[Il 13 marzo 1947 l'Assemblea Costituente prosegue la discussione generale delle «Disposizioni generali» del progetto di Costituzione della Repubblica italiana.

Vengono qui riportate solo le parti relative all'articolo in esame, mentre si rimanda alle appendici per il testo completo della discussione.]

De Vita. [...] Per quanto riguarda l'ultimo comma dell'articolo 1: «La sovranità emana dal popolo ed è esercitata nelle forme e nei limiti della Costituzione e delle leggi», mi limito ad osservare che molto opportunamente si distingue lo Stato dalla sovranità. Invero, altra è la ragion d'essere dello Stato ed altro il titolo per cui la sovranità si esercita nello Stato. Devo però rilevare che la parola «emana» — e questo rilievo ebbi a farlo in sede di prima Sottocommissione e in sede di Commissione plenaria, insieme all'onorevole Lucifero — che la parola «emana», usata nella formulazione del comma, limita il concetto della sovranità popolare, come ebbe a dire anche qualche collega. Alcune moderne costituzioni repubblicane usano la parola «emana»; per esempio l'Austria, la Spagna, la Cecoslovacchia. Altre usano invece il termine «appartiene al popolo»: la Lettonia, la Lituania, la Turchia, l'U.R.S.S. Soltanto nella costituzione dell'Estonia e della Finlandia è usata la parola «risiede»: la sovranità risiede nel popolo.

Questa espressione a me pare la migliore, perché significa che la sovranità permane nel popolo, mentre invece la locuzione «la sovranità emana dal popolo» sta a significare che la sovranità è bensì generata dal popolo, ma una volta generata si distacca da esso.

[...]

Crispo. Onorevoli colleghi, a me sembra di tutta evidenza la necessità — dico necessità e non opportunità — che il progetto di Costituzione, che è come l'atto di nascita della Repubblica, si preoccupi di determinare il carattere dello Stato repubblicano. Onde il primo articolo del progetto vuole essere la definizione del carattere della Repubblica. L'articolo dice che l'Italia è una Repubblica democratica; dunque, s'intende affermare il carattere democratico della Repubblica. Sennonché, a me sembra che questa definizione abbia bisogno di precisazione, perché quando si è detto che l'Italia è una Repubblica democratica, occorrerà ancora intenderci sul concetto di democrazia.

Che cosa si vuole dire quando si dice che l'Italia è una Repubblica democratica? A quale democrazia, a quale nozione della democrazia ci si intende riferire? Credo che il quesito sia questo, e a questo quesito occorre dare risposta. Si è detto che ci si deve riferire alla democrazia, nel senso storico attuale. Parole per me di colore alquanto oscuro, se non si rapportano all'istituto parlamentare che è una forma storica particolare della democrazia. E credo che ad essa si rifacesse ieri l'onorevole Ruini, quando rilevava la necessità di conservare e di consolidare il regime parlamentare.

Dunque, quando si dice nell'articolo 1 che l'Italia è una Repubblica democratica, noi identifichiamo la democrazia nelle istituzioni parlamentari, diciamo, cioè, che queste istituzioni realizzano la democrazia. Ma si può affermare che siamo tutti d'accordo su questo concetto? L'altro giorno, l'onorevole Nitti mi diceva che pur avendo versato lungo studio e lungo amore nell'esame dei problemi della democrazia, raccogliendo le proprie meditazioni in ben due volumi, egli si era ridotto a questo: che non sapeva più dire che cosa fosse la democrazia, nella confusione delle diverse lingue e delle orribili favelle che s'incrociano su questo terreno.

E, per verità, ad esempio, non dirò cosa nuova, affermando che qui non siamo certo d'accordo nel ritenere che l'istituto parlamentare realizzi la democrazia, se socialisti e comunisti hanno sempre considerato i Parlamenti come l'insegna, come la bandiera degli interessi borghesi.

Una voce a sinistra. No, no.

Crispo. Come no?

