rappresentanti. Può questa unità costituire una Regione? Noi abbiamo indicato alla Commissione ragioni a iosa per giustificare il nostro assunto, ed altre ragioni potremo indicare, per le quali una Regione potrebbe il Molise costituire. E, se il progetto sarà approvato dall'Assemblea, noi insisteremo con tutte le nostre forze, perché il Molise costituisca come una stella nella costellazione regionale italiana. Ma è l'attuazione di questo ordinamento, con le sue incognite preoccupanti e pericolose, che mi turba non poco. E perciò ho parlato come ho parlato. Che debbo dire, concludendo? Dico all'Assemblea che Iddio illumini le menti di tutti nel momento in cui bisognerà prendere la decisione. Che questa sia, in ogni caso, non solo per il Molise ma per tutte le terre d'Italia, il punto di partenza di un avvenire più luminoso; non solo per il Molise, ma per tutte le terre d'Italia, sia il lievito particolarmente fecondo di migliore destino. (Applausi a destra Congratulazioni).

Presidente Terracini. È iscritto a parlare l'onorevole De Vita. Ne ha facoltà.

De Vita. Onorevoli colleghi, è stato affermato da precedenti oratori che una tradizione regionalistica in Italia non esiste. Ciò non è esatto.

Il problema regionale in Italia non è nuovo: sorse all'epoca stessa dell'inizio del nostro Risorgimento. Tra la tendenza federale e la tendenza unitaria è prevalsa quest'ultima soltanto perché un tardo, discontinuo e confuso risveglio dell'idea unitaria portò a concepire sub specie dell'intera penisola il Risorgimento nazionale, confinando la tendenza federale fra le grette ubbie, con lo sprezzante nome di «regionalismo». Ma è davvero così spregevole questo regionalismo, o non è piuttosto un elemento naturale delle società complesse, sul quale meglio varrebbe contare, anziché sormontarlo con una unità equivoca e confusionaria, per mantenere la quale spesso si è costretti a ricorrere allo stesso artificio dell'assolutismo?

Per aver dovuto profittare di circostanze casuali e di forze favorevoli interne con troppa fretta, il Risorgimento nazionale è stato dominato da un grosso equivoco, dall'equivoco dello Stato unitario accentratore. Spesso si sostiene, erroneamente, che la tendenza regionalistica è nata per l'immaturità dell'idea unitaria. Non l'immaturità dell'idea unitaria fece fiorire nella prima fase della nostra vita nazionale la tendenza regionale, né l'indebolimento dello stato unitario l'ha fatta rivivere in questi ultimi anni; ma allora, come oggi, una più cocente aspirazione alle libertà civili, una più ansiosa ricerca dei presidi per difenderle sotto la pressione di sofferenze patite.

A chi ritiene che noi repubblicani vogliamo apportare innovazioni così profonde nella struttura dello Stato perché abbiamo una tradizione di partito da difendere, perché vogliamo ancora fare della letteratura romantica, perché abbiamo ancora una mentalità quarantottesca, è facile rispondere che in Italia — e non è una scoperta! — in Italia lo Stato accentratore ha fatto una pessima prova.

La mentalità centralistica, plasmata da una congerie di interessi particolari, che s'erano cristallizzati attorno alla metropoli che esauriva lo Stato, ha procurato alla vita politica e sociale dell'Italia inconvenienti molteplici. Interessi malsani vennero ad assorbire non poca parte dell'attività della rappresentanza nazionale, falsando la vita politica e l'indirizzo stesso dell'amministrazione dello Stato. La nostra sistematica sfiducia nel regime unitario accentratore non è, quindi, una pregiudiziale aprioristica o arbitraria, ma una irrefutabile conclusionale, che poggia sopra una verità di fatto che deve imporsi ad ogni intelletto sincero, in quanto ha la evidenza della prova compiuta. Ecco perché noi riteniamo che il tanto disprezzato regionalismo debba essere rivalutato e posto per la prima volta tra gli elementi componenti la nostra Costituzione.

Ogni Regione — il concetto è del nostro grande maestro Carlo Cattaneo — può avere molti interessi da trattare in comune con le altre Regioni; ma vi sono interessi che può trattare essa sola, perché essa sola li sente, perché essa sola li intende; e vi è inoltre in ogni popolo delle singole Regioni la coscienza del suo essere, la superbia del suo nome ed anche la gelosia della sua terra. Di qui il diritto regionale che deve essere posto accanto al diritto della Nazione, accanto al diritto dell'umanità.

Oltre al fine di perequare meglio per tutto il territorio nazionale i beni comuni, intesa l'espressione in senso lato, non ultimo fine della Regione è appunto quello di diffondere i benefici della civiltà non alle sole città tentacolari, ma anche alle campagne e alle montagne.

Ma coloro i quali ritengono che il problema regionale possa risolversi col decentramento amministrativo sono, a mio avviso, vittime di una illusione. La soluzione regionale in senso amministrativo non risolve praticamente il problema essenziale dei compiti e delle attribuzioni dello Stato; il suo difetto fondamentale sta nel fatto che, invece di supporre uno Stato nuovo e diverso, implica la riforma dello Stato esistente, mantenendone intatta la struttura.

Un organismo regionale puramente governativo, per quanto precise possano essere le norme con le quali si vuole assicurarne l'autonomia, finisce sempre per trasformarsi in un semplice e docile strumento del potere centrale, in un nuovo ingranaggio di trasmissioni che serve soltanto nel maggior numero dei casi a rendere ancora meno spedita e redditizia la già pesantissima macchina burocratica.

Si è sentito parlare sempre di decentramento; ma, dai provvedimenti finora adottati, non si è visto, in ultima analisi, sortire altro effetto che quello di portare alla creazione di un nuovo organo, con conseguente duplicazione di funzioni e aggravio di lavoro presso il corrispondente organo centrale.

Allorquando, con leggi speciali, si è creduto di decentrare certi rami della pubblica amministrazione e di venire così incontro ad esigenze particolari di determinate zone territoriali, la burocrazia centrale, in definitiva, sotto veste di invigilare; di coordinare, di disciplinare, ha finito sempre per inceppare, per impedire ogni libera iniziativa degli uffici, riuscendo sempre, attraverso successive stratificazioni burocratiche, ad ingigantire il suo potere.

Se vogliamo dunque che la Regione abbia una funzione veramente vitale in seno alla Nazione e serva soprattutto a correggere il sentimento più diffuso in Italia: l'avversione al Governo, occorre concepire questa riforma come la valorizzazione delle migliori forze regionali attraverso un nuovo rapporto con lo Stato; occorre dare alla Regione la potestà di legiferare in tutte quelle materie che rientrano nella sua amministrazione, in tutte quelle materie che riguardano il suo territorio.

Mentre la soluzione propugnata da alcuni partiti, che potrei chiamare «centralista», parte dal centro dello Stato, da dove si diffonde verso la periferia, la soluzione da noi propugnata parte dal Comune autonomo per passare alla Regione e quindi allo Stato. La Regione dovrebbe entrare nel nuovo ordinamento politico ed amministrativo come un ente avente caratteristiche, funzioni e diritti propri. Non ci dovrebbe essere un ordinamento regionale unico per tutte le Regioni, con gli stessi organi, le stesse funzioni. Fissati i limiti dell'azione dello Stato e i diritti che devono essere salvaguardati e tutelati dalle singole legislazioni regionali, dovrebbe restare compito esclusivo della Regione il modo di raggrupparsi e di governarsi. In tal modo le energie locali e quelle regionali in ispecie sarebbero valorizzate attraverso una nuova sintesi, attraverso nuovi rapporti con lo Stato, inteso come unità nazionale. In altri termini, non basta che si formi un ente chiamato Regione; occorre dargli anima e vitalità, perché diventi uno strumento di lavoro e di progresso nella vita regionale; occorre organizzare la Regione in modo che possa provvedere da sé, con i propri mezzi, al soddisfacimento dei propri bisogni.

L'onorevole Colitto ha fatto un'osservazione; egli ha detto: «Si crea la Regione e si abolisce la Provincia; ma così non si decentra, così si accentra».

È ovvio, onorevole Colitto; ma noi non desideriamo che la Provincia sia mantenuta. La Provincia deve essere abolita: soltanto così noi possiamo veramente decentrare.

Atterrisce la struttura federalistica dello Stato italiano, per la possibile disgregazione della tanto faticosamente raggiunta unità nazionale. Ma coloro che temono questa possibilità dimenticano che l'aspirazione ad una più libera vita regionale, sciolta dai troppo opprimenti vincoli accentratori, non ha alcuna manifestazione di separatismo antiunitario. Trattasi soltanto di aspirazione a sentirsi diversi nella Patria una. La mirabile stabilità politica e sociale propria della Svizzera non sta forse ad indicare come in quel paese sia stato possibile raggiungere un magnifico e perfetto equilibrio tra la libera vita cantonale e l'unità federale?

Si dice che il regionalismo implica gravi pericoli specie in un paese come il nostro ove le disuguaglianze economiche e sociali sono fortissime tra le varie Regioni e dove quindi lo sforzo del legislatore dovrebbe tendere a colmarle per evitare che esse degenerino nella resurrezione di staterelli rivali ed opposti.

E in questa conclusione empirica, la quale non oltrepassa la buccia delle cose, convengono anche i più ortodossi zelatori del Mezzogiorno, come per esempio l'onorevole Fausto Gullo e — credo — anche l'onorevole Colitto. Essi non sanno pensare ad altra soluzione all'infuori d'un dispotismo illuminato che agisca dal di sopra e dal di fuori. Essi non sanno uscire dal circolo vizioso d'un regime autoritario applicato alla loro terra come a terra di conquista, val quanto dire di un regime che il meridione ha subìto fin qui.

Ma come si possono colmare le disuguaglianze economiche con lo Stato unitario accentratore?

Qualcuno ha lamentato che l'Assemblea si è trovata dinanzi ad una pletora di richieste provenienti da Regioni le quali per il passato non avevano mai avanzato rivendicazioni regionalistiche; ma io ritengo che invece di lamentarsi bisognerebbe spiegare il fenomeno. La verità è che, quando i popoli sono liberi di manifestare la loro volontà all'infuori di qualsiasi compressione statale, essi sono presi dall'ansia di far rinascere i piccoli paesi, di proclamarne l'indipendenza, di fare rinascere la Regione, la piccola patria.

Il pericolo vero per l'unità della patria non sta nel riconoscere apertamente che le Regioni d'Italia sono diverse economicamente, politicamente e socialmente, ma nell'ostinarsi a non volere riconoscere queste differenze, nell'ostinarsi a voler governare allo stesso modo il Piemonte e la Sicilia, il Veneto e la Campania.

Versano in un grave errore coloro i quali sostengono che l'Italia è un Paese a struttura unitaria. Il nostro Paese è dotato di una grande varietà. Pochi popoli come il popolo italiano hanno da natura il dono di una grande varietà antropologica e psicologica. Questa grande varietà antropologica e psicologica del nostro popolo costituisce la sua bellezza fisica e potrebbe anche costituire la sua perfezione sociale.

La bancarotta dell'attuale regime unitario di fronte ai problemi regionali, dopo tanti anni di esperienza storica, mi pare non possa onestamente mettersi in dubbio. Nessuno può onestamente sostenere che la politica economica, la politica finanziaria, la politica doganale non abbiano operato un enorme spostamento di ricchezza da Regione a Regione. A questo punto dovrei, da meridionale quale sono, pronunciare parole amare. Ma io non intendo porre il problema in termini stridenti, perché, come ieri ho difeso l'autonomia della Sicilia, così oggi difendo l'autonomia di tutte le altre Regioni italiane. Noi siciliani amiamo la Sicilia di un amore profondo e sincero ed amiamo l'Italia dello stesso profondo e sincero amore.

Anche oggi, dopo i movimenti separatisti, dopo che la Sicilia ha ottenuto la sua autonomia, ancora oggi siamo costretti a notare che provvedimenti legislativi consumano delle enormi ingiustizie, non solo nei confronti della Sicilia, ma di tutto il meridione. Posso dare qualche esempio. La Sicilia ha dovuto esportare gli agrumi attraverso la ditta S.V.E.A. di Verona ed alcune organizzazioni milanesi, le quali, esportando prodotti siciliani, hanno ottenuto come contropartita le materie prime indispensabili alla ricostruzione delle province del nord. Nemmeno una piccola parte delle materie prime importate come contropartita è stata assegnata alla Sicilia. E poiché questa è la verità, bisognerebbe buttar giù la maschera. Vedremmo allora il ghigno beffardo di coloro che hanno sfruttato l'Italia meridionale e la Sicilia!

Bulloni. Che parole grosse! Smettetela con questo sfruttamento. Se andate a Milano vi troverete 300 mila siciliani!

De Vita. Alle ditte siciliane non è possibile esportare direttamente. (Interruzioni — Commenti).

Ma c'è un altro esempio: l'imposta di fabbricazione sui vermuth e sugli aperitivi a base di vino. È un'imposta in base a due gradi alcoolici; imposta apparentemente uguale tanto per il vermuth fabbricato con i vini meridionali quanto per il vermuth fabbricato con i vini settentrionali. Ma i vini settentrionali hanno una gradazione che non supera i 10 gradi, mentre i vini siciliani arrivano a sedici e diciotto gradi. Per fare il vermuth e il marsala con i vini siciliani spesso non è nemmeno necessario aggiungere due gradi alcoolici, mentre per fabbricare il vermuth ed il marsala con vini settentrionali bisogna aggiungere anche sei gradi di alcole. Perché l'imposta deve essere uguale? Non è questa una ingiustizia?

Ed allora, data questa situazione di fatto — che si può deplorare quanto si vuole, ma che non si può eliminare con le chiacchiere, con i rimpianti, con la compassione e con la filantropia, di cui non abbiamo bisogno — sorge un problema fondamentale: come eliminare questa sperequazione?, Con le leggi speciali? Coloro che concludono per l'affermativa, coloro che ritengono che si debbano adottare provvedimenti speciali, provvedimenti di favore per determinate regioni, aspettano il miracolo da un Governo provvidenza. Ma l'attuale struttura dello Stato, l'attuale regime politico non ci hanno dato che governi vampiro. Nessuno si è mai chiesto: da chi saranno fatte e votate le leggi speciali? Da chi ed in quali condizioni di ambiente esse saranno applicate? Questo è il punto sostanziale che costituisce lo scoglio contro il quale sono destinate a naufragare tutte le illusioni degli empiristi, tutti i tentativi degli uomini politici ortodossi. Invano si dirà che uomini di governo abili sapranno conciliare questi opposti interessi, sapranno orientarli verso il bene comune. Quale zelo potrebbe raccogliere, attorno a provvedimenti legislativi speciali per determinate Regioni, una maggioranza di individui che devono il loro mandato ad altre Regioni? Con lo Stato unitario accentratore, la maggioranza favorita voterà in perpetuo contro la minoranza aggravata. Noi riteniamo che la legislazione speciale sarà utile, sarà veramente efficace, allorquando sarà emanata da assemblee legislative regionali libere e sovrane per tutto quanto riguarda la materia della loro amministrazione. Ecco perché noi riteniamo che ormai è venuto il tempo di procedere a quel decentramento politico e legislativo dal quale l'Italia può attendere la sua fortuna.

E potrei terminare, se non ritenessi doveroso soffermarmi su alcune obiezioni di carattere generale sollevate dall'onorevole Einaudi e da qualche altro collega in ordine al progetto della Commissione. L'onorevole Einaudi ha rilevato che la determinazione delle competenze regionali non è stata sufficientemente meditata. Certamente non è facile distinguere gli interessi locali dagli interessi generali ai fini della determinazione delle funzioni e delle attribuzioni dello Stato e degli enti locali. Ma, a mio avviso, il problema non va posto soltanto in questi termini. Il vero problema è quello di conciliare i valori politici e democratici del governo autonomo, che sono essi stessi condizioni di responsabilità e quindi di efficienza economica, con i valori economici del governo in comune, che sono essi stessi condizione di vita democratica progredita. Tuttavia io ritengo che un valido apporto alla soluzione di questo problema può essere efficacemente dato da alcune considerazioni di ordine tecnico ed economico. Astrattamente, ciascun pubblico servizio ha una area di offerta che è di dimensioni economicamente ottime. Se noi riuniamo i pubblici servizi secondo questi criteri di economicità e secondo altri criteri, politici e sociali, possiamo ottenere l'area economica regionale.

È da tener, però, presente che, sebbene i progressi della tecnica premano verso una direzione ed un controllo unitari dell'impiego più proficuo delle risorse della collettività, tuttavia alcuni pubblici servizi non possono essere unificati, perché occorre per essi un contatto umano diretto, occorre che siano esattamente e sufficientemente valutate le particolari condizioni di determinate zone territoriali. L'onorevole Einaudi ha rilevato, inoltre, la incongruenza del sistema tributario, con particolare riferimento allo Statuto siciliano.

Mi consenta — non è presente l'onorevole Einaudi — che io faccia alcune brevi considerazioni al riguardo.

Tutta la storia della finanza italiana risente del contrasto fra l'accentramento statale e l'autonomia degli enti locali.

Già nel 1866 il Busacca e, successivamente, l'Errera, il Maestri ed il Conigliani rilevavano come, da una parte, lo Stato riversasse sui comuni quanto più era possibile delle sue spese e, dall'altra, togliesse quanto più era possibile delle loro entrate. È stata una esperienza veramente disastrosa. Da questa esperienza della finanza locale dipendente dalla finanza statale appare evidente la necessità di creare un ordinamento tributario regionale per una migliore perequazione del carico tributario, e per una maggiore efficienza tecnica del sistema stesso.

In base al principio per cui l'imposta deve seguire l'economia, ciò che sovrattutto si richiede ad un sistema tributario, che del sistema finanziario costituisce la parte più importante, è un grado massimo di elasticità, ben difficile da ottenersi col sistema unitario accentratore.

È evidente la necessità di tenere debito conto delle condizioni non solo economiche delle singole Regioni, ma anche delle tradizioni, dei costumi, delle caratteristiche delle popolazioni.

Soltanto in questo modo si potrebbe cambiare l'attitudine del contribuente nei confronti dell'imposizione, si potrebbe trasformare l'imposta, da onere prelevato colla forza, in contributo volonterosamente dato dal cittadino, accessibile al sentimento di solidarietà collettiva.

Malagugini. È un po' difficile.

De Vita. Questa può sembrare un'affermazione teorica. Ma io vi do un esempio.

Per dare un'idea del come la legislazione svizzera tiene conto non solo delle particolari condizioni economiche, ma anche delle caratteristiche e dei costumi delle popolazioni, vi dirò che l'imposta personale, che è applicata in quasi tutti i cantoni della Svizzera, varia da cantone a cantone e dal semplice testatico, applicato a tutti i cittadini senza distinzione di sesso e di nazionalità, va ad una speciale forma di imposizione sui cittadini di sesso maschile, cosiddetti attivi, cioè che fruiscono del diritto elettorale. Ma anche l'aliquota varia da cantone a cantone. In alcuni cantoni è molto forte, come nel cantone di Waadt, dove supera i mille franchi a testa. L'imposta sul patrimonio, la quale era applicata nella quasi totalità dei cantoni ed ancora costituisce la base fondamentale del sistema tributario di alcuni cantoni, è stata in numerosi cantoni sostituita dalla imposta sul reddito. Ma vi sono cantoni, come quello del Schwytz, onorevoli colleghi, dove non è stato finora possibile introdurre l'imposta sul reddito, perché la popolazione è contraria a questa forma di imposizione. Questa è vera democrazia, questa è vera libertà.

L'ordinamento della Svizzera è questo. Non mi dicano che la Svizzera non è un paese democratico; non mi dicano che in Svizzera la vita non si svolge secondo i principî della democrazia e della libertà.

L'imposta sul reddito varia da cantone a cantone e non soltanto per l'aliquota, ma anche per i criteri di progressività, di detrazione e di accertamento del reddito imponibile. Tali esempi dimostrano sino all'evidenza come in materia di imposizione l'uniformità di trattamento non soltanto non è una necessità inderogabile, ma è piuttosto l'espressione di un tradizionalismo eccessivamente egualitario ed accentratore; e come, d'altra parte, il criterio regionale risponde ai principî della logica, della pratica efficienza e del successo.

Ritengo pertanto che bisogna andare oltre il progetto della Commissione. Ritengo che da un punto di vista veramente razionale non ci può essere che una finanza regionale; soltanto così potranno essere soddisfatte le ragioni della equità e della giustizia.

Desidero chiudere questo mio discorso ricordando a coloro i quali combattono la Regione perché temono per l'integrità dello Stato, che la Sicilia, la Sardegna, la Toscana, le Marche, e l'Umbria mai arsero di tanto d'amore per l'unità della patria come negli anni sacri del 1859, 1860, 1861, quando erano ancora amministrativamente e politicamente distinte.

Allora, onorevoli colleghi, l'idea unitaria appariva bella e luminosa. Facciamo che questa idea appaia bella e luminosa, come allora, spoglia dei dolori che allora non si avvertivano. Manteniamo ferma e salda l'unità della Patria, la quale è talmente consolidata, che non teme alcun pericolo, ma togliamoci questa camicia di forza che costringe ad una uniformità di norme, di vita, di movimento, uomini e cose che hanno tendenze, costumi ed aspirazioni tanto diverse. Rendiamo omaggio alla natura ed alla forza delle cose; rendiamo omaggio alla distinzione nell'unità, alla differenziazione nella compagine dell'insieme. Le energie sopite si ridesteranno per un migliore avvenire della Patria nostra. (Applausi).

Presidente Terracini. È iscritto a parlare l'onorevole Binni. Non essendo presente, si intende che vi abbia rinunziato.

Il successivo iscritto a parlare è l'onorevole Codignola, il quale ha inviato alla Presidenza un telegramma con il quale prega di scusarlo per la sua assenza e di dargli modo di parlare in una delle prossime sedute. Accederemo al suo desiderio.

È iscritto a parlare l'onorevole Assennato. Ne ha facoltà.

Assennato. Onorevoli colleghi, il tema della Regione è stato trattato con tanta maestria da così numerosi colleghi, e per il mio Gruppo dall'onorevole Fausto Gullo con tanta dottrina e passione, che io inizio con una certa esitazione, preoccupato di porre limiti e confini al mio dire e di non percorrere la strada che è stata già da altri autorevolmente percorsa.

Porrò, pertanto, alcuni punti fermi, ai quali antepongo due obiezioni di carattere preliminare.

A me pare che sia sfuggito che il solo fatto di aver impostato il problema della Regione ha determinato alcuni significativi effetti. Appena infatti tale problema è stato posto, si sono prodotti effetti sui quali conviene intrattenersi. Uno di questi effetti è tale da far seriamente sollevare il dubbio sulla opportunità di insistere sulla creazione dell'ente Regione per lo meno nei termini del progetto. Molte province si sono risvegliate per rivendicare un diritto alla loro promozione a Regioni. Così è avvenuto nelle Puglie e nel Molise, in cui più di una provincia rivendica il diritto di diventare Regione autonoma, e financo l'onorevole Micheli pare che intenda estrarre dalla sua Emilia non so quale altra Regione. È questo — senza dubbi — un aspetto deteriore e degenerativo, non certo democratico, poiché la democrazia coinvolge e richiede espansione; per lo meno non è incoraggiante per una sana democrazia il risveglio di vanità e di meschine ambizioni locali.

Micheli. A quale provincia intende alludere: alla mia od alla sua?

Assennato. Lei può anche sorvolare sulla cosa, se non torna di suo gradimento, ma nessuno può nascondersi che la sola impostazione del problema regionale ha risvegliato rivalità ed ambizioni provincialistiche e che questo costituisce un effetto negativo. Vi è un altro effetto ed è che il numero degli oratori che hanno svolto o si propongono di svolgere intervento sul problema della Regione per la maggior parte è costituito da deputati meridionali. Ciò dà giusto motivo di ritenere che sia diversa la misura dell'interesse che il problema suscita nei rappresentanti politici: molto interesse, nel senso positivo o negativo, da parte dei rappresentanti politici del Mezzogiorno; nessuno o poco interesse, nel senso positivo o negativo, da parte degli altri rappresentanti politici. Sono questi due aspetti preliminari che ci devono preoccupare e mettere in stato di suspicione. La constatazione di tali effetti ci deve avvertire che vi è in questo problema, così come è posto dal progetto di Costituzione, qualcosa che svolge una funzione più retriva che progressiva, più, direi, di contenimento che di sviluppo degli impulsi democratici.

Pur tuttavia, a prescindere da queste che possono essere preoccupazioni preventive, che pur devono essere tenute presenti come orientamento, io mi terrò a tre quesiti di carattere fondamentale:

1°) se storicamente la Regione sia mai esistita nel Mezzogiorno come ente politico, come reggimento autonomo, poiché non possiamo pretendere di suscitare nelle coscienze del popolo quello che non vi è né per tradizione né per vocazione;

2°) se questa nuova istituzione, così come progettata, possa imprimere impulso democratico per accelerare il livellamento del progresso sociale, cioè per rendere più compatto e più unito tutto intero il corpo sociale della Nazione;

3°) se l'attuale struttura sociale delle Regioni del Mezzogiorno potrà essere modificata dall'ente progettato, e se potrà giovare al processo unitario il frazionamento della Regione pugliese.

Circa la prima osservazione, premetto subito che storicamente la Regione nel Mezzogiorno non è mai esistita, come reggimento politico autonomo. L'impulso popolare è stato più unitario che regionale: più volte espresso in forme tumultuose, vaghe ed incerte, la natura di questo movimento popolare è stato a tendenza unitaria, mai regionalistica.

Da quel grande ricettacolo di stirpi diverse che sono calate, come acque che calano nel fondo di un bacino, nel Mezzogiorno, da quella confusione di popoli diversi, pur tuttavia sono sempre partiti impulsi, specie dalle plebi rurali, di carattere unitario e se non si poté pervenire agli sviluppi che si raggiunsero nelle regioni del settentrione d'Italia, fu perché si trovò costantemente una barriera insormontabile che solo il volger dei secoli ha potuto dissolvere.

Bisanzio, già abbarbicata sulle nostre coste pugliesi, vi ritornò nell'800, rimanendovi per due secoli e diffondendo i suoi costumi ed i suoi riti nelle nostre contrade; pur tuttavia, il sentimento popolare della plebe rurale fu vivamente ostile agli occupatori bizantini, ed il popolo li odiò come odiò gli occupatori saraceni, e quando la plebe insorse per liberarsi dal potere bizantino, è vero che usufruì dell'aiuto iniziale dei Normanni, è vero che usufruì dell'appoggio di principi e della Chiesa, ma la rivolta esplose esclusivamente o prevalentemente per l'impulso dei ceti locali ed ebbe carattere unitario. Nella cacciata dei bizantini da Bari, vicino al nome di Melo da Bari si unisce quello di Arduino Lombardo.

Quando più tardi i saraceni si impossessarono di Brindisi, di Canne ed a Bari stabilirono il «sultano di Bari», gli storici dicono che le città pugliesi insorsero per impulso di popolo, moto che non assunse carattere regionale, ma carattere meridionale, manifestando cioè tendenza unitaria. Ed agli aiuti che alla insurrezione diedero i principi e la Chiesa si unirono quelli della repubblica veneta per la Puglia e delle altre repubbliche marinare per le altre regioni del Mezzogiorno.

Ed il moto popolare che infiammò le città pugliesi sorse non solo dal sentimento di indipendenza, dall'invasore ma anche e soprattutto dal sentimento sociale perché le plebi rurali accolsero l'aiuto dei normanni come liberatori anche dai grandi feudatari sostenuti dal Papato.

I Normanni riuscirono a dare solidarietà alla loro monarchia soltanto perché seppero rivolgersi alla forza della Puglia rurale, seppero cioè dare la certezza a queste plebi che esse potevano contare sul loro aiuto per difendersi dal prepotere dei principi feudali, sempre rivolti e tesi alle sollecitazioni che venivano di fuori dal potere papale. Ed il popolo sostenne i Normanni combattendo con essi contro il Papa Leone IX, che a capo di truppe proprie e tedesche venne sconfitto a Civitella.

E se la monarchia normanna decadde fu perché non avendo potuto evitare il risveglio della potenza feudale ad opera della Chiesa perdé l'appoggio delle plebi rurali.

Durante il suo reggimento la monarchia normanna divise il territorio del Paese non in Regioni, ma in Province, che chiamò «giustizierati», e cioè in terra d'Otranto, terra di Bari, terra di Capitanata, e quando quella monarchia decadde, e sopravvennero gli svevi, tale divisione del territorio venne mantenuta ferma attribuendosi al «giustizierato» il nome di «provincia», ecco perché questa si trova così radicata nella coscienza del popolo che appena è stato posto il problema della creazione della Regione con la soppressione delle province, ogni provincia si è fatta a pretendere l'elevazione a Regione.

Anche nel mezzogiorno l'interesse del popolo è stato sempre diretto verso il reggimento del governo comunale, e sia pure in circostanze storiche ambientali del tutto diverse e quindi con diverso sviluppo, pur tuttavia l'amore del popolo è sempre stato vivo per il proprio comune, ed anche ora è verso quella direzione che deve convergere tutta la buona volontà del legislatore per la più efficiente sua democratizzazione.

Consentitemi di leggervi un documento che mi è caro, perché ivi è contenuta, redatta da un frate, la storia delle vicende municipali del mio paese: Brindisi.

«Era fino a quel tempo — 1562 — stato confermato — scrive il monaco — che nella elezione di sindaco non si facesse differenza fra il nobile e il popolare, dell'uno e dell'altro ordine dei cittadini, secondo il modo che preferito aveva il Re. Insorse in quell'anno una nuova ambizione in ambedue le parti di appropriarsi di quel magistrato che era comune, e pretendevano i nobili che, essendo il sindaco capo della città, dovesse pigliarsi dal loro ordine come più degno e conveniente, e i popolari d'altro canto pretendevano che consistendo la maggior parte della città del numero loro, come era invero, doveva il sindaco prendersi da loro. Ma finalmente, nell'anno 1562, il collaterale consiglio vi pose silenzio, stabilendo che perpetuamente il sindaco si dovesse eleggere un anno dai nobili e due dal popolo. Nonostante il predetto decreto, hanno tentato sempre i nobili di intorbidare le acque a loro pro, per ottenere l'alternativa in detta elezione».

«Ma questa — ammonisce il monaco — è stata cagione di maggiormente trincerarsi e fortificarsi da parte dei cittadini per il mantenimento del loro possesso».

Sono passi di cronaca che rivelano il tradizionale attaccamento del popolo verso la propria istituzione comunale, cioè il suo istinto di democrazia, e d'altra parte la tenace pretesa degli abbienti, dei privilegiati di ogni secolo, di tenere soggetto il popolo e le sue istituzioni, ossia il loro istinto antidemocratico.

Queste nostre popolazioni rivierasche, che tante invasioni e distruzioni han subìto nei secoli ad opera di razze e genti diverse venute dal mare, dopo che di esse si furono liberate, intrapresero rapporti di traffici così intensi che molte città pugliesi si strinsero in patti con le città della sponda opposta, e piace citare il patto intercorso, per esempio, fra Barletta e Ragusa, testualmente definito di «mutuo affetto». E che ciò non debba attribuirsi all'origine veneta delle popolazioni dell'altra riva, consentitemi di documentarlo con altro passo della citata istoria: «Dispose il principe che nel governo della repubblica brindisina queste tre nazioni avessero luogo e che il greco, lo schiavone e l'albanese potesse subentrare negli onori del magistrato e del governo... Ora dirò che la repubblica è governata da 15 deputati, così come sono chiamati gli eletti, e un sindaco, dei quali tre fossero gli uditori. E nel numero di otto vi fossero due della nazione greca, albanese o schiavone».