Sì, come la bandiera degli interessi borghesi, come l'indice della dominazione borghese, al segno che il Parlamento è apparso come inutile bagaglio ingombrante, di fronte ad una ideologia che pretende di sostituire alla forma democratica parlamentare il cosiddetto Governo del proletariato, attraverso la lotta degli interessi di classe, evidentemente intesa a realizzare la superclasse, vale a dire una classe destinata a sopraffare e a travolgere le altre classi. (Interruzioni a sinistra).

La conseguenza è che, mentre per noi l'istituto parlamentare costituisce la forma nella quale la democrazia si realizza, per i comunisti per i socialisti esso è soltanto un mezzo. Epperò, la valutazione finale di questo mezzo dipenderà dalla idoneità o dalla inidoneità di esso a raggiungere il fine. Sicché, se il mezzo apparirà inidoneo, è evidente che sarà abbandonato; sarà abbandonata, cioè, la democrazia. (Interruzioni, a sinistra).

Una voce a sinistra. Questo lo dice lei.

Crispo. È un procedimento logico.

Una voce a sinistra. È una logica formale e soggettiva la sua.

Una voce a destra. Già, voi non lo pensate nemmeno!

Presidente Terracini. Onorevole Crispo, non raccolga le interruzioni.

Crispo. Con vostra licenza, signori, questa mia logica elementare non mi pare faccia grinze, perché le ipotesi sono due: o siete d'accordo nel ritenere che l'istituto parlamentare realizza la democrazia, o non ritenete questo, ed è evidente, in tal caso, che se l'istituto parlamentare è per voi come un ponte di passaggio, quale mezzo, cioè, è evidente che, ove il mezzo fallisce come inefficace, inidoneo, voi sareste pronti ad abbandonarlo. Per sostituirvi che cosa? Un mezzo diverso, che non potrebbe essere se non un mezzo rivoluzionario. Non vi pare logico questo ragionamento? (Interruzioni a sinistra).

Una voce a sinistra. Faccia il ragionamento opposto.

Crispo. E perché no?

Col ragionamento opposto, il risultato sarà identico, perché se il mezzo riuscisse idoneo, realizzando il vostro fine, voi realizzereste la così detta conquista del potere da parte del proletariato. È così?

E se è così, la conquista del potere da parte del proletariato vuol dire niente altro che la sovrapposizione di una classe su tutte le altre, escludendosi le altre.

Una voce a sinistra. È una presunzione la sua. (Interruzioni — Commenti).

Crispo. Non vi scaldate. Per me — e parlo con la parola di parecchi fra voi che coltivarono l'ideologia marxista e la ritennero poi superata — per me, la democrazia si definisce e si concreta, in modo negativo, nell'assenza di qualunque dominazione di classe, e, in modo positivo, in uno Stato, nel quale possa trionfare non solo il diritto all'eguaglianza di tutti i cittadini, ma, soprattutto, il principio che ciascuno ha il diritto di partecipare alle decisioni relative alle sorti della organizzazione politica, economica e sociale del proprio Paese.

Come vedete, la conseguenza è sempre la stessa: la dittatura attuata o con mezzi violenti o con metodo democratico.

Nell'uno e nell'altro caso, la democrazia è favola per bambini. (Interruzione a sinistra).

Presidente Terracini. Forse, onorevole Crispo, qualche collega ha la sensazione che in questo momento non è il problema di analisi di una democrazia o della dittatura che si deve fare, ma è un giudizio sopra la formulazione del primo articolo, dove si parla di Repubblica democratica.

Crispo. Non mi sembra esatta la osservazione, se è vero che la Costituzione vuole definire il carattere democratico della Repubblica, e che tale carattere dovrebbe essere lo stesso per tutti.

Se è così, e se le istituzioni parlamentari sono la forma storica attuale nella quale si realizza la democrazia, mi sembra evidente la necessità che, nella prima parte dell'articolo 1, questo principio sia consacrato, dicendosi, cioè, che l'Italia è una Repubblica parlamentare. E ciò perché non sorga l'equivoco che si possa considerare la Repubblica parlamentare non un punto di arrivo — salva la perfettibilità dell'istituto parlamentare — ma soltanto un modus convivendi nel senso, cioè, che esso possa o debba servire a realizzare una pretesa democrazia, che è la negazione palese della democrazia parlamentare. (Interruzioni a sinistra).