Ho citato tanto perché l'esperienza mi ha dato modo di constatare la permanenza di tale sentimento fra le popolazioni pugliesi: circa un mese fa, trovandomi a Mola di Bari, cittadina di pescatori e contadini, riferii in piazza il saluto che un deputato della repubblica jugoslava dal suo parlamento aveva mandato al «piccolo mondo dei pescatori e marinari pugliesi o chioggioti». L'applauso che coronò la fine della citazione mi manifestò chiaramente la permanenza degli antichi sentimenti, contro i quali vanamente ora si vanno appuntando i risorgenti sentimenti nazionalistici.

Sentimento di indipendenza territoriale e sociale, impulso unitario, attaccamento al governo della casa comunale, amore tradizionale per la propria provincia, tradizione di affetti con le popolazioni dell'altra riva, questo si riscontra nella storia delle popolazioni pugliesi; manca qualsiasi traccia di reggimento politico in forma regionale. La progettata Regione non trova nel popolo né uno stato di invocazione per tale istituzione né nella sua storia nulla che possa paragonarsi a coscienza di una tradizione.

Può in tali condizioni deliberarsi una riforma?

Vincenzo Cuoco ammonisce che ogni politico, ogni governante, ogni uomo di responsabilità, prima di disporre nuove riforme deve «conoscere ciò che tutto il popolo vuole e farlo: allora il popolo seguirà: distinguere ciò che vuole il popolo da ciò che vorreste voi». Fuori dalla tradizione o dalla coscienza popolare non vi è che lo schema intellettualistico e cioè la sovrapposizione della volontà propria, il che non appare un felice esordio di democrazia.

Lussu. Ieri mi è arrivato l'opuscolo sui lavori di un convegno nel Mezzogiorno con l'adesione anche...

Assennato. Aspetti, onorevole Lussu: può darsi che non l'abbia ricevuto soltanto lei.

Secondo punto: se questo ente Regione, considerato così come è formulato nel progetto del quale si discute, se questo ente Regione dunque può imprimere un impulso democratico.

Non v'è dubbio che ognuno che si occupi di questo problema, che partecipi a questa discussione, non si ispiri al proponimento di favorire, di rendere più agevole il progresso della democrazia, di far sì cioè che il sentimento democratico si svolga sempre più ampiamente e uniformemente fra le popolazioni del nostro paese.

Per me è molto dubbio che l'istituzione dell'ente Regione, così come è formulata nel progetto, possa produrre questo effetto ed imprimere questo impulso. Io non mi permetterò di accusare i colleghi del Partito repubblicano storico, di peccare di acrisia storica, ma a me pare che il collega De Vita con eccessiva disinvoltura abbia accennato al fatto che l'istituto Regione come ente politico sia stato rivendicato nel Risorgimento, per legittimarne ora l'attuazione.

Non v'è dubbio che quella sia l'origine, ma non è certo sufficiente la sola nobiltà dell'origine di un pensiero per pretenderne l'attuazione dopo circa un secolo.

In quell'epoca la creazione dell'ente Regione rispondeva ad una duplice necessità. Una di carattere «tattico»: tutti coloro che si sentivano attaccati alle tradizioni dei vecchi staterelli, pur sensibili all'influsso della nuova idea, l'unificazione, ne erano trattenuti temendo di perdere questa loro autonomia in un'Italia unita. A sospingerli nel processo unitario molto contribuì la convinzione che in un'Italia unificata quelle autonomie sarebbero state conservate con la ripartizione del territorio in Regioni.

L'altra necessità fu d'indole strategica, sostanziale; cioè fu dettata dal proposito di premunirsi, con la creazione dell'ente politico Regione, dal pericolo dell'espansione del Piemonte, ossia dall'unificazione sotto la forma di piemontesismo.

La creazione dell'Ente Regione, con i poteri legislativi attribuiti dal progetto e con la soppressione della provincia, manifesta la volontà di creare condizioni tali da evitare quel male; ma essendosi esso verificato, e in tutta la sua estensione e con tutti gli effetti disastrosi che sperimentiamo e scontiamo, non si può più pretendere l'applicazione di un'istituzione che fu concepita come avente funzione preventiva; è inutile proporre ora, dopo la verifica del danno, quel vecchio congegno che doveva parare quel pericolo in quel momento.

Occorre invece fissare meglio l'attenzione sulle cause che allora fecero temere l'espandersi del piemontesimo, della conquista regia.

Una volta ben identificate le cause, il rimedio lo si troverà facilmente nell'aiutare quelle forze di difesa, quelle forze sane che durante il decorso della malattia il Paese abbia spontaneamente prodotto. E a identificare quelle cause più che una dissertazione vale un documento che tutto esprime e riassume: in una istruzione segreta del 12 febbraio 1859, dal conte di Cavour mandata al La Farina, è fermato il germe del male di cui abbiamo sì a lungo patito.

Scriveva il conte: «bisogna ordinare le agitazioni in modo che l'avvenire rimanga intatto, che si fondi più sopra idee di nazionalità e di indipendenza che sovra principî di libertà».

Le istruzioni segrete palesano il volto e manifestano le intenzioni più che mille discorsi al Parlamento: per il conte di Cavour l'unità doveva significare soltanto unificazione territoriale, ma non già emancipazione del popolo nella libertà. L'unità siffatta equivarrà ad unità in senso di superficie, di separazione di confini da altri popoli, ma non già in senso di profondità e cioè di una sempre più progrediente compattezza ed uniformità di tutto il corpo sociale; non si volle cioè che la libertà facesse dei vari e molto separati strati sociali un amalgama, il più omogeneo. Non si volle cioè la libertà.

Passano gli anni ed i decenni ed in questo stesso Parlamento un uomo — l'onorevole Grippo — che pure aveva grandezza di ingegno e larga preparazione — quando nelle piazze di Andria e in quelle di Minervino, come in Sicilia, si spargeva sangue sotto la cavalleria regia, egli, espressione vera della classe dirigente che pur si nomava liberale, ripeté apertamente quanto il Cavour segretamente aveva confidato al La Farina: «siamo pronti a sacrificare la libertà all'unità», illuso che libertà e unità fossero due cose diverse l'una dall'altra. E quando più tardi, nel 1919, il Paese poteva avviarsi alla conquista della libertà, in un primo tempo sacrificata per la indipendenza territoriale e in appresso sacrificata nuovamente per una mala intesa unità, la classe al potere fece ricorso a una pretesa grandezza imperiale per reprimere nel popolo il suo mai spento anelito alla libertà, cosicché Mussolini spudoratamente si dié vanto di esser pronto a passare col suo cocchio trionfante sul cadavere della libertà.

Come infatti avvenne.

L'attuale sfacelo quindi trova la sua causa nel lungo permanere nella vita del Paese di quell'originario germe di illibertà che di proposito non si volle espellere dal suo corpo, ed a salvarlo non può ora valere un rimedio ormai superato e fuori dalla coscienza del popolo, quale è l'Ente Regione, così come progettato, con l'abolizione della Provincia.

Fuschini. Non c'è nemmeno la coscienza, dello Stato.

Assennato. Non bestemmi.

È certo che ci vuole buona volontà perché sia possibile comprendere nuove situazioni e disincantarsi da affezioni e tradizioni intellettuali, ci vuole buona volontà perché si possano abbandonare antiche posizioni, ma è necessario scavare nella realtà per scoprire che il male risiede non nella forma costituzionale ma nel dislivello, nella diversità tra il modo con il quale la trasformazione sociale si verificò nel nord e quello col quale essa si verificò nel sud.

L'onorevole Cicerone nel suo discorso ha parlato della vita italiana nel Mezzogiorno prima del '99 in termini presso che nostalgici, attribuendo la rovina di quella per lui invidiabile vita, alle nuove idee, quelle ultramontane, che a suo dire avrebbero sconvolto il progredire civile del Mezzogiorno. Io non so donde l'onorevole Cicerone abbia attinto i motivi di questa sua estasi borbonica, può darsi che il fascino, che il sorriso delle gote regali lo abbia stregato e reso dimentico della sua modesta origine contadina, ma io gli voglio ricordare che senza il '99, senza le leggi reversive della feudalità, è assai probabile che oggi egli non si troverebbe qui a laudare il malo tempo antico, ma starebbe a grattare la terra arsa in quel di Foggia, a maggior vanto e dovizia delli Signori.

Il fatto è che a prescindere dalle affezioni intellettualistiche e da atteggiamenti personali più o meno snobistici, la questione della Regione va impostata sulla diversità del processo di trasformazione sociale fra il nord ed il sud, diversità molto bellamente illustrata fin dal 95, dall'onorevole Nitti in una sua relazione esposta a Firenze. Egli illustrò convenientemente che mentre le nuove idee riuscirono ad espandersi pacificamente nelle regioni settentrionali, nel Mezzogiorno invece trovarono viva resistenza e poterono entrare soltanto a prezzo di sangue, lasciando sopravvivenze feudali che hanno impedito nel Mezzogiorno il rapido formarsi di una borghesia imprenditrice, resistenze che purtroppo perdurano. Quod deus avertat!

Che le idee nuove mai più entrino nel Mezzogiorno sotto quella forma: allora vennero vituperati ed esecutati come negatori e traditori della Patria quelli che la Patria oggi rispetta e venera: e fu consumato delitto infame, perché gli uomini che propugnano idee nuove di libertà non possono mai essere contaminati da nessun contatto, traducendo e rivendicando essi i bisogni più profondi e le speranze sempre deluse dei popoli.

Gli effetti di questa originaria discordanza nel progredire sociale fra nord e sud, permangono in massima parte avendo gli agrari del Mezzogiorno consentito alla classe capitalistica del nord piena libertà di prosperare all'ombra del protezionismo statale per ottenere in cambio aiuto e sostegno a vegetare nella loro arretratezza, dimentichi così che quel progredire in buona parte del nord veniva a pesare sullo sviluppo del Mezzogiorno.

E se il dislivello nel tempo si è andato attenuando gli è che nel corso del processo storico il premere delle forze nuove più sviluppate nella parte avvantaggiata del Paese, ha potuto attraverso lo Stato unitario espandersi in tutto il Paese, sicché i ceti popolari del Mezzogiorno a giusta ragione sentono che è soltanto attraverso lo Stato unitario che possono avanzare verso la democrazia.

In tale situazione voler creare l'ente Regione con gli ampi poteri legislativi e finanziari attribuiti dal progetto, significa in realtà isolare le regioni del Mezzogiorno e impedire il libero fluire ed espandersi in esse, attraverso lo stato unitario, del flusso democratico sempre più premente e convergente sullo Stato.

E questo timore non deve essere valutato in funzione del Settore politico da cui parte, perché è un timore espresso anche da eminenti esponenti della vecchia classe dirigente, quali il Fortunato, che nella istituzione della Regione autonoma con soppressione delle province, previde «la certezza di vedere accrescere da per tutto i guai di oggi, e l'infeudamento e il prepotere delle consorterie locali e il loro iniquo procedere in tutte le manifestazioni della vita amministrativa».

E per quanti sostengono che con la creazione dell'ente Regione si potrà pervenire alla riduzione dell'intervento dello Stato, valga anche il monito di Giustino Fortunato, non certo sospetto di statolatria. Egli ammonì: «Tutto il moto della civiltà presente, piaccia o dispiaccia a individualisti e liberisti, tutta la vita politica della società moderna conduce fatalmente ad una estensione sempre maggiore e sempre più larga della funzione dello Stato».

Ed è monito che per il suo pulpito deve far stare pensosi quanti, dopo tanto scorrere di tempo e di amarezze, si illudono di rinverdire individualismo e liberismo.

I locali potentati agrari che finora hanno sempre subìto quel tanto che la democrazia ha ottenuto agendo attraverso lo Stato unitario, soltanto essi saranno lieti di sottrarsi e di creare argini, attraverso l'autonomia dei governi regionali, al fatale progredire della democrazia, e per conseguenza il faticoso processo di livellamento delle disuguaglianze tra Nord e Sud subirà, se non un arresto, un rovinoso rallentamento.

Terzo punto: se l'attuale struttura sociale delle regioni del Mezzogiorno potrà essere modificata in senso democratico dall'Ente regione progettato, e se potrà giovare al processo di unificazione sociale il frazionamento della regione pugliese.

Prendo ad esempio due paesi, due cittadine della provincia di Bari. Gravina: ettari 30.396 coltivabili; 149 aziende da 20 a 100 ettari per 6.696 ettari; 55 aziende che comprendono 16.310 ettari, sicché il 50 per cento del territorio appartiene a 55 individui, 20 per cento a 149 individui; dei 30.000 ettari 22.000 ettari sono riservati a 149 aziende, e ove si pensi che vi è qualcuno che ha più di una azienda, che non esistono aziende sociali e che molti hanno anche larghi possedimenti in altri territori, si deve constatare che più del 75 per cento è in mano a meno di 149 persone.

Altro paese: Gioia del Colle: ettari 17.745: 145 aziende da 20 a 100 ettari per 5.800 ettari; 25 aziende da oltre i 100 ettari per un totale di circa 4000 ettari; su 17.000 circa 10.000 ettari sono in mano soltanto a 170 persone.

Non si tratta di paeselli: Gravina ha circa 30.000 abitanti, e ancor più popolosa è Gioia del Colle. La maggior parte vive nell'agricoltura, nel senso che lavora, suda, soffre la fame e quando si è mossa per rivendicare un diritto ha sempre trovato dapprima i mazzieri con a capo De Bellis, poi gli squadristi, quelli che assassinarono Di Vagno perché rivendicatore dei diritti dei contadini, ed ora trovano tentativi o speranze in un risorgente squadrismo. Ma quei 149, quei 170 privilegiati sfruttatori collezionisti di eredità non si illudano (Interruzioni dell'onorevole Russo Perez) di riuscire a rinverdire lo squadrismo, perché se i contadini non conoscono i canoni della storiografia, hanno però appreso dalla troppo lunga e sanguinosa esperienza la necessità di esser decisi nell'impedire ad ogni costo che quella triste storia debba mai più ripetersi.

Voi che protestate, ascoltate, collega Russo Perez. Ad Andria, i contadini che sono stati malfamati come rivoltosi e sanguinari sono i più pazienti e i più calmi i più coscienti e i più contenuti. Ascoltate! Essi, col consenso del Prefetto, hanno lavorato in una masseria di proprietà della Provincia che non aveva somme per i rinnovamenti, ed hanno lavorato disciplinatamente a turno una settimana su quattro. L'onorevole De Gasperi può testimoniarlo: io sono andato a sollecitare perché si inviassero fondi alla prefettura, ma si deve ancora pagare — dopo un mese — l'ultimo terzo dei salari, giacché per i primi due terzi su mia sollecitazione l'onorevole De Gasperi provvide a far tenere alla Prefettura i relativi fondi.

Ebbene, quei contadini, dopo aver tanto lavorato, si sentono frodati dallo Stato, perché attendono ancora i loro salari per un importo complessivo di 13 milioni, e l'ineffabile Scelba ha dichiarato di non voler dare un soldo, giacché non trova regolari ma abusivi, perché non autorizzati formalmente, i lavori eseguiti.

Quei contadini attendono che il Ministro democristiano ricordi che fra i peccati mortali v'è quello di frodare la mercede all'operaio.

Infinitamente pazienti: vi sono tre cittadine, tre macchie vergognose della nostra civiltà: Matera, Gravina, Andria.

La maggior parte della popolazione lavoratrice di Matera vive stipata nelle grotte tufacee, in uno sprofondamento detto il Sasso, quella di Gravina ammassata in grotte tufacee nei margini di un burrone detto Fondo Vico, quella di Andria nelle grotte di uno sprofondamento detto Sant'Andrea; tutti in condizioni inconcepibili come abitazioni, come ricetto di esseri umani.

Queste popolazioni sono stufe di essere oggetto di visita di studiosi e di turisti, tutte, queste, persone di buon cuore che si inteneriscono fino alle lacrime nel vedere tanta miseria, ma tutte persone di debole memoria perché appena fuori se ne dimenticano.

La ragione di Fondo Vico, le Grotte, e il Sasso, è che intorno a Gravina, Matera, Andria vi sono troppe masserie in poche mani. Troppe masserie in provincia di Lecce nelle mani di un Tamborrino, troppe collazioni di eredità nelle mani di un solo Grassi, e quei cognomi che il neo Guardasigilli mano a mano aggiunge al proprio come grani in un rosario, non rappresentano soltanto parole o blasoni ma tanti pezzi di Puglia che vanno ad aumentare la propria collezione. Troppe masserie in provincia di Brindisi nelle mani di un Dentice di Frasso, troppe nelle mani del marchese Granafei, troppe nelle mani di un marchese Zeuli o dei Ceci ad Andria, del marchese Tripputi a Bisceglie e dei Petrilli a Lucera.

Sono tutti costoro degli sperticati difensori della personalità umana, tutti liberali o qualunquisti o democristiani di parte destra, e tutti dimentichi che la acquisizione per successione rappresenta l'aspetto più negativo ed umiliante della personalità umana: orbene costoro, i loro avvocati, professori, i loro politici insomma, nulla tralasceranno di intentato perché l'ente Regione diventi strumento di difesa dei loro interessi contro il progredire delle riforme: l'ente Regione così come progettato lascia ampia possibilità o di aperta opposizione e di resistenza ed ostruzionismo.

I poteri politici, i poteri legislativi attribuiti a Regioni aventi siffatta struttura sociale costituiranno ostacolo al libero fluire della linfa democratica, perché gli agrari, nobili, nobilastri, antichi o neo ricchi che siano, ai quali vanno aggiunti tutti i loro «perniciosi curiali» (come li chiama Nitti) hanno accumulato troppa tradizione di frodi, intrighi e violenze, troppa inciviltà, per non sentirsi tentati, come già avvertono, di fare nuova esperienza, protetti dalla limitatezza di una vita politica regionale che confidano di dominare agevolmente. La struttura sociale delle Regioni del Mezzogiorno è tale che è aberrante sperare che la creazione dell'Ente Regione, come progettato, possa contribuire alla soluzione delle difficoltà sociali.

Le difficoltà stanno nel dislivello che si perpetua, nei residui feudali che ancora permangono, nella perdurante tendenza degli agrari a trovare aiuti, suggestioni in eventi che possano tenere impegnato il paese in altre vicende; tengono ben tese ora costoro le orecchie per stare in ascolto se a conferma dei loro privilegi non abbiano a verificarsi certi eventi, e sospirano e fan quanto è in essi perché ciò si avveri, e i loro scribi e corifei ripetono suoni che vengono da lontano, e tutti nostalgicamente sperano che chissà, fra un mese o un altro, non venga tempo che si possa ripetere la volgare strofa:

Viva lu Papa Santu

ch'à mannato li cannoncini

pé ammazzare li giacobini!

Viva la forza e Mastro Donato

Sant'Antonio sia lodato!

Non vi è nulla di più sinistro di questa attesa e incitamento a rivolgimenti internazionali per consolidare un vacillante dominio e prepotere.

Non è nell'ente Regione, e di quel tipo, la soluzione della malattia.

Mi duole osservare al collega repubblicano che mi ha preceduto, onorevole De Vita, che è del tutto superata l'impostazione contabile della questione. L'affermazione che la Regione è necessaria per evitare che il Mezzogiorno continui a patire un trattamento fiscale ingiusto e un'ingiusta distribuzione di fondi per lavori pubblici, non può più reggere dopo che gli studi del Nitti sono stati discussi e brillantemente smentiti proprio dal repubblicano Ghisleri: non è una partita contabile quella del Mezzogiorno, ma una questione politica nazionale.

Mi consenta il collega di segnalargli che è in errore lì dove lamenta che il Governo ora dimissionario, perché espressione di Stato unitario, non avrebbe favorito l'esportazione degli agrumi in Cecoslovacchia in compensazione di marmellate, per proteggere l'industria conserviera.

È proprio in collaborazione con il repubblicano onorevole Chiostergi, che io ho favorito quello scambio superando ogni difficoltà, appunto per agevolare la esportazione dei prodotti dalla Sicilia.

No, no, non è lì, nella Regione, la soluzione.

Il collega ha posto la questione in termini contabili. Molto saggiamente ha rilevato l'onorevole Gullo che non è su quella via che si risolve il problema. Non è da vedere quante tasse abbia assorbito lo Stato dalle regioni del Sud e quante ne abbia pompato dal Nord.

Nei lavoratori del Mezzogiorno si è risvegliato un senso di solidarietà che circola per tutta l'Italia, fluisce in tutte le contrade: ogni contadino avverte ormai di poter avere con sé tutta la plebe italiana, gli uomini delle officine e dei campi di tutta Italia. Questo preannunzia la vera unità. L'unificazione non si ha soltanto nel territorio, ma la si raggiunge con l'appianamento dei dislivelli sociali fra le varie Regioni, e questa è l'unità che porterà alla emancipazione. Non bisogna creare barriere e filtri per impedire il libero scorrere di questa linfa democratica: lì dove essa scorre libera in tutto il corpo sociale del paese, la vita da stagnante e retriva riprende corso franco e spedito: non l'assenza della ripartizione politica regionale rese possibile il fascismo, ma l'insufficiente solidarietà fra i lavoratori del Settentrione e quelli del Mezzogiorno, e il nostro compito non sta nel ripetere tentativi dei nostri nonni, ma nel creare le condizioni perché questa unità e solidarietà si cementi sempre più e divenga condizione e fondamento del progredire del nostro Paese. Nuovo risorgimento non può nomarsi il rappezzamento delle falle del primo, ma il raggiungimento di una più forte e composta unità, quella sociale, rimedio che spontaneamente il Paese ha già espresso dal suo seno. Qualora si elevino le Regioni ad enti autonomi con poteri legislativi, come è nel progetto, si avrà che per la struttura sociale di molte di esse, il processo verso il livellamento, verso la sincronia del progredire sociale generale, subirà un colpo d'arresto, ed è per tale ragione che noi ci opponiamo all'approvazione del progetto.

Potrà giovare al processo di unificazione sociale il frazionamento della Regione pugliese?

A me sembra che dalla semplice impostazione dell'interrogativo scaturisca naturale la risposta negativa.

In una civiltà caratterizzata dall'espansione e cioè dalla progrediente fusione e unificazione anche fra unità più ampie e diverse, costituisce fenomeno deplorevole la pretesa di disarticolare piccole Regioni per crearne altre più piccole. Storicamente la Puglia è sempre stata quella che è, ed è sempre stata indicata come tale. Ricordo a me stesso che nell'epoca in cui i pugliesi godevano pessima reputazione per valore bellico e per amore della verità, Federico II si portò a Brindisi per lusingare quegli abitanti, quali pugliesi, dichiarando che egli si sentiva fiero del suo titolo di Rex Apuliae.

Da Federico in poi non vi è notizia di nessun avvenimento storico che abbia determinato una scissione tale da escludere la qualifica di pugliese agli abitanti di Brindisi, Taranto o Lecce. È ancora da ricordare che Federico, avendo appreso che le popolazioni pugliesi e lucane avevano proposte e lagnanze da sottoporgli, convocò in Corte generale a Gravina tutti i rappresentanti delle province pugliesi e lucane, il che conferma, non solo la unità della Regione pugliese, ma anche l'interdipendenza tra questa e la Regione lucana, interdipendenza che anche di recente tutti abbiamo constatato nei lavori per la costituzione dell'Ente dell'irrigazione.

Ai lavori partecipammo tutti i rappresentanti politici pugliesi e lucani sotto la presidenza dell'onorevole Nitti, che dolcemente, ma con fermezza, richiamò il suo «caro Reale», che pretendeva per la Lucania la creazione di un altro e apposito Ente di irrigazione. Sorte che capitò anche all'onorevole Stampacchia, che pretendeva la creazione di un altro e apposito Ente per il Leccese, e ciò per la progettata Regione del Salento.

Il problema regionale lusinga e sollecita la mente di alcuni intellettuali che in esso riversano un esagerato amore per la loro città provinciale; ma i lavoratori, ed è questo quel che conta, non avvertono nella loro coscienza il problema regionale e tanto meno della suddivisione regionale.

I contadini pugliesi han sempre chiesto e chiedono terra: chi è stato nella mia Regione avrà visto che essa è tutta percorsa, sia nella zona murgiosa che piana, da una rete di muretti a secco.

Quei muretti a secco, che vanno dal Gargano al capo di Leuca, rappresentano lo sforzo di generazioni di contadini che — curvi su quella terra nei secoli — l'hanno epurata dando terra, prodotti e ricchezza agli altri, pietra a se stessi.

I muretti a secco, monumento imperituro che i lavoratori si sono eretti, più che di pietra son fatti d'ossa, perché quei contadini son sempre morti di fame nutrendosi appena di buccie di mellone o di pomodori sfatti. Tutta raccolta nella rete di quei muretti, resa feconda dal sacrificio dei suoi figli, la Puglia è una.

Più piccola sarà la Regione, più forte sarà la prevalenza degli agrari: lo ricordino questo il compagno Stampacchia, che sostiene il Salento, il compagno Fioritto che sostiene la Daunia. Nei lontani decenni, voi Stampacchia e Fioritto, col compianto Carlo Mauro e con Altro, dal nome caro che non posso pronunciare perché ne porto il nome e il sangue, e con voi superstite di tante battaglie, seguendo l'esempio animatore di Nicola Barbato e di Canio Musacchio, spendeste nobilmente la vostra giovinezza per dare coscienza e libertà alle plebi rurali pugliesi: non vi era allora che un solo proposito, quello dell'unione di tutti i lavoratori pugliesi.

Perché ora scindervi? Chi trarrà profitto da tale vanità? Una provincia arretrata può trarre vantaggio d'impulso democratico dall'appartenenza a una Regione ove concorrano province più progredite e fortunate: sola, elevata a Regione, resterebbe nello stato di arretratezza.

La Puglia è una e va dal Gargano a Leuca, e la Regione è una innovazione accettabile soltanto come ente di coordinamento fra le varie province perché ormai la vita è diventata più intensa, i lavori pubblici non si possono più condurre nell'ambito del comune e non si possono amministrare e contenere nell'ambito della provincia; è necessario un coordinamento, non di più. Niente potere legislativo e niente abolizione della provincia, perché non si deve mai distruggere quel che è radicato nella coscienza del popolo. In tale direzione l'ente Regione, così profilato, potrà svolgere opera utile; ma non sbarrate con artificiose autonomie il libero fluire della linfa democratica nel corpo tuttora sofferente della Nazione.

Non calzate con disinvoltura il coturno delle autonomie locali: potreste trovarvi a calpestare la libertà con scarponi ferrati. Non abbiate timore se il contadino alza forte e nudo il suo braccio: è gesto non di minaccia né di violenza, ma di confidenza nell'unità della Patria, che va compresa non solo in termini fisici di geografia, ma anche e soprattutto in termini umani di libertà e compattezza sociale.

Lasciate che il lavoratore stenda la sua mano benefattrice e sempre benedicente: egli solo può accorrere con piena passione e franco cuore a sanare le ferite della grande tormentata, della gran madre comune, Italia. (Applausi).

Presidente Terracini. È iscritto a parlare l'onorevole Abozzi. Ne ha facoltà.

Abozzi. Onorevoli colleghi, avrei rinunciato a parlare se non fossero in giuoco, in duro giuoco, le sorti della Sardegna, se non sentissi il preciso dovere di sfatare una leggenda pericolosa tra quante se ne possono narrare in terra sarda: la leggenda che tutti in Sardegna sono autonomisti, dal bambino che vagisce al vecchio che rantola. E questo non è vero. Voi potete anche credere che io esageri per difetto, come si può credere che l'onorevole Lussu esageri per eccesso; ma in quest'Aula si è levata una voce libera, la voce dell'onorevole Grazi. Grazi conosce perfettamente la Sardegna ed è stato nostro ospite stimatissimo per anni e anni. Egli ha detto che i sardi sono indifferenti al problema dell'autonomia regionale, anche se è vero che in Sardegna esiste un partito autonomista.

Io parlerò contro l'Ente Regione ed a favore di un decentramento che consenta quel tanto di autonomia che si può ragionevolmente pretendere. L'onorevole Tessitori, polemizzando con i sostenitori del decentramento amministrativo (decentramento nel senso classico della parola), disse che in Italia si è parlato di decentramento dal 1860, ma che non se ne è fatto niente. Mi permetto di rispondere all'onorevole Tessitori che di questo non si può far colpa all'idea: se fosse buona rimarrebbe buona, anche se gli uomini non hanno saputo o potuto attuarla. E aggiungo per debito di giustizia che se l'idea dell'ente Regione fosse buona, tale rimarrebbe anche se la Costituente non l'approvasse.

Ma il problema non va messo in questi termini. Il problema è questo: quale delle soluzioni, la più mite (decentramento) o la più radicale (ente Regione) è accolta dalla coscienza pubblica? Quale delle due soluzioni, la più mite o la più radicale, si adatta al momento politico ed economico attuale? Questo il problema. E quanto al rigurgito di carte dalla periferia al centro, di cui parlava l'onorevole Tessitori, rigurgito che è caratteristico dello Stato accentratore, io vorrei dire che le carte continueranno a correre, e la Regione non farà risparmiare un solo soldo di carta. Continuerà a correre dalla periferia al capoluogo, invece che a Roma: il viaggio sarà più corto, ma questo solo è il vantaggio.

L'onorevole Tessitori disse ancora che una delle categorie di persone che più si oppongono all'ente Regione è composta dai paurosi, dai timidi, forse avrebbe voluto dire dai vili, da quelli che temono il famoso salto nel buio; e uso un paragone che è stato già rilevato dall'onorevole Preti: se un uomo attendesse la perfetta sistemazione della sua posizione economica per prender moglie non la prenderebbe mai. Io sono d'accordo con l'onorevole Preti nel ritenere che se un uomo ricco di un cuore e di mezza capanna vuole rompersi l'osso del collo, è padrone di farlo; ma quando si tratta delle sorti della Nazione, allora la prudenza s'ha da chiamar prudenza e non sono lecite quelle esperienze, che gli uomini di scienza chiamano esperienze «per vedere».

Ma, ribadisce l'onorevole Sullo, anche per la Repubblica si temeva il salto nel buio, e la Repubblica è un fatto. L'analogia non regge, perché sul problema istituzionale si è pronunciato il popolo, ed il popolo non si è pronunciato sulle autonomie regionali. Né si dica che l'Assemblea è il popolo: l'Assemblea rappresenta il popolo, ma non è il popolo, e non vi è un solo deputato di questo mondo che possa credere che l'elettore abbia detto di sì a tutti i punti del suo programma. Ricordiamo quello che è accaduto in Francia: i deputati hanno detto sì e gli elettori hanno detto no.

Se la Democrazia cristiana credesse di aver raccolto i numerosi voti che ha raccolto per il suo programma autonomistico...

Uberti. Anche per quello.

Abozzi... sbaglierebbe di grosso: li ha raccolti perché voleva essere un partito di centro, fondato sulla morale e sulla religione di Cristo. Ecco perché gli elettori hanno votato.

Una voce al centro. Hanno votato per un programma.

Abozzi. Gli autonomisti in Sardegna hanno votato per il partito sardo di azione che è un partito autonomistico, e gli autonomisti hanno avuto nella migliore ipotesi 78.543 voti su 463.736 schede valide: poco più di un sesto. Ho detto nella migliore ipotesi, perché in Sardegna i risultati non rappresentano la forza reale dei partiti: si vota l'uomo; i risultati rappresentano la forza reale del partito accresciuta delle forze dell'uomo.

Lussu. Avete fatto tutti gli autonomisti, tutti i partiti hanno fatto gli autonomisti e ci avete assassinato.

Abozzi. Non è esatto. Ti dirò poi quale è la nostra autonomia. La prudenza, quella che io chiamo prudenza e che l'onorevole Tessitori vorrebbe chiamare viltà, è tanto più doverosa in quanto anche l'onorevole Nitti, denunciando i gravi pericoli dell'autonomia regionale, ha usato, non parole, ma cifre. E le cifre non si discutono, le cifre prevarranno sempre contro la povera logica umana, che conclude da parola a parola, tanto più quando la parola è questa: autonomia. Parola equivoca, non univoca; parola carica di significati. C'è l'autonomia comunale, la provinciale, la regionale, l'amministrativa, la politica. Una di quelle parole che il Fogazzaro chiamerebbe «pneumatiche».