Condorelli. La vostra democrazia è quella della dittatura del proletariato.

Crispo. Propongo, adunque, di dire all'articolo 1: «L'Italia è una Repubblica parlamentare, ordinata democraticamente, secondo il principio della sovranità popolare, nelle forme e nei limiti della Costituzione e delle leggi».

Per le ragioni già espresse, s'intende che nemmeno il 1° capoverso dell'articolo 1, possa, per me, essere approvato. Esso dice: «La Repubblica italiana ha per fondamento il lavoro e la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Ora, a me sembra evidente che si voglia affermare un principio classista.

Spiego subito il mio pensiero.

Se non è possibile configurare una qualunque convivenza umana, che non sia basata sul lavoro, non mi pare, d'altra parte, si possa dire che il lavoro è il fondamento d'una Repubblica.

Fedeli. L'ozio.

Crispo. Come può attribuirmi tale idea? Intendo dire che il lavoro non è il fondamento della Repubblica, in quanto col lavoro concorrono altri fattori, i quali sarebbero negati nella unilateralità dell'affermazione contenuta nel 1° capoverso.

Con la stessa logica di quel capoverso si potrebbe, per esempio, anche dire che fondamento della Repubblica è la religione, e forse i democristiani amerebbero che si dicesse questo.

Cingolani. No; non è vero.

Crispo. O si potrebbe dire...

Fedeli. Il latifondo è la base della Repubblica!

Crispo. ...che La Repubblica ha per fondamento la giustizia, o anche la ragione.

Rubilli. Quale ragione?

Crispo. Quella del signor Voltaire, il quale diceva che solo per opera della ragione l'uomo è perfettibile, perché essa combatte l'esclavage de l'esprit.

Una voce a sinistra. Tutte queste belle cose, senza il lavoro, non fanno niente: questa è la faccenda.

Crispo. Ora, altra cosa è dire che i problemi del lavoro non possono non interessare profondamente l'ordinamento giuridico di uno Stato, o che occorre porsi il problema costituzionale del lavoro, in rapporto alla funzione sociale, alla dignità e alla tutela di esso, e anche in rapporto alle possibilità di sviluppo della posizione del lavoro nell'ordinamento sociale, ed altra cosa è dire che il lavoro è il fondamento della Repubblica, poiché il lavoro non costituisce, e non può costituire — esso solo — il fondamento di una Repubblica. Egli è per questo che io colgo nella formula usata nel 1° capoverso un concetto classista, sì che mi sembra si voglia come preconizzare l'assunzione alla direzione della cosa pubblica di quella classe di lavoratori che, attraverso la conquista proletaria, dovrebbe sovrapporsi alle altre classi.

Una voce a sinistra. È un sofisma.

Crispo. No, non sono sofismi questi. Il vostro Stato s'intende non come una Repubblica di tutti i lavoratori, ma come una Repubblica di operai e di contadini. (Proteste a sinistra).

Una voce a sinistra. Anche gli intellettuali: la conosce lei la Costituzione sovietica?

Crispo. Non ne parlerei, se non la conoscessi.

Una voce a sinistra. Allora s'è sbagliato: la legga un'altra volta.

Crispo. Non è vero: gl'intellettuali, per esempio, vi sono considerati come «strato» delle altre due classi.

Una voce a sinistra. È vecchia questa storia.

Crispo. Ma riproduce fedelmente il pensiero di Marx, tanto che mi sono sempre domandato come mai Marx avesse negato un posto agl'intellettuali nella società da lui descritta, mentre poi il movimento proletario, per lo meno alle sue origini, non è che un movimento squisitamente intellettuale.

Le osservazioni fatte finora possono essere riassunte e concretate nel seguente emendamento:

«L'Italia è una Repubblica parlamentare, ordinata democraticamente secondo il principio della sovranità popolare, nelle forme e nei limiti della Costituzione e delle leggi. Il lavoro, nelle sue varie manifestazioni, concorre all'organizzazione politica, economica, sociale della Repubblica». (Commenti Interruzioni).