Lussu. Noi diciamo: autonomia e riforma agraria; ecco perché tu sei contro.

Abozzi. Non è vero. Non portare qui delle questioni personali.

Lussu. Non personali.

Russo Perez. Sardo anche tu sei, non mi inganni...

Abozzi. Antonio Fogazzaro chiamava «pneumatiche» certe parole, forse intendendo che nel vuoto si può mettere l'aria che si vuole, e nel vuoto della Costituzione è stata messa l'aria regionale. Ed è a questo ente Regione, non al principio autonomistico, che io mi oppongo, come italiano e come sardo, e con questo non intendo affatto dar valore allo Stato accentratore.

I miei emendamenti e il mio ordine del giorno parlano chiaro. Io penso che si possa mutare la forma dello Stato, anche in un giorno, ma non se ne muta in un giorno la struttura. Tanto meno si può mutare in quanto è lecito credere che la riforma non sia nella pubblica coscienza. I miei emendamenti vogliono tener conto di due esigenze: una esigenza di decentramento, che è profondamente sentita nel Paese e profondamente sentita in Sardegna; ed una esigenza che non sia attuato l'ente Regione, perché non apparisce né una riforma sentita né una riforma opportuna oggi. Mi limito a dire «oggi», non pregiudico l'avvenire; oggi no.

Lussu. Però il rappresentante dell'Uomo Qualunque al Congresso agricolo sostiene l'autonomia, a vostro nome!...

Abozzi. Senti, Lussu; io non ti ho mai interrotto, ed avrei potuto farlo mille volte, non una.

Pur rendendo omaggio alla fatica della Commissione, pare a me che, un progetto di autonomia avrebbe richiesto un lavoro lungo, molto lungo, paziente, meditato, starei per dire meticoloso, quale non poteva farsi in limiti perentori di tempo. Non dico che anche in breve tempo non possano essere proposte riforme che intacchino istituti che rimangono invariati nella loro essenza: il Capo dello Stato, il Parlamento, il Governo. Ma in tema di autonomia, onorevoli colleghi, si tratta di creare dal nulla, si emula il Padre Eterno, e la fatica che è riuscita così felicemente al Padre Eterno non è detto che altrettanto felicemente riesca a noi.

Da quando l'Italia è unificata, si è sempre cercato di unificarla anche come spirito, e si è sempre combattuto contro tutte le tendenze regionalistiche che pareva dovessero turbare l'unità della Patria. D'improvviso, quel regionalismo, che sembrava l'avanzo di una triste eredità storica di lotte e di divisioni, è diventato la suprema esigenza nazionale. O si è sbagliato prima o si sbaglia adesso; ma qual è il tempo dell'errore? È inutile scrivere: «la Repubblica è una e indivisibile» quando in realtà è divisa in 22 aggruppamenti regionali che hanno tutta l'aria di staterelli, sia pure attenuati, vorrei dire di staterelli denicotinizzati; ma sempre staterelli. L'unità è data dalla realtà effettuale, non dall'ostentazione delle parole.

L'onorevole Zotta disse che non si può parlare di Stati perché non c'è sovranità. Giusto, non si contesta questo; ma la paura è un'altra, la paura è che — come nei Promessi Sposi si parla di un borgo che s'incammina a diventare città — così si possa parlare in avvenire di Stati attenuati pronti a caricarsi di quella nicotina che adesso non hanno.

È strano il fatto che molti autonomisti di oggi in tempi non lontani erano federalisti. E l'onorevole Lussu si è lasciato scappare una parola rivelatrice...

Lussu. Sono chiamato in causa, allora!

Abozzi. Sì, ma garbatamente. L'onorevole Lussu ha detto che in Francia esiste un movimento federalista «che purtroppo è limitato ad un gruppo di intellettuali»: quel «purtroppo» è rivelatore. L'onorevole Lussu ha sempre detto che non è federalista. Io sono disposto a credergli, perché penso che sia un uomo di buona fede, e non faccio il processo alla sua coscienza. Faccio invece il processo alla sua subcoscienza: capisco che è arbitrario questo freudismo politico, ma io me lo permetto. Nasce il forte sospetto che molti autonomisti abbiano una coscienza regionalista e una subcoscienza federalista.

Lussu. Se la sua coscienza avesse la prevalenza, lei non parlerebbe così!

Una voce a destra. Perché non parlerebbe?

Presidente Terracini. Onorevole Lussu, la sua coscienza ha parlato l'altra sera per un'ora e mezzo! (Si ride).

Abozzi. Alla mia coscienza penso io: mi limito a dire che forse molti autonomisti, senza saperlo e senza volerlo, sono federalisti. Si dice che la Regione è un aggruppamento unitario naturale e che, parlando di diverse Regioni, non si fa in fondo altro che seguire il dettato stesso della natura.

Ma neppure scientificamente è facile stabilire quello che sia la Regione. Tuttavia io sostengo che la regione non è affatto un aggruppamento naturale, unitario, con bisogni e risorse uguali in tutte le parti delle zone territoriali che le formano, con uno spirito uguale dal nord al sud e da occidente ad oriente.

E la prova è questa: che si creano sempre nuovi aggruppamenti regionali, che si fanno da tutti impensate richieste di impensate Regioni. E non è uno scandalo, onorevoli colleghi: è naturalissimo quello che accade, perché sono proprio i bisogni non riconosciuti, sono i particolarismi oppressi che vogliono venire alla luce, sono le province che tendono alla loro naturale e giusta vendetta.

E notate una cosa: che il progetto di Costituzione, consentendo la formazione di nuove Regioni, riconosce che le Regioni elencate non sono né unitarie né naturali. È stato detto più volte in quest'Aula — ma io, come sardo, sento la necessità di ripeterlo — che il sistema decentratore è stato violato, perché l'ente Regione, come ben diceva l'onorevole Colitto, si risolve in un accentramento nel capoluogo, con la conseguenza di una lotta fra il capoluogo stesso e le province detronizzate.

Ma che cosa dico? Non si tratta soltanto di una lotta fra il capoluogo di Regione e le province detronizzate; si tratta anche di una lotta tra Regione e Regione, di una lotta tra Regioni povere e Regioni ricche.

L'onorevole Zotta ha detto che le Regioni povere debbono potenziare le loro attività — cito le precise parole — stimolando le possibilità autoctone, così da pervenire ad un equilibrio economico. Parole nobilissime, come tutte quelle che pronuncia l'onorevole Zotta, ma parole che non tengono conto della realtà. Se l'onorevole Zotta varcasse il nostro inquieto Tirreno e toccasse la dolente isola sarda, si convincerebbe in un'ora che, nonostante i potenziamenti, nonostante lo stimolo delle possibilità autoctone, cento ettari di terreno delle nostre plaghe desolate varranno sempre meno di un solo ettaro di terreno della Val Padana e le nostre povere, le nostre misere industrie, sono a distanza stellare dalle industrie del Nord.

L'autonomia è una tal cosa che tende a fare da sé e per sé. Io non so se non debbano sorgere gravi competizioni fra Regione e Regione per la spartizione di quei fondi, non troppo precisati, di cui parla l'articolo 113 del progetto di Costituzione.

Dicendo queste cose, credete, io non voglio fare del vieto campanilismo, voglio anzi oppormi a quelle conseguenze di troppa cruda rivalità che fatalmente nascerebbero in Sardegna dal sistema regionalistico. Ma voglio subito aggiungere che se «campanilismo» significa la rivendicazione di diritti oppressi, e di particolarismi non riconosciuti, ebbene, ho il coraggio di dire che sono campanilista.

E considerando la portata finanziaria della riforma, come può considerarla l'uomo che paga le imposte e non si occupa di politica, io dico che il lusso del parlamentino, dei deputati, dei ministri o consiglieri di governo, dei ministeri, dei Presidenti delle Regioni, graverà forte sul bilancio dell'ente Regione e sarà dalla Regione pagato caro. E poiché la Regione in un certo senso è un'astrazione, ma non sono invece astratti quelli che si chiamano volgarmente contribuenti, questo lusso graverà sul contribuente. Su quei contribuenti che sono chiamati oggi ad un enorme sforzo, a sacrifici che fanno volentieri per la ricostruzione della Patria, ma che non sono affatto disposti a finanziare le spese voluttuarie della Regione. Un tempo il popolo pagante aveva uno strano nome: lo si chiamava «Pantalone»; ma col sistema finanziario della Regione, che è questo: la Regione arriva fino a dove arriva, dove non può arrivare, arriva lo Stato e paga, si è creato un nuovo «Pantalone», e questo Pantalone è lo Stato. Strana autonomia questa — scriveva or non è molto uno studioso sardo di parte liberale — che vive alla mercé della elargizione dello Stato!

Se si volesse attuare un razionale decentramento, si dovrebbe scegliere la provincia come centro vitale. La provincia che ha una grande tradizione storica, la Provincia che si è affermata nella struttura amministrativa dello Stato, potrebbe sostituire quel centro che si vuole vedere nella Regione: potenziata, s'intende, e svincolata per quanto è possibile dal centro. I Consigli provinciali potrebbero eleggere rappresentanti in egual numero i quali potrebbero provvedere alla regolamentazione delle leggi dello Stato. E poiché un regolamento non è solo un qualche cosa che chiarifica la legge, ma contiene anche norme che discendono logicamente dalla legge, esisterebbe un campo giuridico sufficientemente largo per provvedere ai bisogni della Regione. Ed ecco quella che io chiamo un'autonomia regionale. Con questo vantaggio: che un organo regionale così composto peserebbe ben poco sul bilancio della provincia.

Non si intende dunque mettere al bando i problemi dell'autonomia. I problemi non sorgono a caso, ma rispondono sempre a esigenze sentite: si intende attuare quella autonomia che è nella coscienza nazionale e nulla più: un largo decentramento che non turbi la struttura dello Stato. Questa volontà di decentramento è giusto sia consacrata nella Costituzione; ma non è giusto che sia approvato con quella stessa facilità con cui si dice «buon giorno» lo statuto Sardo ormai già conosciuto dal Governo e dai deputati. Si è formato uno strano stato di spirito. Si dice: «le autonomie regionali sono discutibili, ma sono discutibili in campo continentale; in campo sardo no». L'autonomia della Sardegna non si può discutere, perché? Perché — ha detto l'onorevole Bonomi in un articolo apparso qualche giorno fa in un giornale della sera — perché la Sardegna la vuole. La Sardegna non vuole nulla, dico io, o vuole molte cose; e fra queste molte cose non c'è certo l'autonomia.

A parte l'opinione mia a quella dell'onorevole Lussu o dell'onorevole Grazi, c'è un modo molto semplice per sapere se la Sardegna vuole o no l'autonomia: si parla nello Statuto sardo di referendum; ebbene, si faccia il referendum e si saprà quel che la Sardegna veramente vuole.

E a parte questo, lasciate che io vi denunci uno strano criterio politico: concedere riforme unicamente perché sono volute. Ma un governo che rispetta se stesso concede riforme soltanto quando sono necessarie, quando le ritiene veramente opportune, non quando sono volute. Che cosa direste di un padre di famiglia che concedesse ai figli qualunque cosa essi volessero, senza curarsi se quella qualunque cosa è buona o cattiva?

Una voce. Ma questo è paternalismo!

Lussu. Ma tutti i partiti si sono battuti per l'autonomia della Sardegna! È una truffa politica inaudita, inaudita!

Abozzi. Nessuna truffa. Nel caso nostro i figlioli, che sono i sardi, non chiedono l'autonomia: più grave dunque la responsabilità del Governo.

Io non sono qui per discutere in questa sede il progetto di autonomia sarda, ma voglio pregustarlo. Se si trattasse di legiferare nelle piccole materie, nelle modeste materie che ha citato l'onorevole Einaudi, il male non sarebbe grave.

Ma non è così: compete alla Regione, come competenza primaria, la potestà legislativa in materia di agricoltura, foreste, piccole bonifiche, di disciplina dei diritti demaniali sulle acque pubbliche, di disciplina dei diritti demaniali e patrimoniali indisponibili relativi alle miniere, di disciplina degli istituti di credito regionali, di lavori pubblici a carico della Regione; e la potestà legislativa concorrente si riferisce all'antichità e belle arti, all'industria, commercio ed esercizio industriale, all'igiene, alle opere di grande e media bonifica.

E le norme di integrazione sono emanate in materia di lavoro, di istruzione di ogni ordine e grado, e ordinamento degli studi. Ed è questo, quest'ultimo titolo che ha sollevato le proteste — non mie, onorevole Lussu — ma del corpo accademico di Sassari che parla di male intesa autonomia regionale con una lettera mandata a tutti i deputati sardi (poiché anch'io l'ho ricevuta) nella quale si fanno voti affinché dallo Statuto venga depennata ogni e qualsiasi ingerenza in materia di ordinamento degli studi e di ordinamento universitario.

Bellavista. Non sono sardi e temono di non essere trasferiti in Continente. Li conosco.

Abozzi. Non è questa la ragione della giusta protesta. Nell'articolo 64 si sancisce il diritto di fermare l'attività legislativa dello Stato sospendendo l'applicazione delle leggi statali evidentemente dannose nel territorio della Regione.

Voi comprendete che le parole «evidentemente dannose» corrono il pericolo d'una interpretazione soggettiva: e quello che sembra evidente alla Regione potrebbe sembrare oscurissimo al centro. S'infirma così l'autorità dello Stato.

Per l'articolo 68 le leggi che il Governo avrà rinviate all'Assemblea regionale entrano in vigore ove l'Assemblea le approvi ancora, se entro 15 giorni dalla nuova comunicazione il Governo della Repubblica non le impugni davanti alla Corte costituzionale. Voi vedete quali fastidi potrebbe dare un'Assemblea che troppo sentisse la sua autonomia. E non basta ancora. Qualora il progetto di modifica dello Statuto da parte del Governo repubblicano sia stato approvato in prima lettura e l'Assemblea regionale dichiari la sua opposizione, la seconda lettura sarà preceduta da un referendum regionale.

Quindi bisogna fare il referendum regionale, senza del quale la Camera non passerà alla seconda lettura. E se il referendum è anch'esso contrario al progetto di modifica? Il referendum avrebbe il potere di impedire il passaggio alla seconda lettura dando vita ad un contrasto fra Assemblea regionale e Governo? E anche se non avesse questo potere, rimarrebbe un preoccupante contrasto tra Camera e Regione.

L'articolo è per me terrificante. (Proteste Commenti). Non sono un uomo che volga le cose al tragico: tutt'altro. Sono un uomo che vuol notare l'ironia insita in queste disposizioni. E l'ironia è questa: che fortunatamente i progetti di legge possono essere approvati con un procedimento che non è quello delle tre letture, e allora l'ostacolo è bell'e girato.

Concludendo: o si dà alla Sardegna una autonomia così radicale come quella proposta dalla Consulta Sarda, e si corre il rischio di separare l'isola dalla Patria; o si limita la concessione ad una piccola autonomia, e allora non si comprende che necessità ci sia di formare la pomposa Regione per legiferare in materia di pesca, di caccia, di guardie e di tramvie, e neppure si comprende perché si debba creare tutta l'impalcatura richiesta dall'autonomia, con l'elezione di deputati, con ministri e ministeri, con vari presidenti, ecc. La Sardegna è molto attaccata alla madre Patria, ma non bisogna correre il rischio di allentare questi vincoli; non dimenticate, onorevoli colleghi, che un largo tratto di mare divide la Sardegna dal Continente.

L'onorevole Lussu ha detto che la Regione sarebbe stata una grande barriera contro la dittatura perché i prefetti andrebbero a spasso e ha aggiunto anche che se l'onorevole Giannini volesse fare una nuova marcia su Roma non potrebbe farla, arrestato dall'ente Regione. L'onorevole Giannini ha molte qualità, ma non ha le physique du rôle per fare il conduttore degli eserciti marcianti su Roma o su altrove. La snellezza dell'onorevole Lussu e la sua audacia spirituale sarebbero molto più adatte.

La Regione non fa da barriera né alla epidemia né alla dittatura. Di qual barriera si vuol parlare se la Repubblica è una e indivisibile: se l'ordinamento giuridico è uno; uno l'ordinamento costituzionale? E se c'è un commissario del Governo che vigila, secondo le direttive generali del Governo, gli atti dell'amministrazione regionale e presiede a quelli riservati allo Stato? Evidentemente quel Commissario è un iperprefetto: e l'onorevole Lussu non pensa che 22 commissari siano più maneggiabili di 90 prefetti.

L'articolo 107 del progetto di Costituzione dice chiaramente che la provincia è mantenuta: ma di nome; di fatto non c'è più; e così, con nove parole, si distrugge una tradizione: perché, parliamoci chiaro, o la provincia ha un suo bilancio, una sua assemblea, un suo patrimonio e allora è qualche cosa giuridicamente; o non ha assemblea, non ha patrimonio, non ha bilancio, e non è nulla. Non può essere certo quella Giunta, di cui parla l'articolo 120, a dar vita ad un cadavere che la Commissione ha già composto nella bara. Le province hanno un patrimonio che vogliono amministrare da sé. La mia provincia, relativamente all'estrema miseria della Sardegna, ha un patrimonio cospicuo e vuole amministrarselo da sé. Le questioni teoriche sulla provincia sono confinate nei trattati di diritto amministrativo, perché la pratica degli interessi reali della provincia si è affermata. Ho parlato d'interessi reali, e voglio citare un solo esempio. Si può veramente credere che le Assemblee regionali possano tutelare gli interessi delle comunicazioni, che sono così importanti per le province? Ci sono i rappresentanti provinciali anche nell'Assemblea regionale, ma la maggioranza dell'Assemblea regionale si curerà e sentirà i problemi della viabilità delle zone vicine al centro non di quelli della lontana Gallura. L'onorevole Lussu, in un discorso alla Consulta sarda, disse che la provincia aveva tre soli compiti: curare i pazzi, eleggersi un presidente e provvedere alle strade. Io ritenni inesatta allora quest'affermazione dell'onorevole Lussu e la ritengo inesatta adesso. Non starò ad elencare i numerosi compiti della provincia: dico soltanto che essi dovrebbero anche aumentare perché le molte funzioni che sono ora della Prefettura, se le Prefetture verranno soppresse, passeranno alla provincia: cito ad esempio le funzioni del veterinario e del medico provinciale. Una domanda io faccio all'onorevole Lussu: come mai egli possa aver dimenticato che la provincia provvede anche ai tubercolosi, ai tracomatosi ed ai malarici: malaria, tracoma e — in provincia di Sassari — tubercolosi sono tre piaghe della Sardegna.

Lussu. Io sono stato consigliere provinciale parecchi anni; ho amministrato e so di che si tratta.

In quella seduta, alla quale il collega ha fatto già riferimento, egli ha esaltato la mia azione politica ed autonomistica ed ha reso omaggio...

Abozzi. Ho reso omaggio ad altra tua qualità, che nessuno ti può contestare e alla tua tenacia nel difendere le idee che sono le tue e non le mie.

Lussu. L'onorevole Abozzi teme che Sassari non sia più capoluogo di provincia.

Abozzi. Esattissimo. Ebbene?

Una voce al centro. Campanilismo.

Abozzi. Campanilismo giusto. E molti democristiani non sono forse favorevolissimi alla provincia? Sono per questo campanilisti?

Russo Perez. È forse parola di offesa «campanilismo»?

Abozzi. Onorevole Lussu, mi meraviglia come si possa sorridere del problema delle strade, quando si sa che il problema sardo è anche problema di strade. (Interruzione dell'onorevole Lussu).

E c'è, onorevoli colleghi, un'altra ragione per mantenere la provincia, una ragione di psicologia: il medico deve intendere le variazioni del polso dei suoi malati, il politico deve intendere le variazioni delle coscienze. Non bisogna fare nascere dissensi tra capoluogo e province spodestate; dissensi che certamente nascerebbero con la formazione dell'ente Regione.

E d'altra parte, anche a mettermi dal punto di vista regionale — rispondo all'onorevole collega che mi interrompe — non capisco in che cosa la provincia possa turbare l'ordinamento regionale. Come la regione vive nell'orbita dell'ordinamento giuridico dello Stato, così la provincia può vivere nell'orbita dell'ordinamento giuridico della regione.

Una prova generale dell'ente Regione è in atto in Sardegna. C'è l'Alto Commissario e la Consulta. Quali i risultati della prova? Questi: che le province di Sassari e di Nuoro hanno fatto vivere la Regione. È noto infatti che le attività del bilancio regionale sono dovute al concorso dello Stato ed ai fondi derivanti dai permessi di esportazione. L'olio, i formaggi, il bestiame provengono in massima parte dalle province di Sassari e di Nuoro, in pochissima parte dalla provincia di Cagliari e in nulla dalla città di Cagliari. Sassari, da una parte, ha contribuito grandemente al mantenimento della Regione e, dall'altra, continua a perder milioni per l'obbligo del conferimento del suo olio agli ammassi. La prova generale non promette una buona rappresentazione: togliere a Sassari la provincia peggiorerebbe — e di molto — la non lieta situazione.

Se l'istituzione dell'ente Regione sarà approvata, ebbene, dirò che Dio vuole quel che il popolo vuole, e non se ne parli più.

A me non resterà che la santa virtù della rassegnazione; manteniamo, però, la provincia come ente autarchico territoriale.

L'Italia ha bisogno di spiriti concordi; non creiamo figli e figliastri; e se figliastri ci hanno da essere, sia la natura a crearli, non la volontà degli uomini, non la legge improvvida. (Applausi a destra).

Presidente Terracini. È iscritto a parlare l'onorevole Bubbio. Ne ha facoltà.

Bubbio. Onorevoli colleghi, dopo aver sentito i discorsi eloquenti pronunciati dall'onorevole Assennato e dall'onorevole Abozzi, entrambi contrari alle Regioni, vorrei discutere a lungo e a fondo delle loro acute osservazioni, se non mi fossi prefisso un compito assai più modesto e pratico, quello di trattare alcune questioni inerenti all'organizzazione della Regione. Tuttavia, vogliate permettere che io mi limiti ad obiettare all'onorevole Abozzi che noi non concepiamo una Regione che debba nascere come Minerva armata dalla testa di Giove; né si può pretendere che nella Costituzione siano indicati tutti gli organi, tutte le funzioni, tutti i mezzi con cui la Regione deve attuarsi e organizzarsi. E d'altra parte quando sentivo l'onorevole Assennato accennare ai precedenti storici della Regione e paventare, giustamente paventare, in ipotesi, un ritorno del federalismo, che mai è esistito se non come cogitazione storica e dottrinale, io che appartengo al Piemonte, che è una Regione per eccellenza, per tradizione storica, per lingua, per costumi, per economia, sento il dovere di dichiarare con perfetta coscienza per la responsabilità del peso e dell'onere che mi incombe, che i deputati piemontesi della Democrazia cristiana non paventano il federalismo, perché altro è la funzione a cui esso mirava, altra è la finalità con cui esso era sorto.

Ancora una volta dichiariamo che non si vuole approfondire il distacco fra il Nord ed il Sud e che per non approfondirlo occorre, appunto, creare la Regione come strumento per cui gli interessi localistici possano essere fatti valere e trovare la loro attuazione.

Dissertare oltre del problema delle autonomie in genere, e di quelle regionali in ispecie, all'ottavo giorno della discussione generale, dopo che decine di oratori l'hanno con acume ed eloquenza approfondito e dopo tanta colluvie di pubblicazioni in punto, mi pare un fuori d'opera, giacché per vero non si potrebbero portare elementi nuovi decisivi.

Faccio perciò grazia di ogni argomentazione di carattere generale, prescindendo dalla trattazione che avrebbe dovuto in origine costituire la parte più importante del mio discorso.

Mi si permetta però unicamente di ricordare, se pur fosse d'uopo, che il problema trascende ogni interesse di partito; che se la Democrazia cristiana la si vuole più decisamente impegnata, per l'apostolato per tanti decenni sviluppato in tal senso dai suoi uomini maggiori, parmi del tutto infondata la supposizione che essa sia portata a tale affermazione impegnativa dall'influenza esercitata dalla tradizione della Chiesa, che ha una organizzazione locale inspirata a principî di autonomia; e peggio ancora che la Democrazia cristiana caldeggi l'autonomia regionale in quanto si riprometta da essa un consolidamento delle sue forze. Nulla di meno esatto, sia perché nessuna stretta analogia è prospettabile tra Chiesa e Stato, che deve provvedere alla tutela non soltanto dei valori dello spirito, ma soprattutto di quelli sociali ed economici dei cittadini e per la quale si richiede tutta un'organizzazione profondamente diversa; mentre per ciò che riguarda il maggiore consolidamento del partito, non è chi non veda che, se il decentramento può essere utile alla Democrazia cristiana, né sappiamo in quale modo, gli stessi benefici verisimilmente sarebbero raggiunti ed acquisiti anche da qualunque altra organizzazione politica.

Se i rappresentanti democratici cristiani si sono uniti in compatta falange anche in questa dura battaglia, gli è perché, con senso realistico, essi vogliono riguardare l'autonomia regionale come il sicuro rimedio al male che mina lo Stato alla sua radice. Essi non vogliono soltanto portare il Governo alla porta degli amministrati col decentramento burocratico amministrativo, ma porre gli amministrati, come dice il Presidente della Commissione nella sua luminosa relazione, al governo di se medesimi; con l'abolizione della legislazione unica e del fiscalismo uniforme, con la diretta corrispondenza della norma alle esigenze particolari, con la possibilità, alfine, della formazione di una classe media politica, della cui carenza la nazione indubbiamente soffre; e soprattutto intendono con la Regione attuare una riforma che abbatta l'accentramento da cui deriva ogni totalitarismo.

Né si dica che la riforma non sia sentita dal popolo; ché se, come ha qui dichiarato l'onorevole Gullo, gli elettori gli hanno richiesto non l'autonomia regionale, ma lavoro, (non diversamente dalla massaia romana che, vedendo il capannello della gente a leggere ai canti delle vie la copia dell'Unità affissa, domandava sarcastica: «ci sono finalmente li spaghetti anco per noantri?»), non è men vero che ogni giorno tutti i deputati sentono lagnanze innumeri sull'impossibilità di ottenere dallo Stato l'adempimento regolare di quelle funzioni che gli sono commesse. Né è con la sola logica del ventre che si può educare il popolo al progresso! L'onorevole Assennato ha dipinto a colori che sanno di sanguigno la posizione del problema agrario della sua generosa terra; ma è evidente che l'argomento si ritorce contro di lui, perché lo Stato difficilmente potrà risolvere tali questioni, cui potrà provvedere solo l'ente regionale, diretto ed autorevole tutore dei locali interessi. Bisogna quindi tentare altri mezzi; e noi sosteniamo la Regione perché essa solo possa costituire il mezzo per la risoluzione di questioni ormai secolari di carattere locale.

Ed aggiungo ancora che non ho cominciato ad essere favorevole alla Regione dalla data di iscrizione al Partito popolare prima ed alla Democrazia cristiana poi, o da quando nel 1920 e nel 1947 ne ho parlato da questi banchi, dappoiché, e mi si perdoni il ricordo personale, tale mia convinzione, frutto di personale esperienza, si era in me radicata fin da quando nel duro cimento dei primi passi della camera burocratica locale avevo potuto constatare gli esiziali inconvenienti della centralizzazione totale e del soffocamento delle autonomie; e già in una mia pubblicazione del 1915 affermavo tale convinzione portando il modesto contributo delle mie osservazioni.

Chiudendo la parentesi, seguo piuttosto il consiglio autorevolmente datomi dall'onorevole Ambrosini, che è il benemerito ed eloquente relatore della Regione, cui ha dato tutta la sua fede e l'acutezza del suo ingegno, di soffermarmi su qualche punto specifico del problema, sotto un punto di vista prevalentemente pratico.

Questo sistema mi pare, almeno a questo punto della discussione generale, anche il più opportuno per sgombrare talune delle più ricorrenti eccezioni degli oppositori.

Ed invero da alcuni di essi si è sentito ripetere che anch'essi sono in linea di principio favorevoli alla regione, ma la loro prevenzione ed il loro timore derivano dalla considerazione delle difficoltà di pratica concretazione. Mi soffermerò quindi sulla burocrazia regionale e sulla finanza del nuovo ente, nonché sul decentramento amministrativo.

Una prima e più generale eccezione riguarda la burocrazia del nuovo ente; con la creazione della Regione, come scriveva anche recentemente l'antesignano del regionalismo Luigi Sturzo, gli avversari dicono: «oggi abbiamo una burocrazia centrale, domani ne avremo una centrale e venti regionali». Risponde questo autore che l'obiezione è dovuta alla mentalità centralista che deve essere modificata da un aspetto più realistico, giacché anche nelle Regioni si dovrà comprendere che la burocrazia dovrà essere limitata e selezionata e che i servizi tecnici dovranno essere inspirati al tipo dell'azienda privata, con pochi dipendenti, efficienti e responsabili e, aggiungiamo noi, compensati giustamente.

Ancora l'altro ieri da un autorevolissimo parlamentare sentivo ripetere come una verità di fede: «non si potrà ottenere la contrazione dell'apparato burocratico centrale; nessuno si moverà da Roma...!»

Siamo d'accordo che la macchina burocratica è tra le più complesse e complicate che si conoscano; che essa ogni giorno aggiunge una ruota e un ingranaggio ai suoi congegni; che toccarla in una parte equivale a rallentamento e a fermate; che è sommamente difficile dividerla e smontarla.

Ma è evidente che si tratta anche di frasi fatte e che esse, come tutti gli slogan, quanto meno peccano di esagerazione.

Ora in rapporto agli organi funzionali della Regione si deve porre ben chiaro il principio che non si deve creare una nuova burocrazia specializzata, ma che si deve usufruire in ogni caso di quella governativa già esistente, trasferendola ai ruoli locali.

L'affermazione non è semplicistica, ma è strettamente adesiva alla realtà, per cui, assumendo la Regione parte delle funzioni dello Stato, è matematicamente certo che dovrà in corrispondenza verificarsi al centro un eccesso di dipendenti.

Lo Stato, ritornato finalmente forte, almeno lo speriamo, non avrà quindi che da prendere un complesso di provvedimenti di ovvia opportunità, e che qui senza pretesa di precisione elenchiamo:

1°) interdire allo Stato la assunzione di nuovo personale, anche avventizio, per un periodo prefissato prorogabile;

2°) stabilire il principio che il dipendente, conservati i diritti acquisiti, possa essere trasferito da un'amministrazione governativa ad un'altra, non solo, ma dal ruolo centrale al ruolo locale, alle dipendenze tanto dello Stato che della Regione;

3°) operare con i trasferimenti lo sfollamento da Roma dei dipendenti non legati da matrimonio;

4°) interdire agli enti locali per un certo periodo l'assunzione di personale in modo diretto, fino ad assorbimento di quello esuberante governativo;

5°) agevolare con qualche concessione i dipendenti che intendono trasferirsi dal centro spontaneamente;

6°) stabilire per i posti locali la precedenza a favore dei dipendenti statali che siano oriundi della regione in cui i posti sono vacanti; e tale molta ho ragione di ritenere sarà talmente potente che ci saranno certamente più aspiranti al trasferimento che non posti disponibili;

7°) se infine tutti questi mezzi e quegli altri che si possono escogitare non fossero sufficienti, lo Stato dovrà avviarsi alle misure drastiche della smobilitazione delle sue eccessive legioni di dipendenti, dietro indennizzo; qualche facoltà di soppressione dei posti indubbiamente deve spettare allo Stato per legge organica.