Fedeli. Al lavoro lasciate un posticino!

Presidente Terracini. Onorevole Fedeli, per favore, non interrompa!

Onorevole Crispo, sarebbe stato preferibile che ella avesse presentato il suo emendamento quarantott'ore fa.

È essenziale che in sede di discussione generale dei titoli non si presentino e non si commentino gli emendamenti; altrimenti si sposta completamente la procedura.

[...]

Moro. [...] questa ideologia, questa sana accettabile ideologia che io ho racchiuso nelle due espressioni — libertà e giustizia sociale — si ritrova in questi tre articoli della Costituzione che noi esaminiamo e viene espressa come una indicazione dei fini del nostro Stato, del volto storico che assume la Repubblica italiana. Indubbiamente una indicazione di questo genere è indispensabile. Non avremmo ancora detto nulla, se ci limitassimo ad affermare che l'Italia è una Repubblica, o una Repubblica democratica. Occorre che ci sia una precisazione intorno ad alcuni orientamenti fondamentali che storicamente caratterizzano la Repubblica italiana.

Io, per questo, avevo proposto al nostro amabile Presidente della Commissione, onorevole Ruini, che i tre articoli, il primo, il sesto ed il settimo, fossero congiunti insieme, in quanto mi pareva che essi concorressero, da punti di vista diversi, a caratterizzare il volto storico dello Stato italiano. Sono prevalse altre ragioni, che sono ottime e dinanzi alle quali mi inchino, ma non volevo dimenticare questa mia modestissima proposta, la quale riconferma la mia vecchia idea che si tratti di articoli unitariamente confluenti per definire il carattere storico della Repubblica italiana.

Questi tre pilastri, sui quali mi pare che posi il nuovo Stato italiano sono: la democrazia, in senso politico, in senso sociale ed in senso che potremmo chiamare largamente umano.

Io richiamo l'attenzione degli onorevoli colleghi sul secondo comma dell'articolo 1, «La sovranità emana dal popolo ed è esercitata nelle forme e nei limiti della Costituzione e delle leggi». Io non vorrei ora entrare nella disputa sottile che già è affiorata in seno alla prima Sottocommissione ed alla Commissione dei 75, la disputa circa l'appartenenza della sovranità, se sia più corretto dire che la sovranità emana dal popolo, o come ha accennato anche l'onorevole De Vita che la sovranità risiede nel popolo, o, come è stato detto da qualche altra parte, che la sovranità spetta allo Stato anche se emana dal popolo. Io vorrei precisare che non entro, per ragioni di tempo, in questa disputa sottile e degna degli altri oratori assai competenti che siedono in quest'Aula. A me pare, però, che la formula, sia pure indicata in questo modo — e le formule sappiamo che possono cambiare — anche così contrassegnata, serve bene a individuare l'appartenenza della sovranità in senso lato, cioè l'esercizio dei poteri politici, dei poteri di direzione della cosa pubblica in un regime democratico a tutti i cittadini, che sono, in quanto popolo, in condizioni fondamentali di eguaglianza nell'esercizio di questi poteri ed hanno la possibilità di determinare, mediante il loro intervento, la gestione della cosa pubblica nel senso più conforme all'interesse collettivo. È un punto, quindi, che mi pare sia al suo posto, in quanto richiama questo primo aspetto della democrazia italiana, la quale realizza, io credo — malgrado i dubbi che sono stati espressi qualche tempo fa dall'onorevole Crispo — realizza, attraverso la forma parlamentare, il suo carattere di democrazia. Ed è importante anche l'aggiunta, per la quale si dice che questa sovranità «è esercitata nelle forme e nei limiti della Costituzione e delle leggi».

Fummo noi, io ed alcuni colleghi, nell'ambito della prima Sottocommissione, che chiedemmo che vi fosse una indicazione di questo genere, la quale servisse a precisare in modo inequivocabile, dopo la dura esperienza fascista, che la sovranità dello Stato è la sovranità dell'ordinamento giuridico, cioè la sovranità della legge.