D'altronde, si faccia o non si faccia la Regione, la riforma della burocrazia si imporrà ugualmente, non essendo concepibile l'ulteriore mantenimento di questa mostruosa e leviatanica macchina, per cui, come già accennava l'onorevole De Gasperi in un suo luminoso radiodiscorso di giorni sono, non può oltre essere ammissibile che un abitante su 43, neonati e vegliardi compresi, sia alle dipendenze del Governo; e ciò con le ben note conseguenze paradossali che più cresce il numero degli agenti e meno perfettamente le funzioni pubbliche sono esplicate.

Partiamo adunque dal presupposto che l'ente Regione, sia in modo diretto che attraverso gli organi provinciali, non dovrà accrescere di una unità sola la falange burocratica, ma dovrà usare della burocrazia governativa già esistente.

D'altra parte, è pregio dell'opera ricordare che anche molti di coloro, che avversano la creazione della Regione, si affermano di contro favorevoli ad un largo decentramento territoriale delle funzioni statali, e in ciò trovano anzi il succedaneo del nuovo istituto; quindi già a tale finalità sarà necessario che lo Stato disponga per l'emanazione di norme per i trasferimenti dal centro alla periferia, per la riduzione del numero, per i collocamenti a riposo ecc.; onde il problema praticamente è quello stesso che si presenterebbe per l'assegnazione della burocrazia alla Regione, ove venisse istituita; non diventa cioè un problema peculiare per tale eventualità, ed una particolare difficoltà da superare.

Ritengo poi che sia frutto di preconcetto il dire che l'organamento della Regione richieda un numero ragguardevole di dipendenti. È ovvio anzitutto rilevare che continuerebbero a dipendere dallo Stato le numerose schiere dei dipendenti di quei servizi che continuano ad essere esplicati dallo Stato (della polizia alle ferrovie, dall'esercito alle poste ecc.) e che assorbono centinaia di migliaia di unità.

Di più, almeno nel primo periodo organizzativo ed anzi costitutivo del nuovo ente, è verisimile che si tratti di personale assai ridotto, che potrà incrementarsi con l'intensificarsi delle funzioni. Né si può dimenticare che mentre per lo Stato, data la sua multiformità e la discontinuità dei Ministeri, non è sempre possibile proporzionare esattamente il numero dei dipendenti al fabbisogno ed arginarne la proliferazione, per la Regione invece sarà possibile l'attuazione di una gradualità e di una proporzionalità assai maggiore, data l'immediatezza del problema, la limitata sua portata, la maggiore possibilità di una precisa conoscenza di esso, la continuità e l'efficacia del controllo locale.

Non è pure fuori luogo rilevare che è di scienza comune, che per un complesso di cause a tutti note, a parità di numero di dipendenti, il rendimento degli uffici periferici è maggiore di quello degli uffici centrali; basta pensare alla somma di lavoro esplicato dai segretari provinciali e comunali, tanto per dare un esempio, accanto a quelli di ogni capo ufficio governativo locale; ed anche questo elemento può essere posto a vantaggio della soluzione dell'ente Regione contro il paventato pericolo dell'eccesso della burocrazia.

Aggiungasi infine che comunque tale pericolo è ipotetico nella prima fase, che è meramente sperimentale ed organizzativa, mentre in tratto successivo sarà agevole studiare tempestive soluzioni atte a parare il pericolo; né si dimentichi che, mentre in rapporto ai problemi della burocrazia centrale l'opinione pubblica per un complesso di fatti è piuttosto disarmata ed inoperante (ed io ricordo la tenzone oratoria nel 1921 durata per tante sedute in questa aula, cui anch'io ho partecipato, e che si è risolta nella vox clamantis in deserto), nei centri regionali e provinciali gli organi della pubblica opinione sono indubbiamente più vicini a questi problemi e più direttamente collaborano coi rappresentanti per la denuncia e la eliminazione degli eventuali eccessi.

E valga un ultimo argomento: ammettasi per un momento che la Regione importi, malgrado tutto, un incremento di burocrazia; ma di contro la possibilità di ottenere con la istituzione del nuovo ente un più vicino, più comodo, più sollecito, più economico esercizio delle pubbliche funzioni, costituirà tale vantaggio alla pubblica ed alla privata economia che il maggiore onere si troverebbe di gran lunga compensato.

Tuttavia ciò abbiamo creduto rilevare causidicamente, quasi quale argomento per assurdo, giacché abbiamo la ferma convinzione che il regionalismo dovrà portare ad una riduzione della burocrazia; nel che ha autorevolmente convenuto anche l'onorevole Zuccarini, che con il relatore, onorevole Ambrosini, è stato tenace assertore della Regione con la iniziativa della costituzione di quel Comitato parlamentare per le autonomie, che se ha visto qualche diserzione e peggio qualche voltafaccia, è accanto alla Democrazia cristiana e al Partito repubblicano una delle forze più vive ed operanti per il trionfo dell'idea. Scriveva adunque recentemente il precitato collega nella Voce Repubblicana del 28 maggio ultimo scorso che «se può darsi che la Regione non riesca a spezzare definitivamente il centralismo, la sua importanza sta soprattutto nel fatto che con la Regione il problema della burocrazia dello Stato dovrà essere affrontato e risolto una buona volta». Se anche nella elaborazione delle leggi speciali e nella pratica attuazione sarà mantenuta ed alimentata l'attuale passione autonomista e se continuerà ad essere il problema riguardato come forse il più importante per il nuovo assetto dello Stato, possiamo essere certi che l'attuale battaglia sarà coronata.

Ancora su d'un punto, se non abuso della pazienza dell'Assemblea, vorrei soffermarmi: quello della finanza della Regione.

Quale potestà finanziaria deve essere riconosciuta al nuovo ente? quali i rapporti con la finanza statale? quali i rapporti con la finanza degli altri enti locali?

Quesiti complessi e gravi, che hanno formato oggetto di discussione talora profonda in seno alla Commissione ed anche all'Assemblea, se pure è doveroso dire che il punto è stato trattato piuttosto in sottordine, di fronte alla apparente maggiore gravità dei problemi sulla creazione della Regione, sulle sue funzioni e sui controlli.

In tesi generale è ovvio rilevare che tutti i fautori della Regione hanno affermato la necessità della autonomia finanziaria; e ciò come premessa logica all'autonomia regionale e come indeclinabile esigenza per il suo funzionamento; diversamente essa rimarrebbe abbandonata alla discrezionalità del potere centrale; il che equivarrebbe a negazione della sostanza dell'autonomia. L'esperimento non sortirebbe buon fine, non potendosi tutto limitare ad un decentramento amministrativo in rapporto al territorio, ma dovendosi pervenire al riconoscimento delle funzioni proprie delle Regioni. Esse debbono quindi avere un bilancio proprio, che non può essere un capitolo di quello dello Stato.

Se i quesiti sono complessi e gravi, può di contro parere eccessiva la critica affiorata circa la mancanza di idee chiare e definitive in proposito, quasi che si dovesse fin d'ora dare la elencazione dei tributi applicabili!

È evidente che prima bisognerà fissare le funzioni e preparare i mezzi in conseguenza; sarà questione di gradualità, in rapporto alle progredienti necessità ed in rapporto alle risultanze dell'esperimento. Anche qui bisognerà scendere in progresso di tempo dal semplice al complesso, come è di ogni cosa importante e grande che crescit eundo. Ciò corrisponde del resto alla logica delle cose, per cui prima almeno teoricamente si costituisce, anzi esiste, l'ente, ed in successione logica si organizzano i mezzi per la vita dell'ente stesso.

Tuttavia, se ciò è utile osservare in via pregiudiziale, è pure sempre necessario che già nella Costituzione siano affermati almeno i principî generali regolanti la materia.

È ovvio che in materia finanziaria non esiste una soluzione unica, ma che praticamente si ha un coacervo di sistemi e di mezzi, frutto di esperienza talora secolare e risultato spesso di concetti teorici commisti a criteri empirici; e spesso anzi vi affiora anche l'espediente, che pur non dovrebbe mai fare buona prova.

Sovviene anche la considerazione che la materia finanziaria, per il moltiplicarsi delle funzioni pubbliche e dell'estendersi delle fonti di reddito, è destinata a complicarsi ogni giorno di più, fino a quando in periodo di minore pressione risulterà possibile abbattere con la scure questa selva selvaggia ed aspra e forte, e ritornare alla concezione basilare della finanza tributaria che tutta si compendia nella verità apodittica che ciascuno deve contribuire in proporzione al proprio reddito comunque formato.

Qualcuno ha proposto di limitarsi all'affermazione dell'autonomia finanziaria della Regione, rimandando tutto il resto alla riforma generale tributaria dello Stato; soluzione invero semplicistica, che è anche troppo comoda, in quanto non tiene presente, fra l'altro, che la Regione nell'auspicata sollecita sua costituzione avrà subito bisogno di mezzi propri e che la riforma generale predetta si può prevedere tutt'altro che prossima, in rapporto alle gravissime esigenze attuali della pubblica finanza ed alla interdipendenza dei diversi tributi.

Intanto, è senz'altro da scartare che il finanziamento della Regione possa essere fatto con i contributi dei comuni, come nel regno di Napoli esisteva, a quanto afferma l'onorevole Einaudi; e ciò sia per la ragione sostanziale che i comuni piegano ormai sotto il fondo dei crescenti oneri e richiedono essi stessi l'integrazione dei propri bilanci da parte dello Stato, sia per la ragione morale della gara cui si abbandonerebbero i comuni per provare la loro insufficienza finanziaria.

Del pari è da escludere il sistema opposto, ugualmente semplicistico, per cui si propone che sotto forma di contributo annuo lo Stato debba fornire alla Regione i mezzi necessari alle sue esigenze; e ciò per le stesse ragioni dianzi accennate, sia perché lo Stato non potrebbe mai sottostare ad un onere così grave, sia sopratutto perché non è concepibile una gara tra le Regioni nel riparto dei fondi, gara in cui prevarrebbero quelle che hanno maggiore influenza politica ed anche quelle che, per maggiore grado di progresso, in concreto avrebbero forse maggiori esigenze.

La soluzione ideale, più adesiva al concetto base dell'autonomia finanziaria, sarebbe l'istituzione di un'imposta speciale regionale. Questa soluzione fu peraltro subito abbandonata dalla primitiva Commissione anteriore a quella dei settantacinque per la pratica impossibilità di congegnare un nuovo tributo, che da una parte avesse a fornire un gettito imponente e dall'altra non interferisse con i tributi già esistenti.

L'onorevole Einaudi, che prima che per ogni altro titolo debbo venerare come mio maestro del glorioso ateneo torinese, pur riconoscendo la genialità del fisco italiano, che non ha tralasciato espediente per le sue finalità, ha scritto che non è possibile immaginare un sistema che sia proprio alla Regione, dappoiché Stato, Regione, province e comuni colpiscono sempre la medesima materia imponibile (e cioè il reddito del contribuente) e si deve aver riguardo non ai singoli tributi, ma al loro insieme, in una visione globale e generale, se non si vuole inaridire la fonte e portare all'estremo gli inconvenienti della supertassazione e della generalizzazione della frode e della evasione fiscale.

Per brevità, tralasciando altre osservazioni, che logiche sorgono dalla lettura degli atti preparatori, non vi è chi non veda come il sistema ideato dalla Commissione e fissato nell'articolo 113 del progetto di Costituzione corrisponda alle necessità logiche e pratiche del problema.

Tale articolo parte dalla chiara formulazione del riconoscimento dell'autonomia finanziaria delle Regioni, nelle forme e nei limiti stabiliti da leggi costituzionali che la coordinano con la finanza dello Stato e dei comuni; e fatta tale premessa, di ovvia logicità attesa la unicità teorica della fonte del tributo e della interdipendenza dei sistemi dai diversi enti attuati, stabilisce che alle Regioni sono assegnati tributi propri e quote di tributi erariali.

Viene così ad essere attuato un sistema che può chiamarsi misto e che potrà anche essere praticamente attuato sotto forma di compartecipazione a tributi già esistenti locali o statali; il che non contrasta evidentemente al principio dell'autonomia finanziaria, che implica solo la esistenza della potestà fiscale indipendentemente dalle forme in cui essa è esplicata.

Come si è detto, una prima fonte di entrate dovrà essere data dall'assegnazione di tributi propri, che dovrebbero praticamente costituire la parte più importante. La prima commissione di studi, mentre non proponeva la istituzione di alcuna imposta speciale, concepiva un sistema di addizionali alle imposte già esistenti in conformità con quello seguito per la provincia; ed in più in caso di necessità proponeva un'addizionale all'imposta sulle entrate, ritenendo con ciò possibile l'attuazione di un livellamento tra gli enti più poveri e quelli più ricchi; ed ove neppure con questa fosse possibile il pareggio, la Regione avrebbe potuto essere autorizzata ad istituire speciali diritti sui generi di larga produzione locale, esclusi quelli oggetto di monopolio dello Stato.

Riteniamo in via generale che il primo mezzo possa essere costituito dalle addizionali alle imposte reali terreni e fabbricati, la cui subbietta materia ha stretta relazione territoriale alla circoscrizione territoriale; e ciò come avviamento a quella già ventilata riforma generale per cui le imposte reali dovranno in toto essere deferite agli enti locali, che dovrebbero ripartirsele.

Ma poiché le solite addizionali per intanto non basteranno, bisognerà scegliere tra l'imposta sulle industrie commerci e professioni (sostitutiva anche per i comuni dell'addizionale ai redditi di ricchezza mobile), o la partecipazione alle imposte sui redditi che si formano nel territorio, sotto forma di sopraimposizione che secondo taluni dovrà costituire il nucleo essenziale.

Si tratta di idee naturalmente di gran massima, che leggi speciali dovranno concretare, in rapporto allo studio approfondito delle funzioni cui la Regione è chiamata; ed è ovvio rilevare che anche, anzi specialmente nella materia finanziaria, il sistema non può essere riguardato sub specie aeternitatis.

Accanto ai tributi dovrà funzionare il contributo dello Stato, sia pure sotto la forma di quote di tributi erariali.

La primitiva Commissione di studio aveva limitato il contributo statale alla ipotesi della esecuzione di opere pubbliche di notevole entità ed alla condizione che la Regione non pervenisse a coprire il fabbisogno neppure ricorrendo al contributo di miglioria.

Lo Stato deve dare un primo contributo (e ciò corrisponde anche a un principio di giustizia) a titolo di rimborso di quelle spese finora sostenute da esso.

Invero cade in esame la pregiudiziale ed emergente considerazione che il nuovo ente sorge anzitutto per esplicare sul piano locale una parte di quelle stesse funzioni che finora sono addemandate allo Stato. Quindi in concreto si attua una sostituzione dell'uno all'altro ente nella competenza passiva delle spese inerenti alle dette funzioni e servizi, salvo quell'incremento che sarà per derivare dalla maggiore adesività delle une e degli altri alle necessità locali. Di qui è logico che lo Stato assegni alla Regione quella somma che rappresenta la quota spese attualmente incontrata per i servizi e le funzioni locali e che, ove la Regione non fosse costituita, continuerebbe ad essere a carico del centro. La difficoltà sta nel determinare questa entità; ma il calcolo, che necessariamente verrà fatto sui grandi numeri e per ordine di grandezza di milioni, non presenta radicale impossibilità.

Già esistono precedenti in materia, giacché non è infrequente il caso in cui lo Stato nell'assegnare al Comune taluni servizi, finora gestiti dal centro o dallo stesso direttamente finanziati, ha in modo globale e definitivo fissato una somma, corrispondente grosso modo all'entità reale della spesa. Dirò, tra parentesi, che talora lo Stato stabilisce cifre globali piuttosto a suo vantaggio, come è avvenuto ultimamente per le spese del servizio di razionamento, in cui lo Stato, che negli anni anteriori aveva pagato a piè di lista personale e stampati, ha ora stabilito un'aliquota spese pro capite; ed il conto purtroppo non torna più, e vane sono tornate le opposizioni degli enti e le stesse interrogazioni parlamentari di chi vi parla, rimaste... senza risposta e ulteriormente rinnovate!