Non è il potere dello Stato un potere o un prepotere di fatto, è un potere che trova il suo fondamento e il suo limite nell'ambito dell'ordinamento giuridico formato appunto della Costituzione e delle leggi. E anche questa mi sembra rilevantissima affermazione e dal punto di vista politico e anche da quello pedagogico, direi, che non dovrebbe essere estraneo alle intenzioni di coloro che compilano una Costituzione per un popolo che per 20 anni è stato diseducato e ha bisogno di essere richiamato e riabituato a queste idee fondamentali attraverso le quali soltanto si garantisce la dignità e la libertà degli uomini.

Vengo ora all'altra parte dell'articolo 1: «La Repubblica italiana ha per fondamento il lavoro e la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Permettetemi su questo punto di ricordare, in quanto membro della Commissione, la storia di questo articolo, anche per contribuire a chiarirne il senso e a dissipare alcuni dubbi che già sono affiorati, in seno soprattutto alla Commissione dei 75. Ricordo che questo articolo in sostanza fu proposto dal nostro amico La Pira il quale, nel suo slancio generoso, nel suo desiderio di contribuire in ogni modo all'affermazione più piena della dignità umana, vagheggiava di inserire nella Costituzione un articolo nel quale fosse consacrato quello che egli chiamava lo status del lavoratore, cioè una condizione giuridica particolare dell'uomo che lavora e che doveva essere considerata fondamento di diritti. Furono fatte a questa proposta dell'amico La Pira alcune obiezioni, che in realtà non erano fondate, e, nella dinamica dei lavori per la Costituzione, questa proposta, che pure aveva trovato una prima articolazione, fu fatta cadere. Restò, di quella formulazione primitiva, questa idea che evidentemente è un'idea cristiana, un'idea democratica, che cioè bisogna dare al lavoro una particolarissima considerazione, che bisogna impegnare la nuova democrazia italiana in questo processo di elevazione dei lavoratori e di partecipazione la più piena dei lavoratori stessi all'organizzazione economica, politica e sociale del Paese. Questo il senso della disposizione: un impegno cioè del nuovo Stato italiano di proporsi e di risolvere nel modo migliore possibile questo grande problema, di immettere sempre più pienamente nell'organizzazione sociale, economica e politica del Paese quelle classi lavoratrici, le quali, per un complesso di ragioni, furono più a lungo estromesse dalla vita dello Stato e dall'organizzazione economica e sociale. Nessun intento di esclusione pertanto. Non si voleva, da parte dei proponenti dichiarare che questa qualifica, intesa in senso stretto, come è indicato nell'articolo, fosse la condizione indispensabile per essere considerati cittadini e trattati come tali. Il problema della cittadinanza, cioè della pienezza dei diritti civili e politici, è risolta dalla prima parte dell'articolo 1, in quanto dichiara: l'Italia è Repubblica democratica, cioè stato di tutti i cittadini e risolta dagli altri due o tre titoli della prima parte di questa Costituzione, nei quali si tratta dei cittadini nel senso più largo dell'espressione. Si poneva semplicemente un problema di carattere strettamente politico, indicando come una meta di notevole importanza nella costruzione del nuovo Stato, questa, cioè, di dare accesso in modo reale, pieno e costruttivo, alle forze lavoratrici nella vita del nostro Paese.

Ed io ricordo di più che questa proposta La Pira — chiamiamola così — venne presentata in contrapposto amichevole ad altra proposta dell'onorevole Togliatti, quella alla quale egli si riferiva ancora qualche giorno fa nel suo notevole intervento, in sede di discussione generale, quando domandava ancora che la Repubblica democratica italiana fosse qualificata come Repubblica di lavoratori. Ed assicurava, colla consueta amabilità, l'onorevole Togliatti che tale espressione non doveva essere intesa in nessun modo in senso classista, ma voleva indicare soltanto la convergenza di tutte le forze produttive verso questo punto di incontro, il lavoro, che permette alla Repubblica italiana di essere qualificata, senza esclusioni, come Repubblica di lavoratori.

Ed indubbiamente la suggestione che una simile espressione può avere per un cristiano, in quanto eccita la sua sensibilità tradizionale per la sorte della dignità umana e per la sorte delle classi meno abbienti e più sfortunate, può essere grande. Ma vi era da parte nostra, in sede politica, una considerazione da fare: che quella espressione, sia pure chiarita così nettamente dell'onorevole Togliatti, avrebbe assunto fatalmente un significato classista.

Ed ecco la nostra contro-proposta, che salva di quella dell'onorevole Togliatti la sostanza, assegnando allo Stato italiano questa meta altissima di dare pienezza di vita sociale, politica ed economica alle classi lavoratrici.

Quindi, nessun significato di esclusione; soltanto un impegno della nuova democrazia italiana in questa strada di elevazione morale e sociale. E io credo che nessun uomo onesto, che segga in questa Assemblea — e, quindi, penso, nessuno tra noi — potrà respingere il significato di questa affermazione. Si potrà chiarire la sua portata, si potranno fare delle aggiunte, allo scopo di rendere indubbio che la cittadinanza democratica è cosa indipendente dalla qualifica di lavoro; ma non si potrà negare che il compito storico che sta dinanzi alla democrazia italiana, in quanto essa persegue il potenziamento della dignità umana, sia di immettere nella pienezza della vita del Paese le classi lavoratrici.

[...]

Vinciguerra. [...] Dice l'articolo 1: «L'Italia è una Repubblica democratica.

«La Repubblica italiana ha per fondamento il lavoro e la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Sarà chiesta la seguente modifica: «L'Italia è una Repubblica democratica di lavoratori». Ebbene, con tutti questi presupposti di lavoro e di lavoratori, la cosa più strana è che, niente di meno, proprio l'organizzazione sindacale è stata dichiarata libera, in virtù dell'articolo 35; di modo che noi ci diamo tanto da fare per introdurre questi lavoratori o sotto la forma generica di lavoro, o sotto quella concreta e specifica di lavoratori, e i lavoratori invece, nell'organizzazione sindacale, sono in isciopero, per quanto sia vero che questo progetto di Costituzione autorizza lo sciopero anche nei pubblici servizi.

[...]

Ho sentito fare una discussione alquanto bizantina in ordine all'ultimo comma dell'articolo 1. Si dice nel progetto: «La sovranità emana dal popolo»; si è però osservato che la sovranità «risiede» nel popolo, oppure «appartiene» al popolo. Si può anche pensare diversamente, con ogni rispetto e ammirazione per i rilievi degli onorevoli colleghi. Una cosa invece essenziale, che è sfuggita, e che davvero può avere delle ripercussioni sulla vita dello Stato che andiamo a costruire, è l'ultima parte del comma ove si dice:... «ed è esercitata nelle forme e nei limiti della Costituzione e delle leggi». Qui sta l'insidia, forse non voluta, perché io suppongo che i «Settantacinque» abbiano lavorato sempre in perfetta buona fede. Si dice cioè: «Tu, popolo, sei sovrano, con tutti i verbi che ti credi di scegliere, però bada che questa sovranità verrà esercitata come dico io (Commenti): l'Etat c'est moi; cioè l'organizzazione la faccio io, e la tua sovranità deve passare attraverso le forme che io ti preparo».

Io non dico che si sia voluto proprio questo, ma il rilievo è necessario, tanto più che le Costituzioni già emanate, non esclusa quella del 1849, tanto cara al cuore dei repubblicani, si limitano a dire che la radice della sovranità sta essenzialmente nel popolo. Nessuno di noi può dire che la sovranità deve obbligatoriamente esercitarsi attraverso questi stampi che noi le prepariamo, mentre abbiamo poi, d'altra parte, riconosciuto il diritto di referendum al popolo, il che sta a indicare che noi ancora una volta riconosciamo che la sovranità risiede, senza possibilità di alienazioni, nel popolo. E allora, in sede di discussione dei singoli articoli — sempre col rispetto dei termini prescritti dall'onorevole Presidente — mi riservo di proporre un emendamento.

 

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A cura di Fabrizio Calzaretti