In sostanza qui si attua un mero rimborso, che non è neppure un contributo vero e proprio.

Infine, nella facile ipotesi che neppure queste fonti di entrata siano sufficienti, e sempre tenuto anche conto dei proventi dei beni demaniali della Regione e del suo patrimonio, dovrà subentrare a pareggio il contributo integrativo dello Stato.

Ciò risponde a criterio di necessità ed ha per risultato anche un equo livellamento tra Regioni di diverso sviluppo e di diversa capacità economica.

Non è qui mia intenzione di stabilire rapporti tra le entrate e le spese di ciascuna Regione secondo la contabilità data dallo Stato da un punto di vista quasi esclusivamente di cassa; quindi non si possono tenere presenti tale risultanze agli effetti della integrazione, trattandosi di termini non analoghi.

Si deve prescindere insomma dallo sbilancio di cassa in relazione ai tributi e spese dello Stato per ciascuna Regione, ma si deve riguardare in concreto lo spareggio del bilancio della Regione ed integrarlo.

Anche qui sarà questione di limiti e di controlli, probabilmente in relazione ad una distinzione analoga a quella in vigore per i Comuni tra spese obbligatorie e spese facoltative; se pure la distinzione potrà essere mantenuta, per la rinnovata tendenza autonomistica degli enti locali.

L'istituto del contributo integratore ha precedenti anche nell'attuale sistema, che ammette entro certi limiti la integrazione dei bilanci comunali e provinciali, con somme che in questi anni hanno toccato cifre elevatissime.

Dirò d'incidenza che anche qui può spesso sopperire lo spirito d'iniziativa degli amministratori locali, che talora trovano certo più comodo presentare i bilanci in passivo, anziché adoperarsi al pareggio mediante riduzione di spese ed incremento delle entrate, anche a costo di perdere un po' della loro popolarità.

La Commissione si è trovata concorde nello stabilire questa fonte di entrata, ma l'ha concepita, a quanto pare, all'infuori del concetto di integrazione di bilancio ai fini del pareggio, in dipendenza di un vero e proprio diritto ad un contributo, per cui si attuano una collaborazione tra Stato e Regione e una effettiva solidarietà tra le Regioni, tanto che da qualche Commissario si è parlato quasi di una stanza di compensazione, cui dovrebbe essere preposta una commissione composta da un rappresentante per ogni Regione e presieduta da persona nominata dal Parlamento.

Questa è questione di dettaglio, è vero, ma il principio stabilito all'art. 113 che «il gettito complessivo dei tributi erariali è ripartito in modo che le Regioni meno provviste di mezzi possano provvedere alle spese necessarie per adempiere alle loro funzioni essenziali» appare perfettamente logico e rispondente a quel criterio di giustizia e di solidarietà cui si è accennato.

Il sistema del contributo integratore ha anche precedenti all'estero; e gli atti della Commissione riportano il caso della Svizzera, in cui i Cantoni sotto forma di rivendicazioni possono richiedere l'intervento finanziario della Confederazione; il che è destinato a verificarsi con qualche frequenza, attesa la diversità delle condizioni tra i Cantoni alpestri e quelli che godono di un rilevante progresso industriale.

Del pari appare fondato l'altro capoverso dello stesso articolo, che contempla l'istituzione di fondi per fini speciali in base a leggi che determinino i contributi dello Stato e delle Regioni e la gestione e la ripartizione dei fondi.

Adunque: entrate demaniali e patrimoniali; tributi propri; contributo dello Stato sia per rimborso che per integrazione; fondi per fini speciali; è un sistema necessariamente composito, che, come si è detto, se non si può dire peculiare e caratteristico, non vulnera affatto il principio dell'autonomia finanziaria, che è il presupposto ed il vero presidio dell'autonomia della Regione.

È stato autorevolmente eccepito che l'articolo 113, che tale sistema enuclea, è frutto di un compromesso, giacché mentre si sarebbe affermata genericamente l'autonomia, contemporaneamente la si sarebbe limitata in dipendenza di un coordinamento con le finanze dello Stato; il che pare quanto meno ininfluente, essendo ovvio che, trattandosi di enti pubblici, i quali debbono incidere coi loro tributi sul reddito del cittadino, che è sempre lo stesso qualunque sia la forma con cui esso si dimostra ed è colpito, si debba cercare di armonizzare e coordinare nel limite del possibile le finanze dello Stato con quelle degli enti locali.

Come già ho osservato, forse il problema sarà semplificato dal fatto che in un primo periodo le spese saranno di modesta portata; d'altronde siffatti problemi di riparto si prospettano già in parte in rapporto alle quattro Regioni cui è già stata assicurata l'autonomia, mentre qualche anno fa lo Stato ha dovuto risolvere la questione della creazione di diverse nuove province. Ad ogni modo, ripetesi che è questione di gradualità, e attraverso il collaudo della esperienza anche il sistema tributario della regione troverà la sua definizione.

L'ora tarda mi impedisce di trattare della provincia e del circondario, che taluni avversano, sostenendo piuttosto l'incremento delle funzioni del comune, come abbiamo sentito dall'onorevole Sullo e dall'onorevole Cifaldi, dimentichi forse che, accanto agli interessi strettamente locali e comunali, vi sono interessi che toccano la plaga e la regione in senso generale e collettivo. Va da sé che ritengo assolutamente necessaria la conservazione della provincia, quale ente autarchico, come pure ritengo necessaria la ricostituzione dei circondari, soppressi dal fascismo, e che attuavano un utile decentramento delle funzioni governative. Quindi non è da dubitarsi che in questi due punti sarà raggiunta l'unanimità dei consensi.

Prima di chiudere queste mie parole, consentano i colleghi che io insista perché, contemporaneamente alla creazione della Regione ed al riconoscimento delle autonomie locali, sia attuato per le funzioni che permarranno allo Stato il maggiore decentramento, condizione essenziale per uscire dall'attuale marasma e dall'eccesso burocratico accentratore che ritarda e soffoca ogni iniziativa privata.

Il principio del decentramento è stato affermato solennemente nella Costituzione; ed anche chi è contro la Regione ha rilevato la somma urgenza di addivenire quanto meno a rigorosi provvedimenti decentratori, per eliminare almeno in parte gli inconvenienti innumeri attualmente deprecati.

Chi ha anche una piccola pratica di amministrazione si è formata non da ora la convinzione che nell'attuale situazione non è possibile continuare, e tutti invocano d'urgenza le necessarie provvidenze.

Nel groviglio burocratico, bisogna tagliare senza pietà; il popolo che lavora, ogni giorno più manifesta questa esigenza; il suo grido è ormai incontenibile, soprattutto di fronte al pericolo che i mali dell'accentramento abbiano ancora ad aumentare, con l'incremento delle funzioni pubbliche e con la applicazione della politica pianificata.

Non mi attardo a far passare i diversi rami dei servizi, come già avevo intrapreso ad esaminare, raccogliendo qualche dato significativo, per indicare quali si potrebbero decentrare, quali concentrare, quali sopprimere; ne faccio grazia alla pazienza dei colleghi, ognuno dei quali potrebbe peraltro portare in materia infiniti casi frutto della sua esperienza.

Gli è che il criterio accentratore o meglio centralizzatore è duro a morire ed anche nelle cose più semplici gli accentratori non disarmano; ed io stesso qualche seduta fa in questa, stessa Aula non senza difficoltà ho potuto svolgere un ordine del giorno con cui facevo voti perché la concessione delle autorizzazioni all'apertura di nuove sale cinematografiche fosse addemandata a commissioni provinciali o regionali, senza accentrarla a Roma; il quale ordine del giorno, se ha riscosso l'approvazione calorosa di molti colleghi, che l'avevano anche firmato, ha trovato l'opposizione della Commissione e anche dell'onorevole Proia, preoccupati della necessità di un criterio informativo generale, col quale criterio non v'ha chi non veda che potranno silurarsi tutte le iniziative di decentramento burocratico, quasi che i criteri informativi non potessero essere emanati con chiare norme ad uso degli organi locali.

Non da ora penso che un senso di maggior fiducia animi la metodologia burocratica, con il riconoscimento di quadri direttivi che abbiano competenza e senso di responsabilità, ai quali possano essere addemandate la decisione e la esecuzione dei provvedimenti senza eccessi di forme e di controlli.

In un mio discorso del 1921 lessi qui, da questo stesso banco, la copia fedele di un mandato di pagamento emesso dal Compartimento delle Ferrovie dello Stato di Torino relativo alla corresponsione della somma di lire venti al capo pompiere di un comune piemontese quale compenso per la visita annuale alle pompe incendi della stazione locale; ebbene, horresco referens, tale mandato di venti lire recava diciannove, dico diciannove, firme di funzionari delle Ferrovie, dal centro alla periferia. Non so se da allora qualcosa sia mutato, ma, ad esempio, ancora attualmente una qualunque trasferta di cancelliere della Pretura ad una sezione distaccata deve essere liquidata dal Ministero, con tutti i ritardi e la complicazioni relative; al che fa per altro contrappeso il fatto che, talora per l'erogazione di milioni, si perviene all'eccesso opposto!

Accanto al maggiore senso di fiducia del superiore, verso l'inferiore deve soprattutto affermarsi un maggiore sentimento del dovere nella massa dei dipendenti, di cui una parte sia pure minima, ha perduto la visione della missione che le è commessa, e non sente lo spirito di dedizione al pubblico interesse.

Che se il trattamento economico non sempre è adeguato, è ovvio che solo nella rinnovata dedizione, al servizio il dipendente può raggiungere la triplice finalità di una più sollecita cura degli interessi dei cittadini di una maggiore considerazione nella pubblica opinione, di una riduzione delle unità, con conseguente possibilità di ottenere miglioramenti economici meglio adeguati alle esigenze. Quando il foglio di presenza è eluso, quando con l'orario unico l'attività lavorativa è fatalmente ridotta, quando nell'orario d'ufficio si provvede alle cento necessità familiari, annonarie ed organizzative ecc., quando le feste nazionali e quelle locali si ripetono in teoria eccessiva, quando da tutte le parti si attende per mesi e per anni lo svolgimento delle pratiche, e si ricorre al Deputato od all'amico per snidarle, per far eseguire loro un piccolo passo, salvo nuovo arenamento subito dopo, ognun vede come sia assolutamente indifferibile questa riaffermazione della necessità che ciascuno compia sempre ed ovunque il proprio dovere.

Spetta anche al Governo di fare in questa materia il suo dovere, più direttamente occupandosi dei dipendenti in rapporto alle loro necessità e cercando sempre e comunque di evitare l'assunzione di nuovo personale; solo così non sarà più dato leggere nei verbali della Commissione legislativa finanziaria le tristissime osservazioni fatte in punto dai colleghi Camangi e Vicentini.

Sono peraltro perfettamente d'accordo con quanti hanno osservato che gli inconvenienti non sono dovuti a difetto degli uomini, ma a difetto, del sistema organizzativo, dovendosi riconoscere che la massa ha zelo, competenza e disciplina, e convengo pure con l'onorevole Lussu, il quale alla Commissione ha rilevato che tutti i funzionari sono in buona fede, che la maggior parte sono onesti ed intelligenti; ma sono anche con lui d'accordo quando drasticamente afferma che «la burocrazia come istituto è un po' la negazione della vita e che essa non si può trasformare se non si trasforma tutta l'organizzazione dello Stato, dato che essa al cento è la effettiva detentrice di tutto il potere». Parole forse un po' grosse e dure, come talora sa dire l'illustre collega, ma che sono sapide di verità, se pure più limitatamente abbia ragione di ritenere che il problema della burocrazia è anche problema di disciplina, da cui dipende il rendimento; questo il punto. Ma deve essere auto-disciplina, disciplina che discende da rinnovato senso di responsabilità; e ciò dico a ragione veduta, non fosse altro perché sento ancora l'iraconda voce di un capo divisione di un nostro ministero (che per sua natura doveva essere uno dei più moderni) il quale, costretto a ricercare di propria mano in archivio, una pratica di cui per ragioni pubbliche e nella mia qualità di sindaco, prima che di deputato, urgentemente lo richiedevo, ebbe a denunciarmi l'ingiustificata assenza dei tre archivisti, gridando: «qui occorre il bastone fascista, o il bastone comunista, o il bastone tedesco»; e mi sorrise con aria di benevolenza quando gli dissi che il popolo italiano non ha più bisogno del bastone e neppure della carota... e che deve ritrovare in se stesso la sua forza e la sua fiducia, nell'autodisciplina e nel rinnovato senso del proprio dovere.

E se pur ricordo ancora a me stesso l'orario che il 26 settembre 1906 il capo stazione di Acqui mi prescriveva quale avventizio in ore undici e mezza di duro servizio in tre turni e senza riposo festivo e con la mercede di lire tre giornaliere, gravate di imposta di ricchezza mobile (quantum mutatus ab illo...!), e comprendo che i paria delle amministrazioni hanno finalmente potuto ottenere in tanti anni di lotta dignità di vita e umanità di orario, penso tuttavia che ora come allora è sempre ed ognora questione di fede e di lavoro. Vorranno gli onorevoli colleghi perdonare questa digressione, che pure concerne il problema del decentramento, dalla cui attuazione si attendono il risanamento del bilancio e la migliore tutela degli interessi dei cittadini.

E termino con il rivendicare ancora una volta l'autonomia locale e comunale in ispecie, come una delle forze più vive per l'affermazione della democrazia contro l'accentramento statale sul quale, sono parole di un grande regionalista, si basa ogni totalitarismo di destra o di sinistra. Solo così sarà posto un argine contro il ritorno della dittatura, solo così sarà possibile creare una classe politica media degna delle antiche tradizioni cui spetterà un gran compito per il cammino ascensionale del popolo.

Questa invocazione viene da chi è figlio di quel Piemonte che, per tradizioni, lingua, storia, costumi, interessi, natura, è, dopo le isole, la regione più unitaria e più rispondente a quell'ideale cui i fautori dell'autonomia regionale si sono inspirati; viene dal sindaco di quella città di Alba che fin dal novecento, nell'alta notte medioevale, si eresse a libero comune contro il Sacro Romano Impero e che, mentre dava il suo nome alla Lega Lombarda, nel Regestum Communis Albae e nel Libro della Catena copiava anche per i posteri i suoi trattati di pace e di guerra ed i suoi Statuti secolari. In questo ideale di originaria autonomia nato ed educato, auspico che la regione, l'autonomia, il decentramento siano presto fatto compiuto per il risorgere della Nazione.

La Sicilia per la prima va attuando con giovanile entusiasmo la sua conquistata autonomia; lasciate, o colleghi, che io elevi l'augurio che quel forte popolo sappia coronare col successo il suo esperimento, che sarà per noi tutti di monito e di esempio, nella fermezza del principio unitario della Patria.

Due anni or sono, smobilitandosi le formazioni partigiane che avevano liberato Alba e le Langhe dall'oppressione nazifascista, ebbi l'onore a nome del Comitato di liberazione nazionale, di cui ero membro per la Democrazia cristiana, di porgere il saluto al gruppo dei partigiani Siciliani che dopo l'otto settembre 1943 avevano sposato la grande causa; e fra l'altro e soprattutto io li esortai a mantenersi fedeli all'unità italiana; ed essi ad una voce risposero che appunto per tale idealità avevano combattuto e vinto.

Essi sono stati interpreti della fierezza e del patriottismo di quella nobile isola, e noi Piemontesi siamo animati dalla stessa fede e dalla stessa idealità: la Regione non dividerà gli Italiani: essa abolirà anzi quelle dolorose competizioni tra Nord e Sud che, lungi dall'essere sopite, verrebbero ad esacerbarsi se ulteriormente si mantenesse il deprecato centralismo.

Non mi nascondo che molte sono tuttora le opposizioni; ma mi assiste la intima coscienza di fare così il bene per il popolo; ed è con questa fede che si vince ogni battaglia.

Se anche questa sola riforma la Costituente avrà attuato essa bene avrà meritato. (Vivi applausi Congratulazioni).

 

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A cura di Fabrizio Calzaretti